[DallaRete] Ciro era un ragazzo di curva, molto più che un eroe

 

imageA final, Cerò, a me non me ne fotte di stabilire se sei un eroe. E pure se non ti conoscevo, penso che non te ne sarebbe fottuto nemmeno a te. Ti saresti limitato a fare uno di quei sorrisi belli, a figli’e ‘ndrocchia, che in questi cinquantatré giorni tutti quanti a Napoli abbiamo imparato a riconoscere e ad amare. Per me, onesto, più che altro eri un ragazzo di curva.

Quelli che la prima volta che ci siamo andati, con nostro padre o uno zio, con un fratello maggiore, mano nella mano mentre salivamo quelle scale, ci siamo sentiti il cuore esplodere nel petto da bambini. E poi il giorno dopo, un po’ più uomini, più grandi, persino un po’ più alti, mentre lo raccontavamo a scuola agli amici che ci guardavano con ammirazione, pazzi di invidia.

E poi è arrivata la prima volta che ci siamo andati da soli. Scugnizzi da ogni parte di Napoli e della provincia, con la sciarpa annodata stretta al collo e le raccomandazioni dei nostri preoccupati genitori lasciate alle spalle con un sorriso. Io l’ho fatto e sono sicuro ca l’he fatt pur tu. E poi la prima trasferta, il panino diviso in dieci, la frittata di maccheroni preparata dalle nostre mamme, la bottiglia d’acqua che passava di mano in mano, a quelli che non esitavamo a considerare fratelli pure se non li avevamo mai visti.

Per esempio, io mi ricordo che ero stato due settimane per la prima volta a Milano e il Napoli giocava a Pisa. Era settembre del 1982. I due amici che erano con me non ne vollero sapere di aggregarsi. Uno era juventino, l’altro disinteressato al pallone. Perciò scesi da solo dal treno a Firenze alle quattro di mattina, poi presi il regionale per Pisa. Avevo in tasca duemila e trecento lire, tutte spicci. Arrivai alle sei e qualcosa. In stazione c’era un ragazzo di Poggiomarino che lavorava a Torino e aspettava il treno da Napoli dove c’erano i suoi amici.

Quel giorno mi adottarono, e le mie duemila e trecento lire tutte spicci mi bastarono per mangiare, bere, fare il biglietto, visitare la torre pendente e per fortuna non fumavo, avrei iniziato a farlo l’anno dopo. Ma quel giorno, che perdemmo pure, scoprii che noi ragazzi di curva sapevamo essere fratelli. Sì, pure quando non ci eravamo mai visti prima e non ci saremmo rivisti più. Come quel gruppo di ragazzi di Poggiomarino che abbraccio idealmente stanotte, a distanza di seicento chilometri e trentadue anni dopo.

Noi facciamo cose che pochi altri capiscono, e che nemmeno ce ne fotte più di tanto di spiegare, perché come si dice in curva: chi c’era sa. E tu il 3 maggio potevi tirare dritto e non andare in soccorso del pullman del Napoli Club Milano, ma hai fatto una di quelle cose che pochi altri capiscono e che a noi non ce ne fotte proprio di spiegare. Perché quella curva che ci esplode negli occhi la prima volta che da bambini saliamo l’ultimo gradino, poi diventa la nostra seconda famiglia.

Perché i cori, le polo con i righini, i tatuaggi, i battimani, i panini divisi in dieci, le bottiglie d’acqua che ci passiamo di mano in mano, le migliaia di chilometri che abbiamo percorso per sostenere il Napoli persino a Sassari e a Gela, a Bucarest e a Torino, a Milano e a Liverpool, diventano una seconda pelle. Diventano uno striscione chilometrico e la voce di trentamila persone che unendosi in una sola voce ti ha salutato per l’ultima volta, sotto il colonnato di Scampia. Dopo che ti aveva ucciso uno che non era come noi.

E pienz, Cerò, ci stavano pure i laziali e gli interisti, i viola e un veronese, mi devi credere, li ho visti con i miei occhi, un vecchio milanista e tanti altri di altre tifoserie. E poi i genoani e i catanesi, la sciarpa del Borussia, gli anconetani e i tarantini, i nocerini. Sopra di noi, la scritta impressa nel marmo diceva: quando la felicità non la trovi, cercala dentro. E noi da queste parti lo abbiamo fatto sempre,tu ‘o ssaje, perché da queste parti la felicità non è che si trova a ogni angolo di strada.

Sotto ci stava lo striscione che ti chiamava eroe, ma io, fra i cori e i tatuaggi, con uno striscione che andava da una parte all’altra dell’enorme piazza, ho pensato che eri solo un ragazzo di curva.

Uno come noi.

E poi mi sono perso nel tuo sorriso, sotto il sole impietoso di un giorno qualunque d’estate.

Senza la forza di dirti addio.

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