Il primo banco di prova sul clima per il governo italiano

Per molti è una perfetta sconosciuta, eppure la Banca Europea per gli Investimenti (BEI) è la più grande banca multilaterale al mondo, nonché la più ricca cassaforte degli stati membri.
Oltre 50 miliardi di euro di prestiti sborsati ogni anno, buona parte di cui finiti a finanziare progetti fossili in tutto il continente: gasdotti, miniere e centrali che, se non fosse stato per il generoso supporto della BEI, probabilmente non avrebbero mai visto la luce.

Con oltre 15 miliardi di euro di finanziamenti diretti alle fossili dal 2013 ad oggi, la BEI si è certamente meritata l’appellativo di nemico del clima. Il vento però sembra essere cambiato, almeno in parte.

Le ondate di proteste per la giustizia climatica hanno evidentemente fatto scattare gli allarmi nel quartier generale della BEI, in Lussemburgo, poiché ad agosto è arrivato un annuncio che sa di svolta: stop a finanziamenti ai combustibili fossili dal 2021. Ovvero, tra poco più di un anno, le multinazionali del gas, petrolio e carbone potrebbero ritrovarsi a fare i conti senza il sostegno di uno dei loro principali alleati.

Il ruolo di una banca pubblica come la BEI va molto al di là di semplice prestatore. L’approvazione di un progetto da parte di questa Banca gli garantisce una sorta di status privilegiato, nella forma di procedure d’approvazione semplificate, riduzione dei rischi politici e normativi, garanzie sui crediti, e così via. Un vero e proprio timbro di garanzia che, da un lato, rende più difficile l’opposizione a questi progetti e, dall’altro, facilita enormemente l’attrazione di capitali privati.

Un esempio su tutti è il Gasdotto Trans Adriatico, il famigerato TAP. Uno dei progetti più controversi mai approvati dalla BEI, la quale, nonostante l’opposizione delle comunità impattate in Albania, Grecia e Italia, e nonostante la sistematica violazione dei diritti umani in Azerbaigian, paese da cui proverrà il gas, ha sborsato 1,5 miliardi di euro per finanziare il gasdotto. Una volta assicurati i soldi pubblici, 17 banche private – tra cui anche Intesa Sanpaolo e Unicredit – si sono tuffate nel gasdotto.

Proprio perché il ruolo della BEI è così cruciale per l’industria del fossile, non sorprende che le loro lobby e alcuni governi stiano facendo di tutto per affossare la svolta annunciata, così da poter continuare a usufruire di risorse pubbliche per finanziare progetti estrattivisti.

La riforma infatti deve ancora essere ancora approvata dai Direttori esecutivi della BEI, ovvero dai governi degli stati membri, rappresentati dai rispettivi ministri dell’economia. Il primo incontro formale per discutere la materia si è tenuto lo scorso 10 settembre, ma senza arrivare a una decisione finale, sintomo di un conflitto interno tra i vari governi.

Contro gli incentivi al fossile durante l’ultimo Climate Strike del 27 settembre a Milano

Qualche giorno fa, invece, la BEI ha pubblicato sul proprio sito una versione rivisitata della riforma, stavolta con un linguaggio più ambiguo, che sembra voler tenere aperta la porta per i finanziamenti al gas. Nel solo 2018, le multinazionali del gas – tra cui l’italiana Snam – hanno speso circa 3 miliardi di euro in attività di lobbying a Bruxelles. Una macchina di pressione di proporzioni significative, orientata a mantenere l’Europa dipendente dal gas, costruendo una narrazione che vede questo combustibile fossile come traghettatore della transizione energetica.

Nella lista dei Progetti di Interesse Comune della Commissione Europea (ovvero progetti che beneficiano di procedure di autorizzazione e accesso a fondi europei agevolate) sono già presenti il contestatissimo mega-gasdotto “Rete Adriatica”, che attraverserebbe il paese dalla Puglia all’Emilia-Romagna, ed il “TAP Interconnector” ovvero il gasdotto che dovrebbe collegare il TAP con lo snodo della rete di distribuzione del gas a Mesagne, vicino Brindisi.

Entrambi questi progetti sono portati avanti da Snam, controllata al 30 per cento dello stato italiano, che sta spingendo affinché anche il gasdotto Matagiola-Massafra in Puglia possa beneficiare di fondi UE.

Stesso discorso per il Galsi, il gasdotto che dovrebbe collegare l’Algeria alla Sardegna, sospeso per anni dopo uno caso di corruzione che vedeva l’Eni tra gli imputati, e incredibilmente ripresentato nel corso di quest’anno come progetto di punta per l’Italia.

Il prossimo 15 ottobre, il board della BEI si riunirà nuovamente per discutere la riforma e quest’incontro potrebbe essere quello definitivo. Vista la partita che si sta giocando a livello europeo, tra i paesi del nord Europa che sostengono il taglio ai finanziamenti fossili e il gruppo di Visegrád che si oppone, il voto del governo italiano sarà decisivo.

Un passo indietro della Banca per gli Investimenti Europea assesterebbe un duro colpo all’industria del fossile, ma non sarà una riforma da sola a bloccare tutti i progetti devastanti che queste multinazionali – e gli esecutivi che le sostengono – hanno in cantiere.

Non sarà certo un goffo Green New Deal italiano a chiudere le centrali a carbone di Brindisi, Civitavecchia o Fiume Santo o a impedire la costruzione di nuovi gasdotti e altre grandi opere inutili e dannose. L’unico argine possibile a questo sistema estrattivista siamo tutte e tutti noi.

Alessandro Runci di Re:common

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