Milano senza Spirit: chi determina il progetto di città?
La chiusura dello Spirit de Milan non è soltanto la storia di un locale che abbassa la serranda. Sarebbe un errore leggerla come l’ennesimo episodio di nostalgia milanese, il rimpianto per una città che non c’è più. Il punto è un altro: la chiusura dello Spirit racconta una città che sembra aver rinunciato a pensare se stessa.
Negli ultimi anni Milano ha assistito a una lunga sequenza di chiusure, sgomberi, sfratti e trasformazioni urbane. Situazioni diverse tra loro, certo. Storie che non possono essere sovrapposte meccanicamente. Ma che finiscono per comporre un quadro comune. Lo Spirit de Milan oggi, il Leoncavallo ieri. E poi Le Scimmie, la Hoepli, il Museo del fumetto, il Capolinea, il Rolling Stone, il Ciak, lo Smeraldo, Casa Loca, la Casa 139, la Salumeria della Musica, il Trottoir, la Blues House. Ogni volta cambia il contesto, ma il risultato appare sempre lo stesso: un luogo di aggregazione scompare e il suo destino viene affidato alle logiche del mercato immobiliare.
La domanda che dovremmo porci non è soltanto cosa chiude. La domanda è cosa arriva dopo e, soprattutto, chi lo decide.
Perché una città è, o dovrebbe essere, il luogo della mediazione politica. Lo spazio in cui interessi differenti si confrontano e trovano un equilibrio. È il terreno sul quale un’amministrazione pubblica definisce priorità collettive, tutela funzioni sociali, immagina il futuro urbano. Quando invece la sorte di ogni spazio viene determinata esclusivamente dal valore economico che può generare, la politica arretra e lascia il campo alla rendita.
In questa Milano si é affermata una logica semplice: ciò che non produce profitto immediato è sacrificabile, non c’è una visione di prospettiva.
Chiude una libreria? Sarà il mercato a decidere cosa farne. Viene sfrattato un museo? Sarà il mercato a trovare una soluzione. Viene sgomberato un centro sociale? Sarà il mercato a stabilire quale utilizzo sia più conveniente. Chiude un locale storico? Ancora una volta sarà il mercato a scegliere.
Ma allora dov’è il progetto urbano? Dov’è la visione collettiva? Chi governa davvero le trasformazioni della città? Chi stabilisce quali funzioni meritano di essere preservate perché producono socialità, cultura, relazioni e non soltanto valore immobiliare?
La vicenda dello Spirit de Milan colpisce proprio perché riguarda uno di quei luoghi difficili da misurare con i parametri della redditività. Non era soltanto un’attività commerciale. Era uno spazio attraversato da migliaia di persone. Un luogo nel quale si costruivano relazioni, si ascoltava musica, si organizzavano iniziative culturali, si produceva socialità. Una di quelle infrastrutture immateriali che permettono a una città di essere qualcosa di più di una somma di edifici.
Una chiusura non riguarda soltanto un cancello che si abbassa, ogni stop é solo un altro start, ma quello start cosa genera e chi riguarda? Riguarda abitudini che si interrompono, incontri che non avverranno più, tavoli che resteranno vuoti, volti che smetteranno di riconoscersi. Riguarda quella città che esce di casa la sera non per consumare un prodotto ma per vivere uno spazio condiviso.
Ecco perché il problema non è lo Spirit in sé. Il problema è la tendenza che rappresenta.
Milano continua a inaugurare grattacieli, showroom, spazi multifunzionali dal nome inglese, quartieri disegnati per attrarre investimenti internazionali, data center e settimane della moda, del cibo, e di ogni cosa possa portare soldi e turisti. Nel frattempo però si restringe lo spazio per tutto ciò che genera comunità senza trasformarsi immediatamente in profitto. La città sembra sempre più capace di attrarre capitali e sempre meno capace di trattenere relazioni.
Si parla spesso di inclusività, innovazione, rigenerazione urbana. Ma quale inclusività può esistere in una città che diventa economicamente inaccessibile per quote crescenti di popolazione? Quale rigenerazione è possibile se i luoghi popolari vengono sistematicamente sostituiti da funzioni rivolte a chi possiede maggiore capacità di spesa? Da Milano non escono più artiste e artisti, scrittrici e/o scrittori. È la copia della copia di qualcosa fatto altrove.
Non si tratta di opporsi a ogni trasformazione, ma ad un idea di città. Le città cambiano e devono cambiare, certo, ma in che direzione? La questione è chi beneficia di quel cambiamento e chi ne paga il prezzo.
Da anni Milano sembra muoversi in una direzione precisa: la centralità della rendita immobiliare e dell’attrazione di turisti come principale criterio di organizzazione dello spazio urbano. Una città pensata per essere acquistata, valorizzata, rivenduta. Sempre meno una città da abitare e sempre più una città da consumare.
In questo senso il passaggio dal Leoncavallo alle operazioni dei grandi fondi immobiliari non è soltanto una coincidenza temporale. È il simbolo di un modello urbano che considera gli spazi collettivi un ostacolo da superare piuttosto che una risorsa da valorizzare.
Per questo la chiusura dello Spirit de Milan non può essere archiviata come una semplice vicenda immobiliare. È un segnale politico. L’ennesimo. Ci parla di una città nella quale il diritto alla socialità, alla cultura e all’aggregazione viene progressivamente subordinato alle esigenze della valorizzazione economica.
E se questa traiettoria non verrà contrastata, attraverso il conflitto sociale, la mobilitazione culturale e l’intervento della politica che si decida a non subire i poteri economici, il rischio è evidente: non assisteremo soltanto alla chiusura di altri locali o di altri spazi sociali. Assisteremo alla definitiva archiviazione di un’idea di città collettiva.
Una città aperta, popolare, mescolata. Una città nella quale il valore di un luogo non si misura soltanto dal prezzo al metro quadro.
Una città viva.
di Andrea Cegna
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