Una ricostruzione 3D rovescia la versione dei carabinieri: verità per Ramy!

Una nuova ricostruzione tridimensionale depositata al Tribunale di Milano sostiene che, negli ultimi secondi dell’inseguimento del 24 novembre 2024, l’automobile dei carabinieri abbia sterzato due volte verso il T-Max su cui viaggiavano Fares Bouzidi e Ramy Elgaml. Il lavoro è firmato da Index, organizzazione francese che si occupa di analisi forense delle immagini e di violenze delle Forze di Polizia, ed è stato portato in aula dagli avvocati Marco Romagnoli e Debora Piazza, che compongono la difesa di Fares. Il manifesto ne ha pubblicato i contenuti in anteprima: una relazione di una quarantina di pagine e un video in 3D.

Index ha montato dentro un modello tridimensionale dell’incrocio tra via Ripamonti e via Quaranta le telecamere di sorveglianza, le dashcam delle auto dell’Arma, rilievi con drone, planimetrie, fotografie, testimonianze e relazioni di servizio. Il risultato racconta una dinamica opposta a quella dei militari. Prima dell’incrocio la Giulietta si sarebbe spostata a sinistra, avvicinandosi lateralmente allo scooter mentre entrambi i mezzi viaggiavano poco sopra i 50 km/h: lì sarebbe avvenuto un primo urto, sufficiente a destabilizzare il T-Max. Subito dopo lo scooter prosegue dritto verso il semaforo. La svolta a sinistra di Fares (il perno della relazione di servizio redatta dal carabiniere Antonio Lenoci due giorni dopo la morte di Ramy) secondo Index non c’è mai stata. A muoversi una seconda volta sarebbe stata di nuovo la volante, intersecando la traiettoria dello scooter mentre cadeva. La Giulietta finisce contro il semaforo e passa sul corpo di Ramy: fu quella compressione a ucciderlo. Al Policlinico di Milano lo dichiarano morto alle 4.58.

Questa ricostruzione va letta accanto a un’immagine che circola da mesi. In una fase precedente dell’inseguimento un’altra auto dei carabinieri affianca e colpisce lo scooter, che resta in piedi. Dall’abitacolo arriva il commento: «Vaffanculo, non è caduto». La domanda che ne discende allora è tutta politica prima ancora che processuale: quell’inseguimento serviva a far cadere il mezzo?

Sul secondo fronte dell’inchiesta ci sono altri sei militari, accusati a vario titolo di frode processuale, favoreggiamento e falso. Secondo la Procura alcuni avrebbero fatto cancellare a testimoni i video girati con i telefoni; nel verbale d’arresto di Fares sarebbero spariti l’urto tra i mezzi e lo schiacciamento del corpo di Ramy, insieme a un testimone oculare, a una dashcam e a una bodycam. Qui il problema smette di essere la singola manovra di un singolo autista: riguarda il modo in cui un apparato armato documenta l’uso che fa della forza e decide cosa consegnare alla magistratura.

Il 24 settembre l’udienza preliminare deciderà sulle richieste di rinvio a giudizio per otto persone. Lenoci risponde di omicidio stradale con «eccesso colposo nell’adempimento del dovere», per una condotta che i pm definiscono sproporzionata e una manovra «particolarmente avventata»; Fares è accusato a sua volta di omicidio stradale, dopo la condanna per resistenza ridotta in appello a giugno da due anni e otto mesi a un anno e sei mesi.

La morte di Ramy è stata anche uno dei primi acceleratori della stagione securitaria. Un mese dopo, il 30 dicembre 2024, il Prefetto istituisce a Milano le prime cinque zone rosse: fra Duomo, Navigli, Centrale e Garibaldi c’è Rogoredo-Corvetto, unica periferia dell’elenco. Nell’aprile 2025 il primo decreto sicurezza alza le pene per la resistenza a pubblico ufficiale e fa anticipare allo Stato fino a 10.000 euro di spese legali agli agenti indagati per fatti di servizio. Nel febbraio 2026 il decreto successivo (dl 23, convertito nella legge 54) scrive una norma su misura per casi come questo: il nuovo comma 7-bis dell’articolo 192 del Codice della strada punisce con la reclusione da sei mesi a cinque anni chi non si ferma all’alt e fugge con modalità pericolose per l’incolumità altrui, con confisca del veicolo e arresto in flagranza differita.

Lo stesso decreto lavora sull’altro lato. L’articolo 12 ha introdotto l’annotazione preliminare: quando il fatto appare commesso in presenza di una causa di giustificazione, chi indossa una divisa finisce in un registro separato, il modello 45 bis, invece che nel registro degli indagati. A luglio è stato applicato a Bologna per la morte di Abderrahim Fakir, soffocato a terra mentre veniva ammanettato al Pilastro: due poliziotti e quattro operatori sanitari annotati, ipotesi di omicidio colposo, nessun indagato.

Chi scappa rischia cinque anni di carcere, chi lascia una persona morta a terra entra in una casella dove per legge gli indagati non esistono. Una sicurezza che protegge le vetrine, le stazioni e le divise, mentre a rendere insicura via Ripamonti quella notte sono stati otto chilometri di inseguimento dietro una targa già passata via radio.

Seguiamo questa storia dalla prima notte, quando Corvetto è scesa in strada esprimendo tutta la propria rabbia per un’ingiustizia enorme: un amico assassinato e un altro in coma, a causa della violenza della polizia. La politica e quotidiani mainstream hanno subito parlato di vandalismo e di seconde generazioni (“maranza”) fuori controllo. Ogni pezzo di verità venuto fuori da allora (l’urto, la frase in dashcam, i filmati cancellati, ora le due deviazioni) è stato però strappato proprio da chi ha deciso di alzare la propria voce, di chi ha solidarizzato e nei mesi successivi non ha mai smesso di scendere in piazza, di chi si è rifiutato di accettare questa prima versione.

Come per Moussa Diarra, per Mohamed Mahmood, per Abderrahim Mansouri, per Abderrahim Fakir, per Mohamed Amin Bessioud: il potere cerca di cancellare le proprie responsabilità, di nascondere la propria violenza. Le comunità si oppongono.

Verità e giustizia per Ramy Elgaml e Fares Bouzidi!

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