Arbe, campo di concentramento fascista in Yugoslavia

Ogni anno ci troviamo a fare i conti con quanto spazio il neofascismo ha conquistato all’interno delle istituzioni e come le utilizza per crescere e rafforzarsi. Se durante tutto l’anno potremmo anche non accorgercene, in giornate come quella di ieri proprio non possiamo fare finta di niente.
Il giorno del ricordo dovrebbe tutti gli anni impiegare il 10 febbraio nell’attuazione di un processo di costruzione della memoria storica ma per i limiti giuridici di come è stato istituito oltre ai vizi ideologici che ne hanno portato l’istituzione altro non produce che il processo inverso; ci troviamo a dover fare i conti con la rimozione di una parte delle vicende del confine orientale decisamente più complesse di come vengono celebrate.

La parte meno indagata della questione resta sempre la stessa, relativa a ogni storia coloniale italiana. Sembra che al contrario dei propri alleati l’esercito italiano e le camice nere, il braccio armato del governo fascista, abbiano imposto con le buone o tutto sommato con poca violenza e uno spargimento contenuto di sangue la propria supremazia sui territori occupati. L’annessione delle terre slave cominciata da prima della seconda guerra mondiale è segnata da atti intimidatori, imposizioni violente della cultura dominante su quella locale, roghi ai luoghi che rappresentavano il passato di quelle terre, aggressioni fisiche oltre che ideologiche declamate dai balconi e dalle colonne dei giornali di regime. La guerra che consegue da questo modo di esercitare il potere non ha risparmiato alla popolazione e ai partigiani l’internamento nei campi di concentramento costruiti dal fascismo su territorio slavo.

L’azione di guerriglia odonomastica sulla via di Milano che porta il nome dell’isola dove il campo di concentramento è stato costruito si muove in questa direzione. Ristabiliamo la verità sullo spazio urbano occupato dalla Storia che non vogliamo sia celebrazione del dominio e della sopraffazione, altre parole per definire la celebrazione del fascismo che troppo spesso l’odonomastica cittadina ricorda. È necessario ricordare che quell’odonimo celebra uno sterminio. È una parte della storia che ci accompagna tutti i giorni quando attraversiamo via Arbe, piazzale Istria, via Pola.

Ciò che ci celebra come popolo di martiri o di mediocri vincitori è qualcosa che non ci convince, è una parte della Storia viziata dalla nostalgia del revanscismo e dall’ipocrisia del neofascismo. Ciò che ricorda i crimini del nostro passato fascista e coloniale mette in equilibrio noi stessi e la nostra memoria. La guerriglia odonomastica è lo strumento privilegiato per pensare la Storia e colpire dritto al centro dello spazio delle nostre vite.

Collettivo ZAM

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