La complessità siriana: un passo indietro

L’inasprimento del conflitto in Siria ha portato molti mezzi di informazione a occuparsi della vicenda raccontando gli eventi, puntando sugli aspetti che fanno più notizia, e dipingendo spesso la situazione come una “guerra civile”.

Si tratta in realtà di una situazione complessa e di difficile comprensione; per questo, pur sapendo che non è possibile spiegare tutti gli aspetti di un Paese così complesso in poche righe, facciamo un piccolo “passo indietro” per provare a dare ai nostri lettori qualche strumento in più per la lettura e l’analisi del conflitto siriano.

Milano In Movimento ha più volte raccontato e analizzato la situazione siriana nei mesi scorsi, partendo dalle prime manifestiazioni di piazza contro il regime e dall’organizzazione della resistenza, fino alla feroce repressione che si é scatenata dapprima su Homs, poi su molti altri villaggi e città.

Ma perché la situazione siriana é così complessa?

Anche parlando con “addetti ai lavori” e persone informate sul Medio Oriente, questo particolare conflitto ha lasciato un po’ tutti sconcertati: prima di tutto per la difficoltà incontrata nell’avere notizie, per le accuse di falsificazione delle stesse da entrambe le parti, per le diverse teorie su una possibile “mente” internazionale dietro gli eventi, e infine per la particolare situazione della Siria, in termini geopolitici e demografici.

 

La popolazione della Siria

Un aspetto importante da tenere a mente é la varietà politico-religiosa (non si può parlare di etnie, ma la complessità é paragonabile) della popolazione che abita il Paese.

La maggior parte dei siriani sono musulmani, di cui la maggioranza (74%, ma i dati numerici spesso sono inesatti) sono di fede sunnita. I sunniti sono un ramo maggioritario dell’Islam, e si differenziano dalla corrente degli sciiti (anch’essa consistente, sebbene minore a livello numerico) per due principali motivi. La prima é l’interpretazione di alcune figure storico religiose presenti nel Corano, in particolare Ali (identificato come successore di Maometto da parte degli sciiti), e di alcune parole dei testi sacri (si dice, anche se é una frase poco tecnica e forse scorretta, che gli sciiti abbiano un’applicazione del Corano più “alla lettera” rispetto ai sunniti). La seconda, la chiave per capire la sostanziale relazione tra sciiti e sunniti, é completamente politica. Infatti a partire dalla scissione degli sciiti (dopo la morte di Maometto) é iniziata una lunga e sanguinosa guerra tra le due ali dell’Islam, che ha coinvolto numerosi Paesi e che, tuttora, prosegue in varie forme. La guerra tra sciiti e sunniti non é sempre armata (anche se in Iraq, da dopo l’invasione americana, si é riaperto un vero e proprio fronte di battaglia), spesso ha la forma di un conflitto a bassa intensità, soprattutto mirato al predominio politico sulle zone di convivenza, basato su un’accesa competizione politica (che spesso sfocia in violenza). Semplificando, ciascun gruppo vorrebbe essere predominante e rappresentare, più leggittimamente dell’altro, l’Islam a livello mondiale o territoriale.

Oltre ai numerosi sunniti, dunque, in Siria si riscontra la presenza di un gruppo particolare di sciiti, gli Alawiti. Bashar Al Assad é un rappresentante di questa setta derivante dallo sciismo, ed é accusato, oltre che di aver portato avanti una crudele dittatura (seguendo le orme del padre, anch’egli alawita) di aver favorito questa minoranza per cariche politiche, economiche e sociali rilevanti negli oltre trent’anni di regime, basato sul partito del Bath.

Gli alawiti sono stimati essere circa il 20% della popolazione siriana.

Il restante 10% della popolazione é divisa tra cristiani e altre sette minori derivanti dall’Islam come i drusi (presenti anche in Libano).

Uno dei nodi centrali della situazione attuale siriana é dunque il possibile passaggio non solo da un regime dittatoriale a un’altra forma di governo, ma anche, e soprattutto, a un “riassestamento” dei privilegi e della rappresentanza politca degli alawiti (sciiti) rispetto ai sunniti (con le conseguenti conflittualità e ripercussioni sulla convivenza tra le popolazioni).

La Regione

Questo equilibrio di forze ha un legame con i Paesi limitrofi (andando a influenzare le dinamiche regionali e inserendosi in un contesto diffuso di instabilità politica): é importante ricordare a questo proposito che la Siria confina con l’Iraq (teatro di forte scontro tra sciiti e sunniti, aggravato dall’invasione americana e dal crollo di Saddam), con il Libano (Paese dilaniato da decenni da forti tensioni politiche tra le diverse comunità, e Paese nel quale si riscontra un’alta presenza di sciiti politicamente organizzata grazie a Hezbollah), e infine con Israele (che grazie alla sua politica nei confronti dei palestinesi si trova oggi in guerra con l’intero mondo islamico), nonché con Giordania e Turchia.

Le alleanze internazionali

Ultimo e terzo elemento da prendere in considerazione quando si tenta di comprendere le conseguenze e le modalità di sviluppo del conflitto siriano sono le alleanze internazionali. Come da copione, infatti, i Paesi occidentali e esterni all’area del Medio Oriente hanno forti influenze sui governi della zona, la cui alleanza é strategica sia per motivi economici che per motivi strategico-militari (l’area Medio Orientale é cruciale per una serie di equilibri geopolitici mondiali, anche grazie alla presenza di Israele). In Siria, il regime di Assad é tuttora appoggiato da Hezbollah libanese ( asua volta uno dei nemici storici di Israele), dall’Iran di Ahmadinejad, dalla Russia e dalla Cina che, storicamente, appoggiano queste forze, per motivi economici (fornitura di armi e altri interessi) e politici (per lo storico aspetto “social rivoluzionario” di queste forze). I sunniti sono tradizionalmente alleati con i Paesi occidentali e con le grande potenze del petrolio (Qatar, Arabia Saudita, Bahrein): questo elemento contribuisce ulteriormente alla fortificazione dei due “poli” di alleanze, nonché espone le forze sunnite (gran parte del neonato Esercito di Liberazione Siriano) alla penetrazione di elementi dell’islamismo radicale proveniente da questi Paesi.

Il caso siriano, emerso in questi mesi, é tuttavia piuttosto particolare, perché mentre a parole (formalmente) il fronte occidentale (Europa e USA) si é espresso in modo compatto contro Assad, in verità, nel concreto, non c’é stata una vera presa di posizione (intervento militare) e, addirittura, Italia e Francia sono fortemente sospettate non solo di aver fatto affari con il regime, ma di aver fornito tecnologie utilizzate per l’identificazione e il controllo dei movimenti della popolazione e del territorio, anche durante la repressione (è di due settimane fa la notizia di due italiani, in Siria “per affari”, apparentemente fatti prigionieri dai ribelli).

La questione siriana, molto complessa nell’identità stessa di “nazione” e nella conformazione della popolazione, nelle sue relazioni interne ed esterne, sarà un caso interessante, appassionante e di certo di non facile gestione anche dopo la caduta del regime di Bashar Al Assad.

 

Per questo, noi di Milano in Movimento continueremo a raccontarvelo, come possiamo.

 

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