Lo tsunami nell’urna

prigioneDi fronte al dato elettorale abbiamo avuto tutti il nostro quarto d’ora di stupore? Bene, ora possiamo iniziare a parlare della realtà.

Queste elezioni sono state un fatto per molti versi storico. In questo senso possiamo parlare di qualcosa che si inserisce in quel nostro presente che abbiamo chiamato “tempo di rivoluzione”. Perché questo è, sul terreno del sistema politico-istituzionale, il successo ottenuto dalle liste di Beppe Grillo – Movimento Cinque Stelle: un fatto rivoluzionario. Che non ha, per dimensioni e profondità del fenomeno, precedenti nelle vicende della rappresentanza politica nei paesi occidentali, nei sistemi parlamentari del cosiddetto capitalismo avanzato del secondo dopoguerra. Si tratta perciò di analizzarlo per quello che effettivamente è, questo fenomeno. Assumendo un punto di vista esplicitamente e consapevolmente di parte, il nostro. Osando nominare alcune verità, soprattutto quelle più scomode. E sgombrando il campo da altre ovvietà, quelle più fuorvianti.

Partiamo dal fatto che siamo di fronte a qualcosa che sembra capace di mettere in discussione l’intero sistema della rappresentanza. Per trovare cose simili dobbiamo andare ai referendum storici: sul divorzio, l’aborto e in tempi recenti su acqua e nucleare.

Comunque non è uguale a ciò che è accaduto tra domenica e lunedì. I referendum, per loro natura, sono aggredibili dal sistema della rappresentanza, dai partiti, o perché ci salgono sopra, o perché comunque, data la loro natura di “istituto della democrazia diretta”, sono formalmente meno politici e meno generali delle elezioni per il governo del Paese. Si traducono in “indicazioni” di certo importanti, ma perdono il giorno dopo il loro svolgimento, quasi tutte le armi. Non è un caso che sempre, se le lotte e i conflitti non continuano, vengano disattesi, negati, calpestati.

Partiamo dalla lettura dei dati elettorali. La destra in Italia ha un peso fisiologico. Berlusconi l’ha avocata a sè perché è l’unico in grado di farlo. Preferivamo che essa si articolasse attorno a Monti, che non è un malato sessuale, ma invece uno “perbene” ? Preferivamo che lui, con Casini, Fini e magari Montezemolo organizzassero la destra sotto mentite spoglie? La presunta “rimonta” di Berlusconi riguarda il campo che, socialmente prima ancora che politicamente, ci è irriducibilmente nemico. Che della difesa del privilegio e dell’ineguaglianza fa la sua stessa ragione d’esistere. La coalizione di destra perde, rispetto alle precedenti consultazioni politiche del 2008, più del quaranta per cento dei suoi consensi. Ma, al suo interno, Berlusconi riafferma prepotentemente la sua leadership. Solo lui si è dimostrato capace di combinare neoliberismo economico e populismo postmoderno, utilizzo dei media e gestione spregiudicata della corruzione politica, costruzione cesaristica del partito e capacità di federare interessi territoriali molto diversi. Non c’è spazio per il momento nella destra italiana per una soluzione “pulita”, presentabile, tecnocratica e moderata.

Una riflessione da approfondire è quella sulla Lega, certo ridimensionata nella tornata elettorale ma che con la vittoria di Maroni in Lombardia pone dei problemi nuovi. Se da un lato c’è chi strumentalizza questa vittoria per evocare inesistenti scenari di secessione del Nord, si apre un nodo reale di discussione sulla questione soprattutto della relazione tra regioni, macro-regioni e dimensione europea.

Guardiamo allora soprattutto a quello che è accaduto in altri campi. Per la quarta o quinta volta in un ventennio (scusate, ma abbiamo davvero perso il conto!), il centrosinistra italiano si lascia sfuggire dalle mani, nell’ultimo mese che precede il voto, una vittoria annunciata che pareva scontata. Ma non si tratta qui d’insistere, come in altre occasioni, sui suoi ritardi culturali prima ancora che politici, sul deficit di comprensione delle dinamiche sociali reali e sull’ostinata resistenza a trarre da esse delle conseguenze politiche e programmatiche, sulla sequela di errori tattici e sulla, pare ormai connaturata, refrattarietà alla comunicazione come terreno di azione politica. In queste ore Bersani scopre la necessità di un “governo per il cambiamento”, insiste sull’esigenza di rovesciare “dalle alleanze ai temi” l’ordine delle priorità, indica infine i terreni di possibili “coraggiose” iniziative legislative. Alla buon’ora!

Ma un cambiamento, storico, se l’è già trovato – come tutti, del resto – nelle urne elettorali. E al prossimo passo falso, questa onda di cambiamento rischia di travolgerlo, forse definitivamente.

Cerchiamo allora di comprenderlo e di interpretarlo questo fenomeno che sconquassa il sistema politico istituzionale della Seconda Repubblica e lo proietta, definitivamente, oltre il Novecento. Senza furbeschi endorsement pervenuti fuori tempo massimo, magari nell’illusione di poter dettare, anche a questi, la “linea”! E senza assurde demonizzazioni, condite magari da “teorie del complotto” o da allusioni al “pericolo fascismo”, neppure tanto velate!

A partire appunto dalla nostra parzialità, dalla scelta che abbiamo compiuto di denunciare fino in fondo l’ “equivoco rappresentativo”, dichiarandoci estranei al terreno della competizione elettorale, ma realisticamente interessati all’esito che essa avrebbe determinato nella definizione del profilo della governance, in quanto dispositivo-controparte dell’azione dei movimenti costituenti. Ricordando, tra l’altro, come avessimo indicato la forte probabilità che, fra le opzioni in campo, emergesse pure quella dell’ “ingovernabilità” che tanto inquieta oggi la grande stampa nazionale e internazionale.

Questa parzialità del nostro punto di vista chiarisce, prima di ogni altra cosa, che il Movimento di Grillo non compete con i movimenti sociali, che si battono per una trasformazione radicale dell’esistente, sul terreno che è loro proprio: cioè quello del conflitto costituente, della pratica del comune, dell’illegalità di massa. Certo, possono esservi attivisti Cinque Stelle presenti nelle lotte contro il Tav, in questo o quel comitato territoriale che si batte contro un inceneritore o una grande opera. Ma sono lì con lo sguardo già rivolto altrove.

Non vengono a riproporci l’equivoco del “partito-movimento” di bertinottiana memoria, la truffaldina formula di “lotta e di governo”, l’apparatino del partitino della defunta “sinistra radicale” che si intesta – senza riuscirci – la rappresentanza parlamentare niente poco di meno che della “rivoluzione”. Il voto del 24 e 25 febbraio almeno questa ipotesi, nelle varie forme e sigle con cui si è in questi anni ripresentata, la seppellisce per sempre.

Anzi, proprio sotto questo profilo, possiamo individuare – anche quando i grillini agitano temi e parole d’ordine molto simili alle nostre, o addirittura mutuate direttamente dall’esperienza dei movimenti come sui beni comuni o il reddito di cittadinanza – una strutturale e irriducibile differenza tra noi e loro. Che costituisce, al tempo stesso, per noi un primo problema irrisolto e aperto: quello del rapporto tra conflitto sociale, costruzione dello spazio pubblico e democrazia diretta.

Per intenderci: nella concezione complessa e articolata della trasformazione radicale dello stato di cose presente, che abbiamo maturato almeno nell’ultimo decennio, ci siamo posti sempre la questione di mettere in campo pratiche di rottura che parlassero e coinvolgessero i molti, della relazione – abbiamo detto a un certo punto – tra “conflitto e consenso”. Abbiamo perciò immaginato che il conflitto orientato al cambiamento reale dovesse, proprio per questo, essere agito in uno spazio pubblico ben più largo di quello della nostra soggettività, e dovesse di conseguenza misurarsi con la costruzione di una democrazia assoluta, definitivamente oltre la delega e la rappresentanza. Ma l’abbiamo sempre pensato, e continuiamo a farlo, in questa sequenza causale: è la materialità delle lotte, come dispositivo costituente, che apre spazio pubblico e genera nuova democrazia, diretta e radicale.

Tralasciamo per un momento tutte le contraddizioni e le aporie dell’esperienza dei Cinque Stelle, tra cui – al di là dello stesso mantra legalitario e legalista – l’ottimistica insistenza sul carattere di per sé salvifico delle nuove tecnologie e l’ossessiva evocazione dell’ “orizzontalità della rete” giustapposte al reale utilizzo unidirezionale e verticale della rete stessa e al carattere prettamente aziendalistico della loro organizzazione interna.

Strutturalmente il discorso e la pratica dei Grillini esprime il rovesciamento speculare di quel rapporto sequenziale tra lotte e democrazia, che noi abbiamo immaginato e cerchiamo di praticare. Per loro prima viene la costruzione di spazio pubblico e pratiche di democrazia diretta, “neutre”, e da ciò consegue la possibilità del cambiamento. Ed è questa progressione che deve modificare il “sistema” a partire dall’investimento nelle e delle sue istituzioni rappresentative. Chi avrà in ultima analisi ragione? Loro o noi? E chi lo può dire?

Di certo, finora noi, nei tentativi e nelle occasioni da Genova 2001 in poi, non siamo riusciti a trovare una soluzione soddisfacente a questo concatenamento. E dovremmo chiederci più recentemente, ad esempio, perché a San Giovanni, quel 15 ottobre, quando la richiesta di elezioni immediate contro i governi tecnici e di unità nazionale poteva assumere caratteristiche di massa e forme non tradizionali di espressione, ci siamo impantanati in tutt’altro, permettendo a chi conduceva i giochi addirittura di utilizzarci per condurli alla grande.

Di certo loro, ad oggi, hanno prodotto un fenomeno che sconquassa sicuramente il sistema dei partiti, ma producendo una sorta di effetto “iper-rappresentativo”, che pare rilegittimare in ultima istanza una delega alla rappresentanza, una volta che essa si sia palingeneticamente purificata dagli elementi di corruzione che l’affliggono.

C’è un ultimo punto che ci interroga di fronte al dato elettorale di Grillo e che ci riguarda direttamente. E’ il grande tema dell’Europa. Ci rimanda anch’esso al tema della democrazia in fondo, ma apre questioni importanti di strategia. L’Europa, l’unico orizzonte che vediamo possibile, è quello che si costruirà con i movimenti, con i conflitti e le lotte, come è ovvio. Ma finora, sul piano del dibattito pubblico e politico, chi chiedeva, come fa Grillo, “referendum sull’euro”, ci appariva come antieuropeista e schierato per il ritorno allo Stato-nazione. Non è così, nel caso in questione. O meglio, forse bisogna considerare fino in fondo il fatto che l’Europa a cui ci si riferisce quando si parla di moneta e istituzioni, Banca centrale e Commissione, è quella interamente dominata dalla finanza e dall’idea neoliberale di spazio politico. Ovvero uno spazio “business oriented”, non “social oriented”. E allora perché forse non pensare che il percorso verso l’Europa che vogliamo può essere fatto innanzitutto di rotture drastiche dello stesso assetto istituzionale dell’Unione? Perché non considerare legittimo, per chi si batte per un’altra Europa, rendere ingovernabile quella che c’è, piuttosto che considerarla il perimetro già tracciato, da rendere eventualmente meno angusto? Forse per costruire, bisogna prima disarticolare, destrutturare il tutto.

Infine non dobbiamo dimenticare che è il tempo della crisi in cui viviamo che ha prodotto tutto questo e che crea contraddizioni strutturali e permanenti. Ed in questo senso instabilità, ingovernabilità, tensione istituzionale, choc, sono termini che dovrebbero far dire ai movimenti “ora è il nostro momento!” Il dibattito è aperto.

Vilma Mazza – direttrice Globalproject

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.