Ue-Mercosur: un passo indietro, cento avanti contro i territori


Gli accordi di libero scambio, soprattutto quelli con i Paesi del Sud globale come il Mercosur, vengono sistematicamente raccontati dalla politica e dalla stampa mainstream come occasioni di sviluppo, cooperazione e crescita reciproca. Una narrazione rassicurante che funziona però soprattutto come una cortina fumogena: semplifica, distorce e neutralizza il dibattito, producendo divisioni anche a sinistra e lasciando sotto traccia le reali implicazioni politiche, sociali e ambientali di questi trattati.
Ma l’accordo UE-Mercosur in che contesto si inserisce davvero? E cosa ci dice del modello di mondo che l’Unione Europea sta costruendo?

Il recente voto di rinvio alla Corte di Giustizia dell’UE da parte del Parlamento Europeo rappresenta senza dubbio una buona notizia, ma non può essere letto come una vittoria. La Commissione Europea, infatti, ha ancora la possibilità di procedere con l’applicazione provvisoria della sola parte commerciale dell’accordo, qualora almeno uno dei Paesi del Mercosur completi l’iter di ratifica.

In questo quadro, i socialisti europei hanno votato ancora una volta a favore di un accordo chiaramente controverso, giustificando la propria posizione con argomentazioni vaghe e funzionali allo status quo.
L’obiettivo dichiarato dell’accordo UE-Mercosur è la creazione di una delle più grandi aree di libero scambio al mondo, con oltre 700 milioni di consumatori. Ma mentre nelle stanze del potere si celebrano opportunità e numeri, fuori dai palazzi istituzionali la realtà appare ben diversa. In Europa e in America Latina, movimenti sociali, organizzazioni ecologiste, attivisti della società civile e soprattutto agricoltori hanno denunciato l’accordo, e i manifestanti europei lo hanno fatto in modo tutt’altro che silenzioso: proteste, blocchi, lanci di ortaggi, barbabietole e persino letame hanno accompagnato il dibattito istituzionale, mostrando lo scollamento profondo tra chi decide e chi manifesta, pur nel sostegno

«El alimento de las minorías se convierte en el hambre de las mayorías», scriveva Eduardo Galeano. È difficile trovare una sintesi migliore per descrivere l’essenza di questo accordo. Su entrambe le sponde dell’Atlantico, infatti, i beneficiari sono pochi e ben identificabili: da un lato le multinazionali europee, in particolare del settore automobilistico; dall’altro i colossi dell’agribusiness sudamericano, come la brasiliana JBS, la più grande produttrice di carne al mondo. Attori economici che vedranno ridursi i costi di esportazione e importazione, mentre il prezzo sociale verrà pagato dalla classe lavoratrice e dalle imprese locali, principalmente orientate al mercato interno.
Il risultato è un’accelerazione dei processi di impoverimento e dipendenza, con pressioni crescenti per aumentare la competitività attraverso salari più bassi, lavoro flessibile e maggiore precarietà. Non a caso il Movimento dei Lavoratori Rurali Senza Terra (MST) ha definito questo patto uno “scambio tra vacche e auto”.

Le conseguenze ambientali sono altrettanto gravi. Le stime indicano che l’accordo potrebbe contribuire alla deforestazione di circa 13,5 milioni di ettari nei Paesi del Mercosur, spinta dall’aumento della produzione agricola destinata al mercato europeo. Si tratta di un modello estrattivo e predatorio che continua a devastare territori, distruggere ecosistemi e mettere a rischio la sopravvivenza delle popolazioni indigene e delle comunità rurali. Tutto ciò avviene mentre il Brasile sta rivedendo al ribasso le proprie normative ambientali e l’Unione Europea ha rinviato l’applicazione del regolamento sull’importazione di prodotti a rischio di deforestazione, continuando a classificare Argentina e Brasile come Paesi a “rischio standard” anziché a “rischio alto”, garantendo così controlli più deboli e minori vincoli.

Nonostante il voto contrario del Parlamento europeo, il rischio rimane concreto. Ursula von der Leyen potrebbe infatti scegliere la strada dell’adozione provvisoria dell’accordo, replicando uno schema già noto: imporre scelte politiche irreversibili aggirando i processi democratici. Un precedente pericoloso che conferma come il problema non sia solo l’accordo in sé, ma il modello di governance che lo rende possibile.

L’accordo UE-Mercosur non è quindi un incidente di percorso, ma l’espressione coerente di uno scenario politico e sociale più ampio: un ordine globale di stampo neocoloniale, in cui le élite economiche e politiche si spartiscono risorse, territori e materie prime, sacrificando popolazioni e ambiente, tanto in Europa quanto in America Latina. Colpisce, in questo senso, la posizione di una parte della sinistra europea che, pur votando a favore del rinvio alla Corte di giustizia europea e mostrando preoccupazione per gli agricoltori europei, è rimasta sostanzialmente indifferente alle dinamiche predatorie che il trattato comporta sull’altra sponda dell’Atlantico.

Contro questa deriva, le proposte avanzate dalle reti sociali europee e sudamericane indicano una strada radicalmente diversa: non libero scambio, ma partenariati equi; non competizione, ma complementarietà delle produzioni; non decisioni calate dall’alto, ma partecipazione diretta dei soggetti coinvolti. Un modello fondato sulla sovranità alimentare, su tutele sociali e ambientali reali e su bisogni condivisi, non sull’ennesima espansione del profitto capitalista.

È da qui che passa il conflitto politico dei prossimi anni.

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