Attacco alla scuola: Valditara usa la morte di Youssef per il progetto securitario del Governo Meloni
Il Governo Meloni e il suo ministro “distruzione” Giuseppe Valditara stanno usando la morte di Abanoub Youssef come acceleratore politico di un processo già in corso: la trasformazione autoritaria e securitaria della scuola pubblica. L’obiettivo è tornare (il dispositivo retorico dei fascisti è sempre la nostalgia) a una scuola disciplinata e classista, “patriottica” adesso in un senso anche imprenditoriale: la scuola come formazione subordinata esclusivamente al lavoro. Scuola come luogo di traduzione “educativa” dello sfruttamento in sacrificio. Un progetto apertamente reazionario, in più: colpire la scuola (per esempio con norme specifiche del DL Sicurezza, che criminalizzano pratiche storiche della lotta studentesca) vuol dire, anche, minare le condizioni di esistenza della politica giovanile, da decenni principale incubatore e, dunque, motore del movimento.
Il progetto di Valditara fino ad oggi
Il disegno è chiaro da tempo. Con il DDL Condotta Valditara ha sottratto ogni residuo di (e marginale) valore educativo alle sanzioni disciplinari, immaginandole solo come punizioni e dunque fondando la propria pedagogia su violenza e rispetto gerarchico. Le nuove Linee Guida per l’Educazione Civica puntano alla valorizzazione non della partecipazione democratica ma dell’idea di patria: «L’educazione civica può proficuamente contribuire a formare gli studenti al significato e al valore dell’appartenenza alla comunità nazionale che è comunemente definita Patria». Valorizzazione che va di pari passo con la militarizzazione culturale delle scuole: una preoccupante partecipazione delle Forze dell’Ordine nei progetti di Formazione Scuola Lavoro, ex PCTO (ex Alternanza Scuola-Lavoro), nei Campus di Orientamento, o il rinnovato investimento sulla Giornata dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate. Con le Indicazioni Nazionali dei Programmi Scolastici Valditara ha chiesto all’intero corpo docente di fare passi indietro sulle acquisizioni metodologiche della ricerca: pedagogica (abbiamo visto), didattica e storica, in un senso di restaurazione coloniale e classista. Celebre l’incipit del paragrafo relativo all’insegnamento della Storia: «Solo l’Occidente conosce la Storia».
Senza dimenticare la Riforma sull’Esame di Maturità, il DDL sul consenso informato per l’educazione sessuale (adesso in discussione in Senato), la proposta prima di Gasparri poi di Del Rio e dunque della Lega sulla equiparazione tra antisionismo e antisemitismo (le scuole sono il luogo principale della memoria attiva dell’Olocausto ebraico, e potranno avere il medesimo ruolo per il genocidio del popolo palestinese da parte di Israele) e le diversissime note e circolari inviate alle dirigenze, tra cui quella sulla schedatura di studenti e studentesse palestinesi e quella, in occasione della Giornata Nazionale del Tricolore, sulla conservazione e l’esposizione delle bandiere tricolore. E senza poter approfondire qui la trasformazione profonda – che avrebbe dovuto rimediare alla precarietà dell’insegnamento accumulata negli anni – impressa all’accesso al ruolo di docente, ormai diventato un privilegio (per abilitarsi servono migliaia di euro).
Dopo la morte di Abanoud Youssef
Ora, su questo impianto (culturale e materiale) si è innestata la retorica e la conseguente pratica dell’emergenza. Nessuno nega la tragedia della morte di Abanoub Youssef, né che si possa (e si debba) contenere la rabbia della sua comunità. La questione è l’uso politico che lo Stato fa della tragedia: la famiglia ha chiesto giustizia insieme alle persone che si sono mosse ieri, 19 gennaio, in corteo dall’Istituto Tecnico Einaudi-Chiodo verso la Prefettura. (qui la notizia dell’ANSA). L’obiettivo era raggiungere il Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica, a cui attendeva anche Valditara. Valditara, riporta sempre ANSA, avrebbe garantito la certezza di una pena severa e nuove disposizioni perché episodi simili non possano più accadere.
Del giorno prima era la proposta a caldo: consentire alle scuole di installare metal detector in entrata, come fatto in alcuni istituti della provincia campana (in una qualche continuità con l’area colpita dal Decreto Caivano); nonché aumentare la sorveglianza all’entrata e all’interno, in collaborazione con le Forze dell’Ordine. Dopo l’incontro di ieri (dal quale anche l’istituzione, da parte del sindaco, del lutto cittadino), Valditara ha parlato inoltre di «una legge che tuteli gli studenti all’interno delle scuole». Tutto ciò dunque attraverso delle norme (mi stupirei se nelle prossime bozze del Pacchetto Sicurezza non comparissero) «che colpiscono chi usa la violenza, che difendono i cittadini dalle aggressioni dei violenti e che ristabiliscono dei principi basilari in una società», come riportato dal Corriere della Sera.
Per comprendere l’impostazione ideologica è sufficiente continuare a leggere: «Inviterei la sinistra ad abbandonare questi 50 anni di vecchi pregiudizi per cui è tutto repressione. Quindi il divieto è repressione, la sanzione è repressione. Abbiamo sentito dire per tanti anni “vietato vietare”. Il no era demonizzato, i doveri venivano marginalizzati. Una società che ci ha abituato a coltivare soltanto diritti […] Innanzitutto, impedire radicalmente che i giovani usino le armi. Poi, insistere molto sulla responsabilità, sulla maturità, su una scuola che ti aiuti ad affrontare i problemi, una scuola che ripristini il senso dell’autorità, il rispetto verso l’autorità, un altro dei valori che sono stati devastati negli ultimi 50 anni».
Una scuola che ripristini il senso dell’autorità, il rispetto verso l’autorità. Il punto per Valditara, infatti, non è certo ripristinare un ipotetico equilibrio tra diritti e doveri; né tutelare davvero studenti, studentesse e studentu: è smantellare la scuola come luogo di crescita democratica, per ricostruirla come luogo di formazione al lavoro e, soprattutto, di rispetto dell’autorità. Cioè, darle il ruolo che già il fascismo storico le dava. Più sorveglianza, più repressione (due forme di violenza di stato), ma neanche un accenno alle condizioni materiali di esistenza della violenza.
La scuola non è fuori dalla società
Il problema di un approccio isolazionista della scuola rispetto alla società esiste e Valditara lo pone male, programmaticamente, cioè lo pone secondo un approccio securitario. Secondo il ministro, senza «una vera e propria rivoluzione culturale rischiamo che il coltello non si porti più a scuola, ma comunque si porti altrove». Il punto è, ancora, non tanto leggere i fenomeni sociali a scuola come fenomeni sociali tout court, dunque affrontandoli come sistemici, ma sfruttare questo “legame” per realizzare una rivoluzione culturale. Per sottrarre alla presunta egemonia di sinistra uno strumento. È propaganda ed è riproduzione in scala dell’autoritarismo.
Una scuola senza violenza è impossibile, se la società della quale fa parte è violenta: razzista, classista, patriarcale. Un governo che sta attivamente lavorando per approfondire ed estendere la segregazione razziale (con il restringimento dei criteri di accoglienza e di cittadinanza, con l’uso spropositato delle zone rosse, con la criminalizzazione e la deportazione delle persone migranti, con un bombardamento mediatico contro le persone “straniere”); che approfondisce il divario tra persone ricche e persone povere; che nega completamente il problema della violenza patriarcale (nonostante i femminicidi, per citare un dato, sono stati 99 in Italia nel 2025), non può che intendere la prevenzione della violenza giovanile superficialmente, come causa in sé e non come sintomo.
Ovviamente, Valditara non fa accenno delle condizioni materiali che rendono le scuole inefficaci nel perseguire gli obiettivi pedagogici e didattici: strutture inadatte e spesso pericolanti, classi sovraffollate, precarietà del personale, tagli ai finanziamenti (le scuole, ormai, si appoggiano molto sul contributo “volontario” delle famiglie). Certo: perché nell’ultima Legge di Bilancio molti fondi sono stati reindirizzati verso le scuole private e paritarie, da un lato in forma di contributo indiretto (fino a 1500€ per famiglie con ISEE inferiore a 30mila che vogliono iscrivere i figli in una paritaria) e diretto (più di 150 milioni di euro).
I fondi non ci sarebbero. Ma qui non voglio chiamare in causa le voci di bilancio dedicate al riarmo. È più facile dire: quanto costa un metal detector? E la sua istallazione? Quanti metal detector servirebbero a scuola? Quanto costerebbe la manutenzione? Il personale ATA sarà formato per utilizzarli? I metal detector sono compatibili con questioni di sicurezza (quella vera)? Eccetera eccetera. I fondi ci sono sempre, il punto è la destinazione. A questo Governo non importa della scuola, importa di come la scuola può servire alla realizzazione di una società reazionaria.
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