Processo Eternit, i cittadini di Casale hanno vinto!

 

Ormai lo sanno già tutti. La notizia viaggia di bocca in bocca, di sms in sms, di trasmissione televisiva in trasmissione televisiva: il Comune di Casale Monferrato ha rifiutato i 18.300.000 di euro offerti da Stephan Schmidheiny per uscire del processo Eternit e da tutti i possibili eventi futuri ad esso connessi. Casale ed i suoi cittadini hanno vinto! E’ questo un grande risultato e in tanti a Casale tiriamo un sospiro di sollievo e entriamo nella sede dell’Associazione Familiari e Vittime dell’Amianto con grandi sorrisi stampati in faccia.

 

 

 

Dopo l’entusiasmo iniziale credo però vadano fatte, a mente fredda, alcune considerazioni.

 

C’è chi sostiene che al Sindaco vada riconosciuto il merito di aver portato la questione ad altissimi livelli istituzionali e di aver determinato una svolta nella vicenda Eternit senza precedenti.

 

Certo è una bellissima vittoria e c’è da auspicare che il Comune prosegua in questa vicenda al fianco di tutti coloro che si sono costituiti parte civile del processo ed in sintonia con i familiari delle vittime, ma di certo non sono grata al Sindaco e non credo che la Giunta casalese abbia collezionato grandi meriti in questa vicenda. Il mio grazie va a qualcun’altro. Inoltre resto dell’opinione che sia stato folle considerare l’ipotesi di accettare “l’offerta” dello svizzero e che un bel rifiuto secco sarebbe stato un segnale forte di coerenza e coraggio, virtù di cui Schmidheiny sembra essere sprovvisto. Non posso fare a meno di pensare al modo in cui i nostri politici di Maggioranza hanno gestito l’intera faccenda: i sotterfugi e i segreti, le date che non coincidono, le contraddizioni reciproche, tutte le questioni giocate ad un livello a cui, come cittadini, non avremo accesso mai, e le vicende irrisolte le cui soluzioni non ci sarà mai dato di conoscere. Abbiamo vissuto in diretta l’aspetto peggiore della politica, e questo ha un sapore amaro.

 

 

 

Questa decisione arriva il 3 febbraio 2012, a dieci giorni cioè dalla sentenza di primo grado del processo prevista per il 13 febbraio, lunedì prossimo. Da quella sera del 16 dicembre 2011 in cui abbiamo occupato per ore le scale del Comune e manifestato il nostro dissenso in quando cittadini, quella stessa sera in cui il Sindaco e la sua Giunta votarono “SI” per accettare quello che è stato poi definito da molti il “patto col diavolo”, da quella fatidica sera sono trascorsi appena due mesi.

 

Eppure sono stati due mesi intensi, pieni di vita, significativi da tanti punti di vista, e molti e diversi fra loro sono stati gli elementi che hanno determinato questo risultato.

 

 

 

Sicuramente il livello mediatico è stato uno dei punti cardine di questa battaglia.

 

La questione è arrivata due volte nello studio di L’infedele di Gad Lerner e stasera verrà trattata nuovamente, l’altro ieri Massimo Gramellini ne ha parlato a Che tempo che fa di Fabio Fazio, gli articoli sulla carta stampata, locale e nazionale ma anche internazionale, non si contano, per non parlare degli interventi on-line e dei siti internet che si sono occupati della questione. Da un commento su facebook leggo: un bravissimo psichiatra che ho avuto modo di “conoscere” dice che, quasi sempre, i nostri morti ci costringono, “tenendoci per mano”, a fare delle cose che ci conducono (necessariamente) verso cambiamenti importanti. Penso a 1800 persone che hanno tenuto per mano una comunità, spingendola a battersi per una parola che molti non considerano nemmeno nel loro vocabolario. Una mano tesa verso i “nostri” morti.

 

Io, personalmente, sono stata mossa più dalla paura di un domani ancora tragico e dall’impossibilità di fronteggiarlo, ma sicuramente, per tutti, la questione è connessa con il sentirsi chiamati in causa, coinvolti direttamente in questa faccenda che riguarda gli uomini, quelli di ieri, quelli di oggi e quelli di domani. Ci siamo riconosciuti appartenenti alla stessa comunità ed abbiamo sentito che ognuno di noi aveva delle responsabilità verso gli altri.

 

 

 

Abbiamo sentito che i morti ed i figli di ognuno sono “nostri”, di tutti noi, e l’abbiamo rivendicato a voce alta. Penso al grande senso di fierezza che ho provato ad essere casalese circondata da casalesi che assieme lottavano per dire No, all’orgoglio di veder scendere in piazza assieme mia sorella, mio fratello, mia madre e mio padre. A come è stato bello riconoscere fra le fila del corteo il mio vicino di casa, la mia maestra della scuola materna, l’amica d’infanzia di mia nonna, a come mi sono sorpresa a pensare: “sono anche un po’ figlia loro”. Penso al coraggio che le persone sono state capaci di trasmettersi l’un l’altro, al coraggio di mostrarsi feriti, sconfitti di fronte alla malattia e davanti al dolore ed al coraggio di opporsi con forza ad una decisione sbagliata. A queste persone va la mia gratitudine. Quello che abbiamo condiviso non si può raccontare a parole. Siamo diventati un NOI.

 

 

 

E NOI abbiamo vissuto questi mesi come un laboratorio politico, dando corpo ad un processo inedito di soggettivazione, dove come cittadini abbiamo preso posizione e fatto sentire la nostra voce, abbiamo suonato e cantato, marciato e urlato, scritto e disegnato, abbiamo sperimentato. Ed alla fine abbiamo vinto. Chissà se avremmo vinto anche senza l’intervento del Ministro Balduzzi?

 

In un mondo ideale avremmo dovuto vincere di sicuro, perchè abbiamo fatto una magia.

 

 

 

Non sediamoci però sugli allori di questa vittoria, non abbassiamo l’attenzione, non dimentichiamoci. Perchè lunedi 13 febbraio saranno 16 gli autobus a partire da Casale Monferrato per andare ad accogliere la sentenza che è di primo grado, cui certamente seguirà il secondo e poi il terzo. Perchè speriamo di non dover più vivere gli aspetti peggiori della politica, ma questo succederà ancora e lo sappiamo. Perchè sarebbe bello portare avanti questo processo di cittadinanza attiva e fare di Casale prima, ma anche dell’Italia poi, un posto migliore. Perchè l’unica cosa che possiamo fare è dimostrare che anche questo tipo di partecipazione, queste pratiche costituenti e questi processi dal basso hanno valore politico. Per continuare a dire che non siamo pecore ma cittadini e vogliamo avere voce su ciò che ci riguarda, che ci vogliamo occupare delle nostre vite e delle nostre città. Vogliamo prenderci cura di ciò che è nostro e soprattutto lo sappiamo fare, spesso anche meglio di chi lo fa per noi in questo momento. Perchè la politica siamo noi e, come dice la nostra ottantatreenne presidente dell’Afeva Romana Blasotti: “Noi siamo più tanti di voi”.

 

 

 

Casale Monferrato, 06/02/2012

 

Daria Carmi, Lavoratori dell’arte

 

 

 

 

 

 

 


 

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