MayDay 2013 – STAYZAM

mayday2013Un po’ di anni fa, era il 2001, il 1 maggio sotto una pioggia battente nacque la May Day Parade.

5000 persone iniziarono a narrare di una figura mitologica: la/il PRECARI@.

Nel 2013 la precarietà è diventata un po’ più che una parola e un immagine, è diventata un fattore che sovradetermina le vite di tutti.

La May Day non può più essere la stessa cosa. Il periodo di narrare e imporre un concetto è finito.

La May Day non può che essere un momento di rivendicazione e di pressione su quei pezzi di ragionamento che possono stressare il potere dominante e metterlo in difficoltà, oltre che andare ad attaccare direttamente la trasformazione del territorio che altro non è se non la declinazione delle politiche speculative che da un parte distruggono welfare, diritti e possibilità e dall’altra distruggono territori e spazi sempre nel nome del guadagno.

 

Il diritto al reddito (diretto ed indiretto), come elemento di conflitto nei confronti di politica ed economia, diventa il centro del nostro primo maggio, il primo maggio di chi sta in basso e subisce e paga giornalmente la crisi, già prima della crisi.

 

All’interno della crisi la riappropriazione di spazi è una delle modalità con cui possiamo prenderci direttamente una parte di reddito riuscendo a prenderci un pezzo delle cose che ci vengono tolte e sottratte e che diventano un lusso.

Questo è il nostro modo di declinare la may day 2013:

Riappropriamoci di Reddito

Difendiamo gli spazi sociali

 

E’ ormai palese ed evidente che la gestione di questa crisi strutturale del capitalismo finanziario da parte dei principali attori che l’hanno creata ha avvitato i paesi dell’Eurozona in una spirale recessiva che dispensa povertà, precarietà, disoccupazione e frammentazione sociale. 

I centri finanziari di accumulazione di ricchezza, utilizzando il dispositivo di controllo della speculazione sui debiti sovrani degli Stati, hanno messo in moto un meccanismo volto a prolungare l’esistenza di un sistema, il neoliberismo, destinato inesorabilmente ad implodere, presto o tardi, con il duplice scopo da una parte di drenare verso l’alto quanto più ricchezza possibile (con fiumi di denaro iniettato dalla BCE nei forzieri delle banche, alle misure di austerity, alle grandi opere quali ad esempio l’EXPO e il TAV), dall’altro di governare la transizione per continuare ad esercitare una posizione dominante. E questo, naturalmente, con la totale collusione delle classi politiche, che formalmente danno ancora un senso a parole come democrazia e sovranità, ma che invece sono responsabili dello svuotamento totale del loro significato. Gli ultimi sviluppi istituzionali rendono infatti evidente come i partiti, nessuno escluso, siano solo funzionali alla riproduzione dell’ordine sociale esistente.

In questo contesto, ogni giorno vengono diffusi dati che ben fotografano la drammatica situazione di impoverimento sociale di tutti i paesi del Sud Europa (ma ora che il famoso contagio sta realmente prendendo piede pochi potranno dirsi al riparo), con l’intento di preparare il terreno per ulteriori sacrifici da richiedere a chi la crisi la sta ormai pagando da cinque anni.

Ma questi dati, se ce ne fosse ancora bisogno, indicano invece che la strada da intraprendere è radicalmente un’altra. E’ fondamentale, quanto necessario, mettere in pratica dei percorsi concreti di riappropriazione di reddito, diretto ed indiretto, da contrapporre diametralmente all’attacco alle nostre vite messo in atto da governi e poteri economici. Per quanto riguarda la rivendicazione di reddito diretto, è necessario riappropriarsi dal basso di questo discorso, storicamente portato avanti dai movimenti, rovesciando i tentativi messi in atto dalle classi politiche, in primis dal movimento 5 stelle, con l’intento di neutralizzarne il potenziale conflittuale e di trasformazione sociale. Ora che uno spazio pubblico di dibattito attorno a questo tema si è aperto, è compito dei movimenti saper cogliere e mettere in atto il potenziale ricompositivo di questa rivendicazione per poter finalmente liberare le nostre vite dal ricatto della precarietà e autodeterminare il nostro presente e il nostro futuro.

Altrettanto importanti e necessari sono i percorsi di riappropriazione di reddito indiretto, che permettono di sottrarsi dalla mercificazione totale che pervade le nostre vite. Un ruolo fondamentale in questi percorsi viene svolto dalle occupazioni e dagli spazi sociali autogestiti, a partire da quelle abitative che permettono una riappropriazione diretta di un diritto, quello della casa, sempre più decimato dalle misure di austerity, agli studentati occupati che, oltre a dare una risposta diretta contro chi specula sull’istruzione, sono catalizzatori di contaminazioni fra soggetti sociali diversi ma accomunati dagli stessi bisogni. Per finire agli spazi sociali che, con i servizi offerti in spazi restituiti alla città e sottratti alla speculazione ed alla rendita, liberano quotidianamente reddito e, quindi, tempo. Tempo da dedicare a se stessi, ai propri desideri. Spazi sociali motori di conflitto e incubatori di processi di soggettivazione.

Ecco, questo è ZAM per noi. Questo è ZAM per Milano. Ma non per tutti evidentemente, non per coloro che governano questa città, occupati più a soddisfare gli interessi dei soliti poteri metropolitani che a trasformare questa città dopo vent’anni di destra. Un’amministrazione comunale durante la quale ci sono stati più sgomberi che nell’ultimo anno della giunta Moratti e che resta muta ed immobile di fronte alla richiesta di sgombero di ZAM da parte della proprietà.

Ma ZAM resiste e NOI con esso. Difendere ZAM vuol dire credere nell’autogestione e nella partecipazione diretta. Difendere ZAM vuol dire immaginare una società libera dai ricatti e organizzarsi concretamente per realizzarla.

STAY ZAM

REDDITO PER TUTT*

 

 

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