Dobbiamo davvero festeggiare per la chiusura delle pagine Facebook di Casapound e Forza Nuova?

È di appena questo pomeriggio la notizia che Facebook ha bloccato tutti i profili dei principali esponenti di Casa Pound e Forza Nuova, incluse le pagine di riferimento dei due partiti. Azzerato un bottino di centinaia di migliaia di follower, che aveva aiutato particolarmente Casa Pound a godere di una discreta visibilità negli ultimi anni. Nella società dell’informazione, i social network sono uno dei principali strumenti con cui si può veicolare il consenso politico. Se prima per parlare ad un pubblico così vasto dovevi sperare nell’ospitata televisiva o nel giornalista amico, ora è possibile coltivare sull’arena virtuale un bacino di utenze che conta milioni di persone, con cui comunicare direttamente, costantemente, senza filtri, dicendo quello che si vuole e come si vuole. Questo cambiamento è tanto radicale da poter essere paragonato all’ascesa e all’importanza che hanno avuto i mass media in politica lo scorso secolo, il problema è che forse non ce ne si rende ancora conto.

Tornando a Casa Pound, moltissimi festeggiano, chiunque che come noi abbia una bolla Facebook che pare sempre di vivere in Russia dopo la Rivoluzione d’ottobre, non può non aver notato il tripudio di sfottò, le decine di post celebrativi e in generale un’euforia collettiva che ha lasciato poco spazio ad analisi più approfondite. Che dire? Chi più di Di Stefano con le lacrimucce che parla di censura, democrazia e libertà di espressione, si presta ad essere così tanto bersagliato da raggiungere il limite del cyberbullismo. La fine di Casa Pound sui social in sé non può che essere una cosa positiva. Eppure questa vicenda mette in luce gli aspetti più tetri del ruolo e del potere di cui godono i social media oggi. Lungi da noi voler difendere Casa Pound e la libertà d’espressione con giustificazione del tipo: “se si candidano alle elezioni anche loro hanno il diritto a parlare”. Quel che si vuole sottolineare è piuttosto il fatto che Facebook sia una piattaforma privata, che non deve rispondere a nessuno se non a sé stessa, e che ha il potere incontrastabile di decidere la buona o la cattiva sorte di qualsiasi esponente politico (rendendosi responsabile, tanto per fare un esempio, di pesanti limitazioni di una serie di profili di chi, per esempio, sostiene la lotta dei Curdi). Senza alcun filtro istituzionale, senza alcuna possibilità di controllo, senza dover giustificare a nessuna forma di autorità statale le proprie decisioni. Se da un lato Facebook è in possesso di una miniera d’oro di dati riguardo ai gusti e alle tendenze dei miliardi di utenti iscritti, con cui poter formulare campagne perfettamente targettizzate, dall’altro possiede la bacchetta magica con cui in via del tutto teorica può far raggiungere in maniera gratuita un qualsiasi messaggio a milioni se non miliardi di persone. In questo seno, sempre in via del tutto teorica, Facebook ha il potere di influenzare le democrazie di mezzo pianeta senza che, salvo in rari casi, qualcuno abbia mai voluto problematizzare il ruolo e l’importanza che rivestono oggi. Le televisioni e i giornali posseduti da Berlusconi impallidiscono in confronto allo strapotere di Zuckerberg. Certo, stiamo aprendo un dibattito che meriterebbe uno spazio a sé, e che non potremo esaurire con questo articolo. Di certo c’è che non possiamo più ignorare l’importanza di  inserire nella nostra agenda politica la trasformazione delle piattaforme di advertising da privato a comune. Se con un po’ di malafede pensassimo a quanto già oggi la cittadinanza è passibile a manipolazioni da parte di chi è in possesso delle piattaforme di advertising, sembra già di vivere in una puntata di Black Mirror. Tutto ciò nel futuro non potrà che peggiorare.

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