Cosa resta di Isis – Voci dalla Siria

Baghuz. 23 marzo 2019

Siamo sul tetto di un casa martoriata dalle bombe, da qui sopra si vede l’Eufrate. Oltre il fiume c’è una terra arida, l’Iraq. Noi ci troviamo in Rojava – la parte di Kurdistan a nord della Siria e intorno a noi c’è solo distruzione. Le case sono completamente a pezzi, ci sono trincee, tende-rifugio dei miliziani dell’Isis, carcasse di automobili appartenenti a famiglie di Daesh che hanno resistito fino alla caduta di Baghuz.
Sotto i bombardamenti americani e i numerosi attacchi delle Forze Democratiche Siriane (SDF), loro non si sono mossi, hanno aspettato la fine. Baghuz era l’ultima roccaforte di Isis, è dunque un bel giorno questo. Abu Bakr Al Baghdadi, l’iracheno autoproclamatosi Califfo nel 2014, ha perso molto terreno.

In Siria questo incubo inizia a gennaio 2013: Raqqa cade nelle mani del Califfato e già un anno dopo l’Isis ha preso il controllo dei campi petroliferi siriani nella provincia di Homs. A gennaio 2015 Isis è all’apice della sua espansione territoriale, con il controllo di un’area di 88mila chilometri quadrati, tra la Siria occidentale e l’Iraq orientale, nella quale vivono quasi 8 milioni di persone. Dopo cinque anni in cui i miliziani hanno occupato violentemente città, hanno instaurato la Sharia – la legge islamica – e hanno ammazzato indiscriminatamente chi si opponeva loro, finalmente in Siria sono sconfitti militarmente.

Un palazzo distrutto a Raqqa

Abbiamo percorso qualche chilometro in macchina per arrivare fino a quella casa. Siamo scortate dai compagni perché ci sono ancora miliziani nascosti; hanno aspettato le luci del sole per uscire allo scoperto e tentare un’ultima disperata imboscata, ma sono stati respinti in poco tempo lasciandoci la possibilità di passare. Davanti alle telecamere di tutto il mondo è stata annunciata la liberazione, mentre sventola fiera la bandiera gialla delle SDF alle spalle dei comandanti sul terrazzo di quella casa sulla riva dell’Eufrate. Sono felice su quel tetto. Anche se sto sentendo il grido sofferente di quelle terre, vedo la disperazione dei civili che sono scappati dalle loro case e la paura di bambini senza colpe sotto le bombe. Oggi è un giorno felice per l’umanità.

Ma c’è anche una mentalità da estirpare, e ancora da sconfiggere. Secondo le ultime stime, oggi nel Kurdistan siriano risiedono 41.000 donne straniere (comprese le irachene) con i rispettivi bambini che hanno vissuto con Daesh. Sono detenute nei diversi campi-prigione allestiti in Rojava, inizialmente costruiti come campi per i profughi causati dalla guerra. Abbiamo deciso di partire per girare un documentario su queste donne, per capire cosa le ha portate a unirsi e qual è stato il ruolo che hanno avuto nell’espansione di Isis.

Siamo riuscite ad entrare al Roj Camp a Derik, al Camp Ain Issa e al famigerato Al Hol Camp ad Hasakah. Mi concentrerò su Al Hol Camp passato alla cronaca per i numerosi decessi al suo interno dovuti al freddo, alla fame e alle condizioni sanitarie estremamente precarie. I permessi per entrare in questo campo e parlare con queste donne sono difficili da ottenere per questioni di sicurezza. Sono 70.000 le persone che vivono nelle tende, la maggior parte è gente rimasta senza casa in questi anni di guerra, mentre 9.000 sono invece le donne detenute con i loro figli in una zona separata dal resto del campo e presidiata dai compagni.

Il campo profughi di Ain Issa

Addosso hanno tutte drappi neri, sembrano fantasmi, figure senza forma arrabbiate, frustrate, indignate. Non amano essere riprese anche se i loro volti sono coperti dal niqab, il velo nero integrale che copre anche gli occhi. Odiano i giornalisti perché parlano male di loro, e loro – come ci tengono a ripetere in molte – non c’entrano niente, hanno sbagliato, non avevano capito fino in fondo dove stavano andando quando hanno deciso di partire da tutto il mondo per raggiungere la terra promessa ai fedeli musulmani da Al Baghdadi. Molte di loro mentono spudoratamente.

Sono rimasta colpita dai bambini biondi e dalla multi-etnicità di quel campo; sarebbe potuta essere magnifica se non fosse che si tratta appunto di un campo di prigionia, e che quei bambini stanno crescendo insieme in un un’unica grande famiglia piena di odio. Ho incontrato due donne del mio paese d’origine, il Marocco. Le loro storie si mescolano nella mia testa tra le centinaia di domande che ci siamo fatte a vicenda, l’adrenalina causata dall’ingresso dentro il campo e il contatto con queste donne pericolose.

Sì, pericolose perché in cerca di una fuga, perché odiano i curdi che le tengono imprigionate e perché nello Stato Islamico – a quanto dicono – dopotutto vivevano bene: “In Occidente c’è solo la democrazia, nel Dawla Islamiyya (Stato Islamico in arabo, ndr) invece c’era la libertà perché non eri obbligato a pagare le cose che ti appartengono di diritto come una casa o l’elettricità” .
Oppure: “Nello Stato Islamico potevamo indossare il niqab senza paura di essere giudicate o aggredite”.
E ancora: “Sono partita perché Allah lo ha chiesto a me e mio marito. Non potevamo continuare a vivere nel peccato, il Marocco è servo dei francesi. Sai perché le donne in Europa muoiono tutte di cancro al seno? Perché mangiano maiale e bevono alcool”. La nostra discussione si è interrotta con un’ultima dura affermazione: “Se domani rinascesse lo Stato Islamico io ci tornerei”.

Ognuna di loro ha almeno tre figli a non più di trent’anni, girano per il campo trascinandoseli dietro nella melma. Il fango impiastra i vestiti e le scarpe, mentre loro camminano lente, con l’abaya che svolazza. Fa freddo, le condizioni dentro sono dure. Non ci è permesso entrare nella zona delle tende per questioni di sicurezza, e quindi rimaniamo tra i due cancelli disposti per l’uscita di queste donne. Alcune di loro ci credono una ONG e ci chiedono di mediare tra loro e i compagni e le compagne curde che controllano i due ingressi. Non possono muoversi da sole fuori dalla zona presidiata delle tende, devono sempre essere accompagnate da una guardia armata. Vogliono tutte uscire però dove ci sono le postazione mediche delle ONG, qui l’Onu non c’è; vorrebbero andare al mercato, ma fidarsi di loro risulta difficile: infatti una settimana prima del nostro arrivo – oltre a un’aggressione ai danni di una troupe giornalistica francese – c’era stata anche una rivolta che ha permesso a 50 donne di fuggire clamorosamente dal campo.

La tensione è alle stelle ad ogni angolo, anche tra di loro si picchiano e litigano spesso. Hanno discusso davanti a noi perché una donna del Trinidad&Tobago si è avvicinata alle nostre telecamere a viso scoperto e ha iniziato a raccontarci che era stata ingannata da Isis. Ma non ha fatto in tempo nemmeno a iniziare il racconto che un’altra si è avvicinata e alle spalle le ha detto: “Non ti vergogni a parlare a viso scoperto ai kuffar (miscredenti in arabo, ndr)!?”. Una terza si è fatta coinvolgere e sono iniziati gli spintoni. Nel frattempo il primo cancello d’uscita è letteralmente preso d’assalto dalle donne che urlano e spingono per cercare di uscire.

Mentre ci troviamo in mezzo a questo delirio, dall’interno del campo una donna è corsa verso il cancello chiuso urlando in arabo: “Aprite!”. In braccio ha un bambino con i capelli biondo scuro, il maglioncino verde e le guance paffute rosse come il fuoco. Sta soffocando. La madre lo stringe dalle braccia aggravando la sua situazione respiratoria, urla come le altre e basta. I compagni non hanno capito la situazione finché non hanno visto il bambino paonazzo e hanno provato ad aprire il cancello, ma in quel momento tutte le donne hanno iniziato a spingere più forte. Per lunghissimi secondi il bambino si è visto sballonzolato dalla madre, dalle donne, dai compagni, dalla vita. Stava soffocando davanti a tutti. Poi la madre è stata fatta uscire e le donne spinte nuovamente dentro. E’ corsa al presidio medico ed è tornata dopo circa mezz’ora con delle medicine. Il bambino sconvolto in braccio sembrava stare meglio. Avrebbe potuto perdere la vita come uno dei 250 bambini morti di stenti ad Al Hol tra marzo e aprile.

Migliaia di bambini nei campi oggi sono apolidi, non hanno nome o età, non hanno un futuro. In quei giorni di pioggia scrosciante ne abbiamo incontrati moltissimi senza scarpe, con addosso sandali di plastica. Possono uscire dai due cancelli di sicurezza più facilmente rispetto alle madri per andare a far la spesa con carretti scassati. Al ritorno i compagni perquisiscono anche loro. Controllano che non ci siano armi, o oggetti che possono alimentare una rivolta. Nessuno di loro ha voglia di sorridere, sono tutti arrabbiati mentre arrancano tra la fanghiglia. Alcuni di loro ci salutano con il saluto jihadista, l’indice che indica il cielo, Dio.

Bambini nel campo di Ain Issa

Una compagna italiana che ho avuto modo di conoscere a Baghuz, ha descritto bene una situazione che si può solo immaginare non vivendo in guerra: “Quando abbiamo liberato la prima zona di Baghuz siamo entrati nelle case e nella tende della gente. I bambini ci insultavano in arabo mentre li tiravamo fuori dalle case con le loro madri e mentre portavamo via gli uomini, i loro padri e fratelli. Io sono anarchica, ho sempre odiato la divisa. Ho deciso di indossare quella delle YPJ perché questa è una rivoluzione a cui voglio partecipare, ma siamo soprattutto umani e ho capito i pensieri di quei bambini: nella loro testa noi siamo i soldati che li hanno allontanati dalle loro case, che hanno interrotto la loro quotidianità, che hanno ammazzato o arrestato i loro padri e che fanno soffrire in campi profughi le loro madri”.

Chi di loro ha meno di cinque anni è nato e vissuto sempre in guerra, i più grandi si sono disabituati a una vita in pace. La distruzione dello Stato Islamico per loro ha voluto dire rimanere senza una patria. Non importa se nelle città del Califfato la gente moriva incarcerata, se le esecuzioni capitali in piazza erano giornaliere, se non si viveva in tranquillità e in pace, se non andavano a scuola e passavano la loro infanzia a imparare a sparare… Quella era la loro quotidianità. Così come lo era avere una schiava yazida in casa, avere una madre completamente coperta da capo a piede, o un padre combattente. Per loro è stato normale crescere temendo la morte che cade dal cielo, perdere gli amici, i propri genitori naturali, patire la fame.

Non hanno colpe. Il futuro di queste donne invece risulta difficile da immaginare, anche chi si dice pentita esprime nei ragionamenti l’efficacia dell’indottrinamento avuto nel Califfato. Le donne di Daesh hanno avuto un ruolo importante nella costruzione dello Stato Islamico dopotutto: il controllo domestico e sociale in assenza del capo-famiglia (quando quindi è in guerra), l’arruolamento di altre donne con l’uso di internet, l’indottrinamento dei figli. Alcune di loro hanno anche combattuto nelle ultime fasi della guerra. Non sono tutte innocenti come dicono. Il destino quantomeno delle siriane può essere scelto solo davanti a un tribunale popolare in Rojava, magari a Kobane come ci ha accennato Nisrin Abdullah quando l’abbiamo incontrata: “Il segreto della forza di Daesh sta nel ruolo delle donne che sono complici di un’ideologia creata da uomini per gli uomini. Queste non sono vittime, sono persone sicuramente da riabilitare. Ma anche da giudicare. Verranno portate a una corte a Kobane e serviranno poi almeno 10 anni per risistemare le loro menti”.

La portavoce dello YPJ ha evidenziato le chiare problematiche di questa situazione: “I Paesi europei si dovrebbero chiedere perché i propri cittadini hanno deciso di partire per arruolarsi con Daesh. I loro concittadini sono diventati terroristi nelle città dove sono nati, non una volta arrivati in Iraq e in Siria. Ora dobbiamo gestire questo grosso problema insieme, perché dopo la guerra c’è sempre un’altra guerra”. Le parole di Nisrin Abdullah, portavoce dello YPJ non lasciano spazio a interpretazione. E’ chiaramente consapevole della pericolosità della situazione; sa bene che in Rojava c’è una bomba che sta per esplodere, e più passa il tempo più la situazione non può far altro che peggiorare.

A gestire questa drammatica situazione umanitaria e sociale i curdi sono da soli. Basta sapere che il Segretario degli Esteri britannico e anche quello tedesco hanno detto che è troppo pericoloso per i diplomatici recarsi in Siria, un luogo dove non ci sono consolati né ambasciate. Non esiste ancora un piano per rimpatriare donne e bambini, molti dei cui mariti sono stati uccisi. La Russia, il Kosovo e gli Stati Uniti invece hanno riportato indietro alcuni dei loro concittadini, mentre la Francia ha ritirato una manciata di orfani. L’Iraq si prepara a riprendersi la sua gente, i prigionieri di alto valore andranno per primi e saranno quasi certamente giustiziati, e le donne e bambini li seguiranno. I campi sono già in preparazione non molto lontano da Al Hol, sul lato iracheno del confine.
Al Hol è pronto a scoppiare, e questo pericolo è fin troppo sottovalutato.

*

“Cosa pensi che si debba fare con tutta questa gente del califfato ora che Isis non esiste più?”, ha chiesto Benni durante l’intervista al giovane ragazzo italiano di origini marocchine che avevamo di fronte.
“E’ difficile da capire quello che ti sto per dire”, ha risposto Monsef El Mkhayar mantenendo un tono di voce molto basso, “ma io credo che la cosa migliore che si possa fare con loro (i miliziani di Isis, ndr) sia di trattarli bene”. E’ stanco di tutta questa violenza, ha sofferto la fame con tutta la sua famiglia per 10 giorni prima di essere colpito da un missile. Ha perso l’uso di una gamba e quel giorno è stato arrestato. Parla di un incubo senza fine, crede ancora sia possibile risolvere tutto parlandone.

Monsef sui documenti è del 1995. Nel gennaio del 2015, allora 18enne, è scappato con un altro ragazzo dalla comunità Kayros di don Claudio Burgio a Milano, ed entrambi volevano combattere a fianco dell’Isis. Una volta scappato da Milano è arrivato in Turchia dove è rimasto nascosto con l’aiuto di un uomo per una settimana. Ha successivamente varcato il confine siriano ed è diventato un foreign fighter. Appena arrivato, come ci racconta, era felice perché finalmente viveva libero: lontano dalla sua storia fatta di un’infanzia difficile senza genitori, dai problemi con i parenti, lontano dal carcere. Scappa dopo essere stato contattato da un uomo su Telegram.

Ci racconta: “Facevo hip-hop ai tempi, guardavo tanti video su Fb e su Telegram. Ne stavo guardando uno, la musica mi piaceva e il video era uno di quelli di propaganda dell’Isis. Mi sono piaciuti, erano discorsi seri contro Assad e il suo esercito violento. In quel momento mi ha scritto un uomo dicendomi se volevo unirmi a loro, allo Stato Islamico. Mi avrebbero pagato un biglietto per Istanbul e aiutato a raggiungerli a Raqqa”. Cosi inizia la sua storia, è contento quando arriva. Però qualcosa si rompe, non ci spiega bene quando.

A un certo punto non vuole più stare li, se ne vuole andare e prova anche a scappare da Raqqa, ma proprio mentre è nascosto da un amico viene trovato e arrestato dai miliziani. Dopo una settimana viene liberato, c’è bisogno di uomini. Monsef dice di essersi innamorato di una curda, Marwa. Si sono sposati dopo aver convinto i genitori di lei, che allora aveva 16 anni, e hanno avuto due figli. Era incinta del terzo quando sono stati arrestati dalle SDF, ora lei sta ad Al Hol assieme a tutta la sua famiglia. Se tutto rimarrà com’è, Marwa o il nascituro moriranno di parto tra il freddo e il fango del campo. Di fronte a me ho un ragazzo più giovane che alla domanda di Benni: “Qual è la cosa che desideri di più?”, non ha risposto ‘tornare libero/tornare in Italia/riavere una vita normale’, ma ha risposto: “Vorrei vivere in mezzo al deserto con una tenda, Marwa e i miei figli e dimenticare questo incubo che stiamo vivendo”.

L’interno di una prigione di Isis

Certo, se lui come tanti altri se ne fosse stato a casa e non fosse partito seguendo il richiamo dei jihadisti, tutto questo si sarebbe potuto evitare. La sua vita sicuramente sarebbe stata migliore, ma anche la vita di tutte le persone che il suo battaglione avrà attaccato, ferito, ammazzato… Ad oggi non possiamo sapere. Dopo l’intervista ci siamo fumati una sigaretta, mi ha chiesto se in Italia si parla di lui, se sanno che si era fatto trascinare, che aveva sbagliato ma che lui e la sua famiglia erano state delle vittime di un sogno divenuto incubo; si erano illusi che si potesse vivere in pace professando la fede dei loro avi, che non ci fosse discriminazione, corruzione, che avrebbero vinto contro gli imperialismi per un’unica grande nazione islamica.

Gli ho risposto che in Italia i tempi sono marci. Anche se volesse non potrebbe ora tornare a scontare la sua pena nella sua città. “Ti devi aiutare da solo”, gli ho detto, facendogli presente che ora che lo Stato Islamico non esiste più, chi viene catturato dice la stessa cosa di tutti gli altri, ‘ho sbagliato, non ho fatto niente, non c’entro niente’. Questo non l’avrebbe aiutato, avrebbe dovuto collaborare. “Non parlano con me, mi hanno interrogato solo pochi minuti appena mi hanno arrestato. Sto sempre da solo, hai un libro in italiano?”, e cosi gli ho regalato ‘Oltre lo Stato, il potere e la violenza’ di Abdullah Ocalan.

Appena è uscito sono crollata, non ce l’ho fatta a parlare per tutto il giorno. Ho fatto fatica a capire il perché della mia infinita tristezza causata da Monsef, e del mio senso di impotenza. Fino a sera, che mi è venuto in mente un episodio di anni fa: ricordo che la prima volta che ho sentito parlare di IS non ho voluto informarmi. Sono cresciuta con la paura collettiva per l’islamico, sono cresciuta con gli attentati delle Torri Gemelle, sono cresciuta con la dicotomia musulmano-terrorista. Un amico un giorno è venuto da me e mi ha chiesto: “Cosa pensi di Isis?”, e io poco seria e poco informata gli risposi “Finalmente qualcuno che in quelle terre caccia via gli americani!”. Risate. A distanza di anni posso ringraziare la mia comunità, i miei compagni e le mie compagne, le relazioni che ho allacciato e la libertà che mi ha permesso di riuscire ad analizzare meglio ciò che era Daesh.

Voi direte, e che ci voleva? Basta guardare un telegiornale, basta leggere un articolo in più per informarsi al meglio su una questione. Ecco, non è cosi semplice per tutti. Soprattutto per chi tenta di costruire un’identità lontano dal proprio paese d’origine, per chi non ha modo di avere le stesse possibilità di chi nasce già europeo; perché magari è una seconda-generazione e gli ostacoli sono tanti da affrontare. Emarginare e discriminare il diverso non può che essere nocivo per una società.
C’è chi ha un’indole debole e cede ai soprusi attuando le stesse dinamiche che subisce. Trovate difficile immaginare un essere umano che subisce scene di ordinario razzismo, xenofobia, islamofobia convertire la propria frustrazione in odio per il bianco?

La mancanza di integrazione, la mania di creare barriere tra le persone non può che collaborare alla degenerazione dei rapporti. Ho pensato spesso a Monsef, se al posto di aver dato retta al suo smartphone avesse parlato di più con il don che ora chiede a gran voce di riportarlo in Italia e riabilitarlo. La storia di Monsef è una delle tante storie di stranieri che hanno deciso di aderire a Isis. Ci sono giovanissimi che si sono lasciati alle spalle famiglie disperate per la loro scelta; ci sono figlie in fuga dai genitori razzisti come la belga bionda con gli occhi azzurri, Cassandra Badout, che siamo riuscite ad intervistare. Nadim Houry, direttore del programma di terrorismo e antiterrorismo per Human Rights Watch, ha affermato che donne e bambini stranieri sono rimasti bloccati in un ‘vuoto legale’: Mentre il diritto internazionale obbliga i loro paesi ad accoglierli se tornassero a casa, non obbliga i loro governi a rimpatriarli attivamente, e soprattutto non esistono precedenti eguali a questo.

Bisogna infatti evidenziare che Daesh è la prima cellula islamica terroristica che non promette solo una vita paradisiaca ultraterrena una volta diventati martiri nella strada della jihad. Promette dei soldi, delle schiave e soprattutto uno Stato. Nel frattempo queste donne non sono in attesa di processo per crimini che potrebbero aver commesso, né sono libere di andarsene. Al Hol presenta all’Occidente una dura questione e diverse domande che esigono risposta, vista la delicatezza della situazione di questi campi-prigione. Quanta misericordia deve essere mostrata a un nemico che all’apice della sua forza non ne ha mostrata nessuna? E cosa ne sarà di queste donne straniere e dei loro figli ora che IS è territorialmente sparito?

Il battaglione di Baghuz

Nassi LaRage

* foto in copertina di Benedetta Argentieri

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