Interessi e potere: cosa c’è dietro l’esecuzione de El Mencho

Il 22 febbraio non è stato solo un fatto militare. È stato un atto politico inscritto in una strategia che precede l’operazione e la supera. La designazione dei gruppi criminali come “organizzazioni terroristiche” e la creazione della Joint Interagency Task Force-Counter Cartel non rappresentano un salto di qualità nella lotta al narcotraffico, ma l’utilizzo di un soggetto — il “narco” — per ridefinire equilibri.

La task force voluta da Washington, a guida militare e con il coordinamento di diverse agenzie federali, nasce con l’obiettivo dichiarato di mappare e colpire reti criminali su entrambi i lati del confine. Ma la sua funzione politica è più ampia: imporre l’idea che un fenomeno politico, criminale, economico e sociale costituisca una minaccia strategica permanente.

Prima si creano le condizioni per l’esplosione del problema, poi si costruisce il nemico. Il mito del “capo dei capi” — e più in generale del “narco” — concentra reti finanziarie, mercati, politica e importanti soggetti dell’economia legale in un unico volto. Questa personalizzazione non è neutra: serve a rendere il conflitto una caccia al mostro, spettacolarizzabile e spendibile sul piano della sicurezza nazionale.

Si producono così due effetti complementari. Da un lato si legittimano azioni militari e politiche securitarie che rafforzano il potere esecutivo; dall’altro si accetta una narrativa che impone la questione come problema di sicurezza continentale, aprendo lo spazio a pressioni politiche ed economiche che possono sconfinare nel ricatto.

Il mito del narco non nega l’esistenza, la forza e il radicamento dei gruppi criminali; li mitizza e li isola simbolicamente, come se fossero corpi estranei rispetto allo Stato e all’economia legale. Ma non lo sono. Al contrario, ne attraversano le pieghe, condividono segmenti di interesse, utilizzano gli stessi circuiti finanziari, operano dentro lo stesso spazio di accumulazione e agiscono nel territorio estraendone ricchezza.

Il CJNG si è imposto proprio per questa capacità di ibridazione. Non è una struttura piramidale tradizionale, bensì una sorta di federazione sotto marchio: centralizzazione strategica, decentramento operativo, franchising regionali con ampia autonomia, tanto che a volte è difficile parlare di un solo CJNG. È qui che si insinua il dubbio su cosa accadrà ora che il suo ideatore è stato eliminato.

Questo modello garantisce resilienza, adattabilità territoriale e capacità di negoziazione locale. La sua espansione non si è fondata solo sulla forza militare, ma anche sulla politica e sugli spazi aperti da Stati Uniti e Messico nella fase di confronto con il gruppo di Sinaloa. È cresciuto penetrando nell’economia legale: edilizia, agroindustria, commercio di metalli preziosi, immobiliare, sicurezza privata. Non semplici coperture, ma strumenti di accumulazione, riciclaggio e radicamento sociale.

In questo intreccio tra legale e illegale si spiega la sua forza. La decapitazione del fondatore non scioglie le catene del valore, né interrompe i flussi finanziari. È troppo presto per sapere cosa accadrà, ma non sembra aprirsi la stessa fase di interregno seguita agli arresti del Chapo Guzmán o del Mayo Zambada, né un ritorno al caos dell’inizio della mal chiamata guerra alla droga, anche se Harfuch oggi pare rifarsi più alla pratica di Calderón che a quella di AMLO. Le possibilità sono diverse: uno scontro per l’egemonia interno al gruppo, un conflitto tra rivali o una transizione verso un nuovo equilibrio interno al CJNG. Il tempo lo dirà, ma è certo che violenza e criminalità non spariranno.

Il ritrovamento del Rancho Izaguirre — con armi ad uso esclusivo dell’esercito nelle mani dei criminali — mostra una volta di più la permeabilità tra apparati statali e organizzazioni illegali, incrinando — insieme al caso dei 43 studenti di Ayotzinapa e al massacro dei migranti a San Fernando — la rappresentazione binaria Stato contro criminali, ma anche quella semplicistica secondo cui sarebbero solo i “narcos” a corrompere pezzi istituzionali.

A ridosso del Mondiale 2026, l’operazione assume un valore evidente: proiettare senso di controllo, forzare un dialogo con i gruppi criminali, rassicurare investitori e turisti così da creare una pax temporanea utile ai commerci. Washington capitalizza; Città del Messico si rafforza sul piano della politica securitaria, mentre la reazione del CJNG mostra forza ai rivali e crea lo spazio per una possibile ridefinizione degli equilibri con Messico e Stati Uniti su sicurezza interna e mercato del fentanyl.

Il punto non è moltiplicare operazioni spettacolari, ma comprendere e trasformare la struttura del potere, criminale e non. La guerra permanente contro il “narco” diventa dispositivo di governo, propaganda capace di deviare problemi e urgenze, strumento di controllo territoriale e leva geopolitica. I gruppi criminali non sono un’anomalia esterna al capitalismo regionale: sono strumenti del capitale, acceleratori delle logiche di estrazione di ricchezza, frammentazione territoriale e disciplinamento sociale. Stato, grandi gruppi economici — legali o illegali — e apparati militari si muovono nello stesso spazio di accumulazione.

Finché questa architettura non viene messa in discussione, ogni “capo dei capi” abbattuto sarà sostituibile. E la costruzione del nemico continuerà a essere funzionale alle necessità di chi governa, dentro e fuori i confini nazionali, lasciando ansia, macerie e morti tra la popolazione civile.

Andrea Cegna

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