Precarietà formato libro (o ebook): “50 sfumature di contratto”

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Tratto da: http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/02/08/precarieta-formato-libro-o-ebook-50-sfumature-di-contratto/493259/

No, non si tratta di un improbabile sequel della trilogia sbancatutto di E.L. James, ma della provocazione lanciata dalla ReRePre alcuni mesi fa sui social network, per denunciare l’uso e l’abuso di contratti “atipici” all’interno delle case editrici. La situazione sta diventando sempre più allarmante: con la scusa della riforma Fornero, i precari dell’editoria si vedono “proporre” l’apertura di una partita Iva – ovviamente fasulla – e la conseguente esternalizzazione. Ma di questo avevamo già parlato in un post precedente. Dove eravamo dunque rimasti? Ah, sì: l’assessore Stefano Boeri aveva raccolto l’appello contenuto nella lettera aperta inviata dalla ReRePre e si era reso disponibile, tramite il quotidiano online Affari Italiani, a patrocinare un incontro tra editori e lavoratori del settore.

Come sono andate le cose. In data 22 gennaio si è svolto a Palazzo Reale un incontro tra l’assessore alla cultura Boeri, l’assessore al lavoro Cristina Tajani e alcuni protagonisti del variegato mondo dell’editoria. Presenti ReRePre e San Precario, il sindacato dei traduttori Strade, alcuni editori indipendenti, librai, imprenditori 2.0, e una nutrita schiera di redattori. Avvistati anche alcuni rappresentanti dei grandi gruppi editoriali, i quali però si sono tenuti ben lontani dal microfono perché la discussione si è subito incentrata sulle condizioni di lavoro nella filiera del libro. L’atteggiamento dell’amministrazione comunale è stato più che altro di ascolto; poche le proposte concrete: l’assessore Boeri si è espresso favorevolmente in merito all’idea di un “osservatorio che mappi criticità e situazioni virtuose nell’industria editoriale”. Sembra che questa disponibilità all’ascolto, da sola, sia stata sufficiente a indispettire parecchi (grandi?) editori.

Mercoledì 6 febbraio, nella stessa sala di Palazzo Reale, hanno preso il via i lavori per l’edizione 2013 di Bookcity, l’evento milanese dedicato alla lettura. Stefano Boeri, pur senza pronunciare la parola “precarietà”, ha ribadito la disponibilità a istituire un osservatorio sull’editoria cittadina, che non si nasconda gli aspetti meno “glamour” del mondo editoriale. Difficile farsi troppe illusioni, considerando che il comune di Milano non è certo immune dalla precarietà, anzi, e che la stessa Bookcity, nonostante la presenza di sponsor “di peso” (Eni, Intesa San Paolo, ecc.), si è basata per la sua prima edizione sul lavoro di 360 volontari (!). Resta comunque che il programma di Bookcity – a detta dei promotori – è aperto a qualsiasi proposta dal basso pervenga al comitato organizzatore entro il 31 maggio. Staremo a vedere…

Nel frattempo molti redattori – uno dopo l’altro, allo scadere dei loro contratti “individualizzati”, nel silenzio e nell’invisibilità – si vedono costretti alla partita Iva, o a restare a casa per un mancato rinnovo. E questo dopo anni di precariato al servizio dell’azienda e, nella stragrande maggioranza dei casi, senza alcun paracadute sociale. I rappresentanti sindacali non perdono occasione per lamentare le difficoltà di avviare un dialogo con le aziende quando si tratta di lavoratori atipici – a volte con esiti surreali. Lorenzo Infante della segreteria Slc-CGIL di Milano, presente all’incontro/discussione del 22 gennaio, dal palco ha riferito: “Sapete cosa ci risponde la direzione del personale di Mondadori? ‘Siamo stati illegali fino ad oggi’”. “L’azienda lo riconosce e ora cerca di pulirsi la coscienza con le esternalizzazioni”. Inoltre, sia l’assessore Cristina Tajani che la Cgil hanno candidamente ammesso che Mondadori praticamente non risponde loro nemmeno al telefono, forte com’è dell’avere il coltello dalla parte del manico e i lavoratori in pugno! Il sindacato ha consigliato ai suoi “assistiti” di accettare la partita Iva, per “garantire la continuità salariale”. Ma l’apertura della partita Iva significa per un lavoratore del settore editoriale spese e tasse aggiuntive e, soprattutto, pagamenti in ritardo, secondo i capricci dell’azienda. La condotta illegale dell’azienda dovrà dunque essere ripagata dal sacrificio dei lavoratori?

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