La medicina difensiva che offende

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Esattamente un mese fa, il 12 Febbraio, c’è stato il primo sciopero di ginecologi ospedalieri, di quelli che lavorano negli  ambulatori territoriali ostetrici e dei medici che lavorano nei consultori.
Con lo sciopero, proclamato dalla FESMED (Federazione Sindacale Medici Dirigenti), venivano chieste due cose: la messa in sicurezza dei punti nascita nel territorio nazionale e il superamento del contenzioso medico-legale in ambito sanitario.

Cosa significa la messa in sicurezza e la qualità dei punti nascita:
innanzitutto viene chiesta la messa in pratica di un piano approvato già nel Dicembre 2010 che non è mai diventato realtà; questo prevedeva indicazioni precise riguardo alla chiusura dei reparti troppo piccoli, la guardia ginecologica e pediatrica attiva h24, un numero sufficiente di ostetriche nei reparti e la predisposizione di sale operatorie vicino alle sale parto. Non essendo divenuto realtà attualmente, come sostiene la FESMED, “in molte regioni si va avanti ancora con la pronta disponibilità e gli straordinari”.
Viene contestata la mancata chiusura dei punti nascita dove avvengono meno di 500 parti l’anno, considerati poco sicuri perché spesso non affiancati da un reparto di neonatologia o di terapia intensiva neonatale.
Come sostiene Nicola Surico, presidente nazionale della Società italiana di ginecologia e ostetricia (Sigo): “dove c’è un numero limitato di nascite non solo non è garantita la massima sicurezza alle donne e ai neonati, ma cresce anche del 40-50 per cento il numero di cesarei”.

Cosa significa il superamento del contenzioso medico-legale:
la richiesta di risarcimento da parte di pazienti non soddisfatti o che imputano al medico responsabilità inerenti alla non riuscita del loro intervento è diventata ormai routine. E’ stato stimato che un medico che si laurea oggi, ha il 90% di probabilità di incorrere in un procedimento legale nel corso della sua carriera. In televisione si vedono le pubblicità di patrocinio gratuito, con la parcella da detrarre sull’indennizzo, di avvocati che inducono a denunciare i medici. Nonostante il clamore mediatico al momento della denuncia, alla fine, il 98,8% dei procedimenti penali viene archiviato senza alcuna condanna per gli operatori. Mentre, al contrario, i procedimenti civili vedono condannare molto spesso i medici assolti nel processo penale e si prolungano per decenni, costringendo molti medici a pagare risarcimenti elevati in sede civile, per colpe delle quali “altri giudici” non li hanno considerati responsabili. La FESMED, il 10 Gennaio scorso, ha pubblicato un comunicato molto interessante a riguardo: “Il contenzioso medico-legale ha raggiunto nel nostro paese livelli di tali dimensioni da condizionare in maniera rilevante la relazione fra medico e cittadino/paziente. (..) In tempi non tanto remoti il medico era considerato con rispetto (..) l’evento infausto era ritenuto in ogni caso la conseguenza della malattia. (..) Con l’evolversi della cultura sociale e delle conoscenze, insieme all’ampliamento delle possibilità offerte dalla medicina, il cittadino/paziente ha accresciuto l’aspettativa di una completa guarigione. Tale aspettativa viene alimentata anche dalla diffusione acritica di scoperte non ancora validate e dalla inconfessata identificazione della medicina con una pratica salvifica, capace di garantire il prolungamento della durata della vita a tempo indeterminato. Negli ultimi decenni del novecento l’evoluzione sociale e culturale, nonché l’importazione di modelli medico-legali dal Nord America, hanno favorito il diffondersi della conflittualità fra medico e paziente. Tale pratica ha avuto in breve tempo un’amplificazione incontrollata, anche grazie alla rispondenza che ha trovato nella giurisprudenza. Si è andata così sviluppando la tendenza alla patrimonializzazione dei diversi aspetti della vita umana.” Sino ad arrivare alla situazione limite del 2 ottobre 2012, con la sentenza di Corte di Cassazione “attraverso la quale ha riconosciuto ad una neonata affetta da Sindrome di Down un indennizzo, perché la sua è una “vita che merita di essere vissuta meno disagevolmente, attribuendo direttamente al soggetto che di tale condizione di disagio è personalmente portatore il dovuto importo risarcitorio”.

Dal prossimo 13 agosto, scatterà l’obbligo della polizza assicurativa per tutti i professionisti. Poiché le aziende sanitarie e ospedaliere non assicurano più i loro medici, contro la colpa grave, ognuno deve pensare di tasca propria, pur svolgendo un’attività come dipendente di una struttura pubblica. Il che si traduce in costi spaventosi: da 8 a 10 mila euro per uno neo laureato che prende 2000 euro al mese, a 20-25 mila euro la polizza di un primario quando stipulino la polizza, perchè capita anche che la neghino, definitivamente a chi ha già un precedente.
Per questo, le associazioni e i sindacati dei medici, chiedono “nuove norme di legge per il contenzioso medico legale e tariffe controllate per le polizze assicurative” e una “legge che riveda il concetto di colpa medica e consideri gli eventi avversi responsabilità oggettiva delle strutture sanitarie”.
Da tempo la Sigo chiede al ministro di imporre un limite alle richieste di risarcimento, come avviene fuori dall’Italia, ma la proposta è caduta finora nel vuoto.

In più c’è da fare una riflessione anche sui costi di questo problema; infatti  si stima che il 30 per cento dei cesarei  nasca dalla medicina difensiva. La “medicina difensiva”-come sostiene la FESMED- viene esercitata evitando di intervenire nei casi più rischiosi ed eccedendo nella prescrizione degli esami diagnostici. Questo comporta un inevitabile incremento dei costi a carico del paziente e del S.S.N. che vengono stimati tra i 10 e i 14 miliardi di euro/anno, a carico della finanza pubblica. In pratica, il medico cerca di demandare ad altri quello che per lui potrebbe essere rischioso, non sperimenta, non produce innovazione. La scienza medica non progredisce e tutti ne pagano le conseguenze.
Paradossalmente poi, anziché cercare una soluzione, il ministero della salute a Gennaio 2013 ha fatto ritirare dai NAS, ed esaminare, più di 3000 cartelle cliniche per verificare che i cesarei effettuati fossero stati fatti davvero  su indicazione clinica necessaria ignorando completamente il fatto che “tutte le condanne comminate ai ginecologi, per danno fetale, portino la motivazione: “per non aver eseguito il Taglio cesareo” o in alternativa, “per non aver eseguito prima il Taglio cesareo”.

Insomma, continuiamo a versare in una situazione critica non solo per i medici che la stanno denunciando, ma anche per i pazienti e il tipo di cura che finiscono per ricevere, perchè, come giustamente dicono i medici, anche il rapporto medico-paziente ne risente. Di conseguenza la qualità della cura non fa che peggiorare perchè, anche se non lo consideriamo mai, non è affatto detto che una maggior quantità sproporzionata, di ricerche diagnostiche ed esami, significhi un maggior beneficio per il paziente. Se, per esempio, per salvaguardarsi da eventuali denunce, vengono prescritte radiografie o TAC non necessarie, la persona in esame riceverà una dose massiccia di radiazioni che nel tempo potrebbe ledere la sua salute. Ogni scelta, in medicina, dev’essere calibrata in base al principio rischio-beneficio, oltre a quello del sospetto clinico, mentre con questo sistema, si induce il medico a considerare il rischio non solo come quello del paziente che viene sottoposto a una certa procedura, ma che sia anche quello del medico che rischia di essere denunciato, arrivando a fare scelte in contraddizione con l’etica della medicina e a trasformare un rapporto di aiuto in un rapporto di difesa.

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