SANPA, l’eroina e l’Italia della rimozione continua

Sì, anche noi abbiamo visto SANPA. E anche noi, tra i tanti, vorremmo dare il nostro contributo a qualche riflessione.

Non proponiamo una trattazione sistematica, del resto è stato già detto quasi tutto, né ci concentreremo troppo su giudizi tecnici sul documentario. A noi è sembrato di fattura pregevole, con la sua ricchezza di filmati d’epoca e l’idea vincente di rinunciare alla voce narrante, che offre allo spettatore una parziale libertà di interpretazione, seppure la narrazione abbia una sua struttura narrativa evidente, che prende per mano e guida chi guarda tra i climax ascendenti e discendenti.

Riportiamo, dicevamo, l’attenzione su alcuni punti nodali e di discussione smossi da questa produzione, che nel complesso ci portano a ritenere che un documentario come questo, in fondo, vale la pena sia produrlo che guardarlo.

Il tema dell’eroina è un grande rimosso. Una delle tante rimozioni che servono alla società italiana per andare avanti e non fare mai troppo i conti con se stessa. Passiamo quindi di rimosso in rimosso, come giri di valzer. Che sia il fascismo, la Resistenza, la lotta armata, l’eroina, il G8 di Genova l’importante è non fermarsi troppo a riflettere e andare avanti. Oplà.

Come tutti i rimossi però, basta aprire una piccola crepa nel muro di gomma della dimenticanza ed ecco che si è travolti da un vero e proprio fiume in piena di riflessioni, ricordi, dibattiti e polemiche, come dimostra il fiorire di dibattiti sui social in questi primi giorni del 2021. Un effetto tsumani che dura dall’alba al tramonto e che la dice lunga, però, sulla quantità di irrisolti del Belpaese.

L‘eroina è stata un fenomeno di consumo di massa che ha caratterizzato almeno quindici anni della vita di questo paese. Ha coinvolto decine di migliaia di giovani con annesse famiglie, producendo una quantità di dolore sconfinata. Sugli effetti devastanti vissuti da tutte queste persone è calata una drammatica e plumbea coltre di silenzio. Ed ecco che, costretti al silenzio, coloro che hanno vissuto da vicino la tragedia dell’eroina (chi ne è uscito, chi ha perso un fratello o una sorella, chi un figlio o una figlia, o un padre…) irrompono nei dibattiti gridando la loro. In modo disperato. E molti. Non tutti, ma molti difendono il “sistema Muccioli” mutuando la massima cinese del “non importa se il gatto sia bianco o nero, l’importante è che prenda i topi”.

Ma forse, anzi, sicuramente altro si poteva fare. Sì, perché San Patrignano, oltre ad avere avuto dei “lord protettori” potenti (in primis i coniugi Gian Marco e Letizia Moratti), hanno avuto anche un sostegno mediatico di tutto rispetto negli anni d’oro della televisione, gli anni Ottanta. Altre comunità dove, come si diceva vent’anni fa, “un mondo diverso era possibile” come San Benedetto al Porto di Don Gallo o Saman (il cui fondatore, Mauro Rostagno, ex leader di Lotta Continua, fu assassinato dalla mafia trapanese nel 1988) non ebbero un battage pubblicitario così poderoso. Tutt’altro.

Tornando a Sanpa, nella parte iniziale del documentario emerge come il diffondersi a valanga dell’eroina sia stato direttamente proporzionale al tracollo dei movimenti degli anni Settanta (qualcuno, ai tempi, come esortazione scrisse per l’appunto: “Non bucarti, spara!”). Tant’è vero che, nei filmati dei primi tempi della comunità, gli ospiti di San Patrignano hanno proprio le bellissime facce della gioventù di quel decennio.

In alcuni passaggi è confermata la vera e propria strategia criminale (ma anche finanziaria) della grande criminalità, con la sparizione dei piccoli spacciatori di droghe leggere definiti “hippy e freakettoni”, sostituiti da ben altre facce. Del resto, non è una novità come nel 1978 sia a Roma che a Milano per alcune settimane le piazze siano state prima svuotate dalle sostanze e poi, all’improvviso, inondate da eroina a basso prezzo. Nessun approfondimento, invece, sul ruolo dello Stato.

Lo Stato, come spesso accade in Italia è il grande assente. Un grande assente non per dabbenaggine, ma per precisa scelta politica. Del resto, meglio passar da fessi… La gestione dell’emergenza eroina viene appaltata ai privati, tra cui Muccioli. Lo Stato non si vede. E quando si vede ha sempre e solo le fattezze delle divise e delle toghe. E come cantava De André: “Si costerna, s’indigna, s’impegna poi getta la spugna con gran dignità”.

Chi non ha attraversato gli anni Ottanta (da bambino, da ragazzo o da adulto poco importa) non può realmente capire cosa sia stato il “fenomeno eroina” e come i tossici (o gli zombie, com’erano chiamati) fossero il vero e proprio capro espiatorio di un’epoca (un po’ come sono oggi i migranti). L’eroina ha pesantemente influito sul determinare il ciclo reazionario nel nostro paese. Gli eroinomani erano odiati, disprezzati e una fetta consistente della società non vedeva l’ora che qualcuno li facesse sparire dalla circolazione impedendo loro di delinquere (piccolo spaccio, furti, scippi) e di appestare i parchi e le strade dei paesini e delle metropoli. Come spesso succede in Italia, ben pochi si interrogavano sulle responsabilità di chi stava alla sommità della catena del ciclo dell’eroina.

Il documentario, in qualche modo, evidenzia (volontariamente o meno) l’efficienza e la produttività dei sistemi autoritari (ma forse sarebbe il caso di dire totalitari). In fondo, San Patrignano quello era. Una comunità ampia, ma chiusa. Con un leader forte e carismatico (e maschio). Circondata da nemici esterni. Con un’identità fortissima e un’ideologia di fondo che la guidava. Con punizioni esemplari e graduate a seconda della gravità della violazione per i trasgressori dell’ideologia dominante. E più la comunità, ingrossandosi, passava da una dimensione “artigianale” a una “industriale” più i suoi difetti si ingigantivano, con una struttura interna retta dal sovrano assoluto e dai suoi vassalli (o capibastone). Una struttura in cui, pur di salvare il proprio potere, si rischia di diventare mostri e di trasformare alcune vittime in volonterosi carnefici. Questo mutamento è testimoniato anche dalle foto dei giovani ospiti di Sanpa: si passa dalle foto di fine anni Settanta e primi anni Ottanta in cui sembra di stare in una comune a quelle di fine anni Ottanta e primi Novanta in cui sembra di stare al servizio militare.

E qui arriva la considerazione che ci dovrebbe smuovere un interrogativo interiore. Nel documentario emerge con chiarezza la costante ricerca, da parte di tanti di noi, di una figura forte di riferimento, quella che nella società di un tempo (ma poi non così tanto tempo fa) sarebbe stata la figura del padre-padrone. E non è un caso che, in fondo, l’Italia si innamori periodicamente degli “uomini del destino”. Uomini del destino che nel documentario degli anni Ottanta vediamo nelle figure egocentriche di Muccioli, Montanelli, Craxi (per non parlare di Berlusconi che appare solo per qualche secondo).

Muccioli ha un ruolo, come tanti altri in tutto il globo, nella “guerra alla droga” e nelle dissennate politiche proibizioniste sulle sostanze. Un  ruolo potentemente politico. Non è un caso che la sciagurata legge Jervolino-Vassalli sulle sostanze (contro cui i movimenti intrapresero una battaglia durissima) sia di fine anni Ottanta. Era la legge che cancellava la distinzione tra droghe leggere e droghe pesanti e che nei primi anni Novanta riempirà le carceri italiane di tossicodipendenti. E come potranno i tossicodipendenti uscire dall’inferno del carcere? Semplice! Andando in comunità, ma non una a caso, indovinate un po’ quale. E via all’afflusso di migliaia e migliaia di persone in transito dalla galera a san Patrignano. Bisogna ricordare che, al di là di tanta retorica proibizionista, quella legge fu abolita con un referendum popolare nel 1993, dove il 55% degli italiani si espresse contro le pene carcerarie ai danni di chi possedeva droghe per uso personale.

Infine, un’ultima riflessione riguarda il solito, problematico tema del potere. Quello subito, che manipola la mente e ti rende, specie se questa mente e obnubilata e affaticata da anni di tossicodipendenza e rifiuto da parte della propria famiglia o della società, dipendete dal padrone. E quello agito, che corrode la mente, nutre l’ego e obnubila il senso del limite causando deliri di onnipotenza. Come una sostanza.

* in copertina una foto del Festival “Né eroina né Polizia” organizzato dai centri sociali milanesi al Parco Lambro nel giugno ’89


San Patrignano non è mai stata un modello: un drogato non è un malato, le catene sono una vergogna

Il sistema San Patrignano

“Sanpa”, il delirio di onnipotenza e l’incapacità di chiedere scusa

 

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5 risposte a “SANPA, l’eroina e l’Italia della rimozione continua”

  1. Rhea ha detto:

    Sono d’accordo con questa analisi,fatta col senno di poi.. purtroppo è vero che il fenomeno è stato sempre “scansato”,per tanti motivi,ma per essere breve volevo dire che il modello che si segue oggi(se ancora è così) è la formula giusta,dove purtroppo però anche qui si incappa nelle falle del sistema sanitario,parlo così perché così mi salvai nel ’93,ancora oggi ringrazio il personale del Sert che mi seguì,ma soprattutto ringrazio me, perché ero convinta e loro mi diedero fiducia totale.Ecco,magari portare a capire a come si è arrivati a quel punto e ripartire da lì per non fare gli stessi errori e amarsi anche con questo peso addosso,che,garantisco, è più leggero di quel che sembra quando sei veramente libero da qualsiasi sostanza,allora sei te stesso e su questo devi lavorare
    Non serve la galera,anzi, dalle comunità pochi sono usciti veramente

  2. Luisa ha detto:

    D’accordo, condivido l’analisi, tranne lo slogan:…. spara.

    • Redazione_Mim ha detto:

      Ciao Luisa, lo slogan però non è un nostro slogan. E’ uno slogan che appariva sui muri di qualche città a tra il ’78 e l’80 e anche in qualche lettera a Lotta Continua che a quei tempi non aveva ancora cessato le pubblicazioni. Noi ci siamo limitati a riportarlo per dare il senso di un epoca.

  3. andrea ha detto:

    Pur inquadrato in un buon lavoro e in testa un po’ di politica keynesiana, rivedo la mia giovinezza come iun periodo plumbeo, schiacciato da un senso di impossibilita’ e di ingiustizia. Anche se obiettivi importantissimi sono stati raggiunti proprio in quegli anni: leggi su divorzio e aborto, chiusura manicomi, riforma carceraria, riforma sanitaria…

  4. Vera scieti ha detto:

    Ottimo resoconto di un grave problema che , per mia fortuna , non mi ha riguardato sia a livello personale che di parenti o amici !!! Mi ha informato su alcuni aspetti della nostra società che mi erano sfuggiti!!!grazie.

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