GFF: Rifiuti e inquinamento – Quando l’occupazione sfrutta nuove armi

Gaza City è una città molto trafficata e questo paradossalmente ne ricalca la vivacità. Il codice stradale è praticamente inesistente e data la scarsa elettricità, i pochi semafori presenti sono spenti. Nonostante questo, il livello di incidenti stradali è relativamente basso perché tutti seguono poche regole base; suonano sempre il clacson per salutare, offrirti un passaggio o segnalare la propria presenza. In mezzo a tutte le auto contromano che fanno lo slalom tra i pedoni che si buttano in strada, ci si imbatte spesso in carretti trainati da asini, deputati alla raccolta dei rifiuti. Ci sono anche camioncini più adatti ma sono davvero rari, specie dopo gli attriti che si sono formati con l’autorità di Al-Fatah che governa in Cisgiordania, la quale ha tagliato i fondi destinati ai salari dei dipendenti pubblici .

Ora, proviamo a pensare a 2 milioni di persone rinchiuse in una scatola che producono tonnellate di spazzatura al giorno, raccolte dalle strade da carretti trainati da pochi esili muli: una missione a dir poco impossibile. E infatti tutta la Striscia è sovrastata da cumuli di spazzatura. In ogni angolo ci sono sacchetti di plastica, vestiti stracciati, macerie e bicchieri di carta un tempo contenenti dell’ottimo tè arabo. Nella zona settentrionale si trova addirittura una montagna di rifiuti, una vera e propria collina tossica in mezzo alle case che causa problemi di salute enormi, soprattutto tra i più giovani. In particolare, sono in aumento i casi della cosiddetta “sindrome del bambino blu”, malattia che causa epidermide bluastra e sangue color cioccolato.

L’inquinamento viene alimentato inoltre dall’enorme quantità di combustibile usato sia dai veicoli che dai generatori necessari per produrre elettricità, altrimenti quasi inesistente. Così milioni di galloni di benzina vengono usati unicamente per alimentare le strutture ospedaliere sempre sovraffollate da feriti. Dalle strade alla spiaggia, le città sono sporche.

È sporca la terra e l’acqua, sia quella corrente che quella del mare. L’acqua potabile è fruibile unicamente tramite bottiglie di plastica che producono ulteriore spazzatura. Tutti i prodotti importati a Gaza, e quindi anche le bottiglie di plastica, sono selezionati dall’occupante di queste stesse terre: ciò garantisce un flusso corrente di denaro allo “Stato” d’Israele. Furbi eh! Le coltivazioni si direbbero all’avanguardia considerando che non vengono usati pesticidi e, per ovvi motivi, tutti i prodotti sono a chilometro 0. Il problema risiede ancora una volta nell’acqua, sia delle tubature che del terreno, reso in gran parte incoltivabile da Israele durante l’operazione Margine Protettivo del 2014 .

La poca acqua piovana che cade sui tetti di Gaza viene accumulata in grandi cisterne, spesso vecchie e sporche. Le tubature di tutta la Striscia si riversano nel mare, inquinando le spiagge e l’habitat marino, costringendo i pescatori gazawi a spingersi oltre il blocco navale di Israele delle 6 miglia o, per non rischiare la vita, a pescare in un’acqua sporca. La spazzatura è quindi l’ennesima oppressione a cui sono costretti gli abitanti di questa terra già martoriata dallo stato d’occupazione.

A tutta questa drammatica situazione si aggiungono le numerose tasse a cui gli abitanti della più grande prigione a cielo aperto del mondo devono sottostare. Sulle loro spalle grava infatti un intricato sistema fiscale per il quale si trovano a pagare tributi sia agli israeliani che ad Hamas che al governo di Ramallah, portando il costo della vita a livelli altissimi; considerando che circa il 70% della popolazione vive sotto la soglia di povertà, di cui la maggior parte nei campi profughi, la pressione fiscale costringe le fasce più indigenti in condizione di ulteriore povertà. Nonostante le numerose tasse pagate, i gazawi non ne vedono un ritorno nelle infrastrutture e nei servizi. Non esistono vere e proprie discariche né impianti di smaltimento dei rifiuti. L’unica soluzione ad oggi è l’intervento di investimenti esteri o l’impegno di varie associazioni: solo da pochi anni è in costruzione una discarica grazie ai finanziamenti della Banca Mondiale e, ogni anno, volontari da tutto il mondo vengono a pulire le spiagge e ad insegnare metodi di riciclo dei rifiuti.

I gazawi si ritrovano quindi schiacciati da una parte dalla terza potenza militare al mondo, dall’altra da una terra trascurata e malsana, spesso causa di problemi sanitari. Non esiste una coscienza collettiva nel cercare di risolvere il problema superando la condizione di oppressione, ma è altrettanto vero che l’occupazione e la guerra impedisce in termini materiali di risolvere la situazione ed è, di fatto, la strategia con cui da decenni Israele tiene in pugno la Palestina.

Tag:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *