Il monologo di Leonardo Caffo alle Iene è l’ennesimo segnale che i media mainstream in Italia stanno col potere, patriarcale

Prima di leggere, qui puoi trovare il post di Crux Desperationis (che dà un quadro riepilogativo)
e la dichiarazione di Carola Provenzano, che smentiscono i contenuti infondati portati da Leonardo Caffo.


Non bisogna mai abbassare la guardia, evidentemente: Leonardo Caffo – condannato a 4 anni per maltrattamenti aggravati e lesioni gravi verso l’ex compagna, ridotti a 2 in seguito a un concordato (la natura del quale è ben spiegata dalla Dichiarazione di Carola Provenzano) – è tornato alla ribalta in questi giorni, per rioccupare lo spazio pubblico e imporre la propria versione dei fatti: lui, addirittura, da uomo violento sarebbe diventato vittima di violenza. Perché la NABA, università privata in cui insegnava Estetica, lo ha appena licenziato.

Come ricostruisce Crux Desperationis nel post pubblicato oggi, Caffo non ha mai smesso dal 2022 (anno della denuncia) di manipolare sistematicamente la verità fattuale e processuale. In questa settimana, però, ha evidentemente scelto di passare a una strategia più aggressiva, di fare un “salto di qualità”. Più di un anno fa l’ambiente culturale (dal basso, ovviamente) si era mosso contro Più libri più liberi, fiera della media e piccola editoria romana, poiché proprio Caffo era stato invitato a tenere a student* una lezione sull’anarchia, a partire dal libro appena pubblicato con Raffaele Cortina (una ricostruzione per Il Post, del periodo, di Vera Gheno). La direttrica Chiara Valerio si era pure spesa con grande enfasi in difesa di Caffo, rivendicando una forte posizione garantista (e con lei sono cadut* tant* “intellettuali”, poiché il «sorella io ti credo» a quanto pare non vale quando l’abuser è collega o amico), dal momento che la sentenza sarebbe dovuta essere ancora pronunciata (da lì a pochissimo, fra l’altro: Il 10 dicembre 2024, dal Tribunale di Milano).

Dopo pochi giorni e troppi comunicati e articoli, era stato Caffo stesso a tirare fuori d’impiccio la fiera, ritirandosi con un post su Instagram capolavoro del vittimismo, in cui alludeva a una sottrazione dal mondo radicale, con tanto di inquadratura del tatuaggio col simbolo dell’anarchia sul braccio. Post ovviamente cancellato, come il 90% dei suoi contenuti (quelli rimasti sono tutti modificati o quasi, per servire a una narrazione coerente di marginalizzato).

La contronarrativa (una vera e propria controffensiva) è cominciata tre giorni fa, con un pezzo di Giuseppe Guastella pubblicato dal Corriere della Sera, che è di fatto una collezione dell’opinione di Caffo. Nel pezzo, il processo diventa «vicenda dolorosa», che sembrava «definitivamente chiusa» dopo l’accordo, poi però è giunta la notizia del licenziamento (una «doccia fredda») per violazione del codice etico, dunque come sanzione disciplinare – anche se non è chiaro, perché NABA non ha ancora rilasciato dichiarazioni ufficiali. Il licenziamento sarebbe addirittura contro l’articolo 27 della Costituzione, poiché la pena sarebbe eccessiva e soprattutto non tendente ai principi di rieducazione e reinserimento in società.

Ma l’assurdo viene toccato con dichiarazioni che in altri tempi sarebbero state considerate quasi blasfeme, per imitatio christi: «Io, filosofo di professione, potrei insegnare non solo Kant o Hegel, ma anche la fallibilità umana, il valore del perdono, la capacità di rialzarsi e di rispettare le leggi della Repubblica anche quando non coincidono con le proprie idee. Eppure, sembra che un sistema universitario, che dovrebbe valorizzare la pluralità delle esperienze umane, scelga invece di espellere chi incarna proprio quel percorso di redenzione».
Non mi soffermo sul paragrafo successivo, poiché Caffo usa strumentalmente la figlia avuta con l’ex compagna in ottica vittimistica, un vero e proprio corpo intermedio, uno scudo che serva a “commuovere” cioè deviare la legittima rabbia delle persone (come anche sottolinea Martina Micciché nel suo ultimo video).

L’articolo, costruito con un linguaggio vittimista e sensazionalista (che si ritrova in post su Instagram di “congedo” sentimentale dall’Università), si ripete nella sostanza nel monologo che Leonardo Caffo ha fatto a Le Iene martedì 1, ieri. L’ho trascritto per evitarvi la nausea: «mi sono sempre dichiarato innocente e, in cuor mio, so di non aver commesso ciò che mi è stato contestato, ma rispetto le regole. Ho accettato la sentenza, il percorso che il giudice mi ha imposto per riprendere in mano la mia vita. Pochi giorni fa tuttavia l’istituto universitavo dove insegnavo mi ha licenziato, togliendomi il diritto più importante, quello del lavoro. E lo stipendio con cui devo, fra le altre cose, mantenere mia figlia. La magistratura mi ha dato la possibilità di andare avanti, ma la società civile mi nega il futuro. Io sono un filosofo, e filosofia significa anche questo: vivere nei grigi della vita, nella capacità di non vedere solo il bianco e il nero, nel perdono. Significa non diventare i problemi che uno ha avuto, ma farne tesoro. Mi appello alla Costituzione, alle leggi dello stato che ho rispettato quando hanno portato alla mia sentenza e a cui guardo oggi per difendere i miei diritti. Perdere il lavoro significa perdere ogni possibilità di riscatto. E questo non dovrebbe essere negato a nessuno, anche chi per la giustizia italiana ha commesso un errore».

La contraddittorietà della retorica di Caffo è nervo scoperto del suo vittimismo: nonostante sia colpevole per la legge e si dichiari severamente pentito, tanto da fondare tutto il suo discorso sul principio di rieducazione della pena (appropriandosi, senza dubbio, di molta controcultura della pratica abolizionista), “sa” di non aver commesso i fatti che gli vengono contestati. Questa contraddittorietà retorica è un’arma impugnata non solo per ribaltare il tavolo: è lui la vera vittima, adesso, non la donna che ha subito violenza (anche in virtù del suo ruolo, a quanto pare “mitico”, di padre); ma anche per fare una scommessa sulla credibilità, sul prestigio, un azzardo sull’accumulazione simbolica: proprio perché non colpevole ma colpevolizzato dalla legge, proprio perché ha accettato con saggezza la pena, deve essere considerato un grande filosofo, un testimone della redenzione, insomma un martire. Così, il licenziamento è una completa assurdità, perché priverebbe la società di un educatore rinnovato, un educatore che si è rieducato, un barbiere che si è tagliato la barba. In altre parole, e forse avrei potuto dirlo subito, Caffo sta giocando la semplice partita della riconquista del proprio privilegio.

Non gli salta proprio in mente (lo sa benissimo), che la sua narrativa dell’emarginato non combacia con la realtà dei fatti: nonostante sia stato condannato per violenze, ha mantenuto per oltre un anno il posto di lavoro in Università. Nonostante la condanna, continua ad essere ospitato a eventi, pubblicato da riviste, quotidiani, editori (per qualche tempo ha anche tenuto una rassegna stampa, dal titolo “Controcaffo”). La sua retorica dovrebbe cadere nel momento stesso in cui sono il Corriere della Sera e le Iene a dargli voce.

Senza dimenticare, come racconta Carola Provenzano, che il contenuto del concordato gli vieterebbe esattamente ciò che insiste a fare: «In base a tale accordo, io avrei concesso la mia adesione al concordato e quindi la possibilità per lui di ottenere una riduzione della pena a condizione, tra le altre, che cessasse di rilasciare interviste aventi ad oggetto il processo e, soprattutto, nostra figlia, che ancora una volta è stata da lui menzionata pubblicamente».

Ma nulla: questo perché l’asimmetria del potere patriarcale, esercitato nella relazione, ha in questo sistema garanzia di riproduzione fuori dalla relazione: sia a processo (quando si presuppone che la sopravvivente menta, piuttosto che crederle), sia ben dopo, quando, attraverso il dispositivo vittimario, ritrova continuamente valore. L’anarchia di cui Caffo si vorrebbe esponente è quella, al massimo, che si è alleata con l’ideologia liberale. È la libertà di continuare a esercitare violenza a dispetto di qualsiasi altra soggettività, a difesa del proprio privilegio.

La sua incompatibilità col ruolo di docente è la seconda questione, va da sé. Come può un uomo condannato per violenza, mantenere una funzione pedagogica, rifiutandosi di assumersi qualsiasi responsabilità? Nessun* sostiene che non dovrebbe lavorare, persino insegnare, neanche che non dovrebbe scrivere (anche se ce lo risparmieremmo volentieri): diverso però è lavorare in università o a scuola; scrivere con la garanzia quasi sempre immediata della pubblicazione; e soprattutto farlo pretendendo di mantenere la propria esposizione. Ancora: il problema di Caffo non è lavorare, il problema è tornare (o insistere, meglio) a ricoprire un ruolo di prestigio.

«La libertà di informazione non può mai trasformarsi in superficialità o, peggio, in cassa di risonanza per narrazioni infondate. Divulgare notizie senza averne accertato la veridicità, specie quando la loro non veridicità e facilmente verificabile, espone terzi a conseguenze potenzialmente gravi e irreparabili. E di questo, chi informa, deve assumersi fino in fondo la responsabilità». Così, Carola Provenzano alla conclusione delle sue Dichiarazioni. Il punto, infatti, è sempre il sistema che dà spazio a persone che usano violenza; la giustizia che costringe le soggettività che subiscono violenza a scegliere il male minore. A scegliere la prudenza o il silenzio per evitare di avere ripercussioni. La lotta qui è contro un sistema che sceglie quotidianamente da che parte stare, che soggettività portare avanti.

Che questi spazi mediatici siano stati riaperti durante il dibattito sul DDL Bongiorno e poco prima dell’8 marzo non è affatto un caso: è, con molta probabilita, uno dei tentativi sistemici di chiudere una possibilità di cambiamento femminista. Troppe volte in questi anni abbiamo osservato fino a che punto fosse profonda la complicità con il potere dei media e del giornalismo maistream. Con il monologo di Leonardo Caffo in prima serata si è aggiunta l’ennesima goccia: il vaso però è già traboccato.

di Demetrio Marra

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