[DallaRete] Oakland, May Day 2015

coreIn California portuali, studenti, comitati e associazioni della Baia hanno trasformato la May Day di quest’anno in un social strike volto a spezzare l’intreccio di ingiustizia economica e razziale radicato nella società americana. Il racconto dalla piazza del nostro inviato.

È stato un lungo primo maggio in nord California. Azioni, picchetti, rallies, cortei più tradizionali e selvaggi si sono alternati dalle prime ore della mattina fino a tarda notte, coprendo l’intera area della “grande” Baia di San Francisco. La mobilitazione è andata sotto l’hashtag #ShutItDown, con riferimento all’eccezionale chiusura del porto di Oakland, le cui attività sono state interrotte dallo sciopero dei portuali.

Ebbene sì, sciopero! La festa del primo maggio è stata fondata qui, negli Stati Uniti; ma proprio qui è stata anche abolita, in favore del più blando “labor day” (primo lunedì di settembre), un’altra festività del movimento operaio nord americano, priva però del portato di radicalità socialista e internazionalista della May Day.

La giornata è iniziata alle 7.30, fuori dalla stazione del treno di MacArthur, Oakland. Obiettivo: il blocco dei Google bus, gli autobus delle aziende dell’industria informatica (non solo Google in realtà, ma anche Facebook, Apple, ecc.) che trasportano quotidianamente i loro giovani impiegati verso laboratori e uffici della Silicon Valley, 50 km a sud di San Francisco. Arrivato alla fermata mi sono unito alla centinaia di militanti che sotto il sole californiano attendevano questi confortevoli bus privati a due piani, simbolo dell’invadenza del Capitale “social” nella Baia, un’invadenza che da virtuale sta diventando fisica, spaziale.

Negli ultimi 5 anni, il boom del tech ha letteralmente stravolto il mercato immobiliare dell’intera Baia, facendo lievitare il prezzo degli affitti ad un livello intollerabile per i vecchi residenti. San Francisco e Oakland sono le città più sotto attacco della violenza dei processi di gentrificazione messi in atto da questa colonizzazione del territorio da parte degli strapagati impiegati di Zuckerberg & Co. Tra il 2010 e il 2014 il numero di ingiunzioni di sfratto a San Francisco si è quadruplicato colpendo in modo massiccio aree popolari come il quartiere ispanico Mission, che infatti è l’epicentro della resistenza del movimento evictionfreesf.org.

Oakland subisce un processo simile, aggravato dall’afflusso della piccola classe media di San Francisco che, non riuscendo più sopportare il costo della vita in città, si trasferisce nella East Bay. Persino West Oakland, quartiere storico di residenza della comunità afro-americana e simbolo delle lotte degli anni Sessanta, è oggi in via di gentrificazione.

L’interruzione di questi autobus avviene periodicamente con azioni convocate in modo informale, è un atto di resistenza dal basso e di riappropriazione della città da parte del 99% degli abitanti contro quell’1% che la vorrebbe venduta agli impresari della Silicon Valley. Solo uno di quei bus è poi passato per la fermata di MacArthur, ma è stato prontamente respinto dal picchetto degli attivisti che con il loro striscione hanno mandato un messaggio piuttosto chiaro al mittente: “Fuck Off Google”. Allertati dai blocchi, molti dei Google bus hanno cambiato rotta per la giornata… “per oggi quindi finisce qui” , mi ha spiegato una ragazza, “ma la prossima volta non ci saranno preavvisi”.

Il secondo appuntamento della May Day, forse il più importante della giornata dal punto di vista politico, è stata la manifestazione promossa dall’unione sindacale dei portuali di Oakland (ILWU Local 10), un lungo corteo di lavoratori, studenti e abitanti della città che in mattinata ha marciato dal porto verso la piazza del comune. Lo sciopero non è stato indetto su vertenze di natura sindacale o economica, ma specificamente per chiedere la fine del “terrore” della polizia. La Local 10 ha una composizione interna largamente afro-americana e una lunga storia di lotta contro l’ingiustizia razziale.

Già nel 2010, ad esempio, il porto di Oakland era stato bloccato per chiedere giustizia per Oscar Grant, un giovane afro-americano ucciso un anno prima da un poliziotto bianco con un colpo di pistola alla schiena mentre si trovava ammanettato, faccia a terra, nella stazione della metro di Fruitvale. La scelta di bloccare quest’anno il porto di Oakland si inserisce nel quadro di omicidi di cui siamo tutti a conoscenza—da Ferguson a Charleston, fino a Baltimora—ai quali si aggiungono casi locali meno noti, come quello recente del giovane ispano-americano ‘Pedie’ Perez, nipote di un operaio della Local 10.

Ma il concetto di “terrore poliziesco”, una sorta di espansione semantica del vecchio “police brutality”, non allude solamente agli omicidi; l’espressione racchiude tutte quelle pratiche di repressione quotidiana (controlli, fermi, ecc.) di cui sono oggetto le minoranze di colore in virtù del loro “profilo razziale”, che agli occhi della polizia troppo di frequente equivale a quello di un sospetto criminale.

I dati sul fenomeno di “incarcerazione di massa” delle persone di colore negli Stati Uniti sono circolati molto anche in Europa: il 60% della popolazione carceraria è composta da afro-americani e ispanici, malgrado questi non rappresentino che il 30% della popolazione del paese. La sociologa Michelle Alexander, in un libro di qualche anno fa, l’ha definito un “nuovo Jim Crow”, cioè un nuovo sistema di discriminazione razziale, operante de facto mediante il dispositivo del codice penale e, in particolare, il rafforzamento delle pene per quei crimini (spaccio innanzitutto) che vedono coinvolti i gruppi più poveri, e quindi tendenzialmente “non-bianchi” della popolazione.

Il rally che si è tenuto alla fine del corteo, con interventi delle diverse realtà organizzate partecipanti, ha trasmesso tutta la forza della coalizione tra “community” e “labor” (come dicono qui) che ha animato la May Day. L’unione tra i portuali, gli studenti, e la più ampia comunità di comitati e associazioni della Baia ha di fatto trasformato la May Day di quest’anno in una forma di social strike, unica risposta adeguata, sotto il profilo dei rapporti di forza, a spezzare l’intreccio di ingiustizia economica e razziale che è radicato nella storia della società americana. Tra un intervento e l’altro c’è anche stato il tempo di un freestyle di Boots Riley dei The Coups, pronti come sempre a tradurre in musica le lotte di Oakland, da Occupy fino agli scioperi dei lavoratori dei fast food.

In serata, infine, un corteo selvaggio di alcune migliaia di persone ha attraversato il downtown di Oakland, “sanzionando” le banche dislocate sul percorso e bloccando il traffico quasi fino alla mezzanotte. La composizione della manifestazione in questo caso era decisamente più giovane e politicizzata, un po’ erede delle lotte di Occupy e un po’ della radicata comunità anarchica della città.

A differenza del 2012, quando erano stati necessarie alcune forzature sui cordoni della polizia per uscire dalla piazza centrale, la parade quest’anno è riuscita a invadere immediatamente Broadway street al grido classico di “whose streets? our streets!”. La rapida marcia iniziale non è bastata però a raggiungere l’agognato obiettivo della freeway 880, già bloccata qualche settimana fa in occasione del #ShutDownA14 convocato dal movimento nazionale blacklivesmatter.com. Non importa… evitando gli sbarramenti della polizia, con quella tattica di accelerazioni e sviamenti che conosciamo bene anche in Italia, il corteo selvaggio ha proseguito il suo giro per Oakland, mescolandosi alla vita notturna del venerdì sera.

Tornando a casa dopo il corteo mi veniva in mente quanto detto dal premier Renzi ad Obama nel loro recente incontro a Washington: che gli “Stati Uniti” costituiscono il “modello” da seguire per l’Italia. Lo stesso Obama, sotto sotto, sarà rimasto scioccato da questa affermazione, giustappunto seguita dai riot di Baltimora. Renzi forse non conosce bene le ingiustizie sociali di questo paese, contro cui le donne e gli uomini della May Day di Oakland si battono quotidianamente… loro sì che sono il nostro “modello”, la tenace possibilità del cambiamento in quello che resta il cuore globale del capitalismo.

http://www.coreonline.it/web/glocal/oakland-may-day-2015/

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