Ai blocchi di partenza la quattro giorni contro le Olimpiadi: intervista al CIO

Oggi, mentre si avvicina l’inizio ufficiale dei Giochi Olimpici Invernali Milano-Cortina in un capoluogo lombardo militarizzato e umiliato in nome della “sicurezza”, la critica all’uso dei grandi eventi come motore del neoliberismo, e così del “modello Milano”, si fa iniziativa politica concreta. Il mantra del grande evento prende, poi oggi, un colore diverso dal recente passato: in piena deriva autoritaria e post fascista, con il governo Meloni a interpretare a sua maniera una deriva necessaria al capitale, questi giochi diventano un laboratorio dove tendenze diverse del capitalismo, in competizione tra loro, investono, con le loro differenze, su questi giochi.

Quattro giorni di azioni, sport popolare e cortei per dire no a un progetto che affonda nel neoliberismo urbano e che oggi si fa ancora più aggressivo dentro una gestione post-fascista del potere.

Per inquadrare questa quattro giorni abbiamo intervistato Luca, del Comitato Insostenibili Olimpiadi.

– Ci presenti un po’ le iniziative che avete messo in campo in concomitanza con l’inizio dei Giochi?

Iniziamo oggi, giovedì 5 febbraio, quando la fiaccola olimpica arriverà a Milano. Lo faremo alle ore 18, insieme alle reti di solidarietà col popolo palestinese, al Global Movement, e alle reti dello sport popolare. Una convergenza che sta prendendo forma in modo simile in tante città, in Italia e non solo: ovunque arrivi e passi la fiaccola olimpica.

Contesteremo quel passaggio non solo perché la fiaccola è il simbolo del modello olimpico, dello sport-business e di tutto quello che troviamo indesiderabile e insostenibile delle Olimpiadi di oggi, ma soprattutto per la presenza di atleti, bandiera e delegazione dello Stato di Israele: uno Stato genocida che non può essere normalizzato dentro una “festa dello sport”.

In questi giorni, tra l’altro, è emerso anche che alcuni atleti — ad esempio della squadra di bob — avrebbero operato sul campo a Gaza nei mesi scorsi. Per questo crediamo sia più che necessario contestare questa presenza.

Poi, dal 6 all’8 febbraio, ci saranno le Utopiadi.
Il 6 libereremo uno spazio e per tre giorni le Utopiadi saranno momenti di resistenza delle comunità in lotta, ma soprattutto tre giorni di sport popolare. Ci riapproprieremo di uno dei tanti luoghi pubblici della città lasciati all’abbandono, e lo apriremo con allenamenti, dimostrazioni, gare: boxe, calcio, rugby, judo, danze e molto altro.

All’interno delle Utopiadi sono previsti anche ulteriori momenti di piazza.

Venerdì 6, in concomitanza con l’inaugurazione dei Giochi, faremo la “cerimonia di apertura” delle Utopiadi. Questa avrà un preambolo al mattino, in Piazzale Loreto, quando saremo insieme a SI Cobas, Sial Cobas, Cub e altri sindacati in piazza (all’Orto), per denunciare lo sfruttamento nelle catene alberghiere: uno dei pilastri del modello Milano e della turistificazione della città.

Sempre venerdì alle 18 ci sarà un corteo nella zona di San Siro: ci ritroveremo in via Mar Jonio, angolo piazza Segesta, per la fiaccolata antiolimpica che aprirà di fatto le Utopiadi. Ci muoveremo nel quartiere di San Siro non solo perché vicino allo stadio dove ci sarà la cerimonia inaugurale, ma anche perché i progetti di trasformazione legati al nuovo stadio rischiano di mettere a repentaglio il futuro di uno dei quartieri popolari più importanti della città.

Sabato, mentre in città ci saranno allenamenti e propaganda olimpica, partirà il corteo nazionale: un corteo popolare, vivo, determinato, gioioso e comunicativo, che vuole portare la contestazione e la critica al modello olimpico nei quartieri più colpiti dalle trasformazioni previste a Milano.

Parliamo soprattutto delle aree del sud-est, in particolare il Corvetto, dove sorgerà il villaggio olimpico e dove, nelle vicinanze, è prevista anche l’Arena Santa Giulia. Un corteo che vuole denunciare il modello Milano e impedire che quei quartieri diventino i prossimi bersagli della gentrificazione, come è già successo dopo Expo.

Sia venerdì che sabato ci saranno anche serate alle Utopiadi, e domenica chiuderemo con gli eventi sportivi finali: tra cui il torneo di calcio e il gran galà di boxe.

– Quali sono secondo te le tre cose più assurde che si nascondono dietro questo grande evento?

Con Giochi così insostenibili e indesiderabili come Milano-Cortina 2026, ridurre tutto a “tre cose” non è facile.

La prima è sicuramente quella delle opere milanesi: il villaggio olimpico e il Pala Italia. Sono opere private che porteranno vantaggio soprattutto ai privati che le stanno costruendo — Coima, Develit e altri — ma che vedono un grosso investimento pubblico.

L’interesse pubblico, alla fine, sarà minimo: qualche alloggio a prezzi convenzionati nello studentato che sorgerà sul villaggio olimpico e poco più. È il tema di come le Olimpiadi “a costo zero” siano diventate Olimpiadi dove ormai i costi pubblici sfondano i 5 miliardi, mentre i profitti finiscono ai privati.

Il secondo aspetto è quello dell’insostenibilità ambientale. Anche qui dovevano essere Giochi a impatto zero, nel solco di politiche virtuose per affrontare l’emergenza climatica. Invece abbiamo assistito a opere infrastrutturali legate a un modello di mobilità su gomma e ai combustibili fossili.

Abbiamo visto boschi devastati e tagliati, versanti di montagna e perfino cime sventrate per fare nuovi impianti e nuovi bacini di innevamento. Il greenwashing della sostenibilità è totale, confermato anche dalla presenza tra i main sponsor di Eni — per non parlare di Leonardo, che produce e vende armi.

La terza cosa è l’utilizzo del grande evento per alimentare l’ennesima economia della promessa: la promessa che dopo Expo servirà di nuovo a riaffermare il modello Milano.

È la promessa dei 18.000 volontari che lavoreranno gratis per un evento che costa miliardi. È la promessa di portare ricchezza ai territori montani, quando invece sappiamo che l’utilizzo della montagna per gli sport invernali e per un certo turismo tossico è quanto di meno necessario oggi.

La montagna è un ecosistema fragile. E i cambiamenti climatici suggeriscono la necessità di cambiare rotta, non di continuare a costruire nuovi impianti e nuovi collegamenti sciistici.

– Cosa pensi della militarizzazione della città per garantire, come dicono loro, la sicurezza?

La militarizzazione è l’inevitabile portato che i grandi eventi si portano dietro. L’abbiamo già visto con Expo e con i Mondiali di calcio: non poteva che essere così anche per le Olimpiadi, come già accaduto a Parigi o come si sta preparando a Los Angeles.

Da prima del Covid sono iniziati processi di espulsione e dispositivi di controllo nei quartieri dove i Giochi si svilupperanno. A Milano non poteva essere diverso, anche perché il dispositivo olimpico prevede che le aree interessate siano “compatibili” anche da un punto di vista estetico con l’immaginario olimpico: quello del successo, delle persone belle, atletiche, possibilmente bianche.

Da mesi vediamo una crescente presenza di forze dell’ordine in tutta la città, ma soprattutto nelle zone più vicine agli impianti olimpici: al Corvetto, ad esempio, con controlli che hanno caratteristiche evidenti di profilazione razziale.

Senza dimenticare che in quella zona, nell’ultimo anno e mezzo, ci sono stati diversi episodi che hanno visto persone — tutte straniere, di prima, seconda o terza generazione — uccise da agenti di polizia o carabinieri.

Questa militarizzazione era prevedibile, non è positiva, ed è aggravata dal clima che si respira oggi nel Paese: un clima di crescente autoritarismo e voglia di “maniere forti”.

Sono arrivate nuove forze dell’ordine, per non parlare della presenza di apparati internazionali. E temiamo che queste forze rimarranno anche dopo l’evento. Su questo, peraltro, il sindaco è rimasto in silenzio.

– Expo 2015 – Milano/Cortina 2026: che linea rossa c’è?

La differenza principale è che Expo era un evento tutto milanese, mentre le Olimpiadi — pur avendo a Milano due impianti enormi e costosissimi — toccano quasi 400 chilometri di arco alpino.

Ma il filo rosso è chiaro: è l’uso politico di questi eventi e le dinamiche che scatenano.

Prima di Expo avevamo detto che avrebbe portato debito, cemento e precarietà. Il modello Milano si alimenta tuttora di precarietà: non dà casa e non dà un tetto a chi manda avanti questa città, da chi lavora nella logistica alla ristorazione, dai servizi pubblici alla sanità e alla scuola.

Il cemento lo vediamo ovunque: negli ultimi 10-15 anni Milano è stata cementificata in modo feroce. E non a caso, negli ultimi mesi, anche le cronache giudiziarie se ne sono occupate.

Il debito, con le Olimpiadi, sarà ancora peggio: i costi per le casse pubbliche sono enormi, in una situazione in cui ci viene ripetuto ogni mese che “non ci sono soldi” per scuola, sanità, pensioni, trasporto pubblico locale, case, dissesto idrogeologico. Per i grandi eventi invece i soldi si trovano sempre — e lo stesso vale per le spese militari.

Come per Expo, anche le Olimpiadi coprono la loro insostenibilità economica, sociale e ambientale con operazioni di greenwashing e con una narrazione fatta a colpi di rendering, di “città attrattiva”, di marketing e consenso comprato con scuole e società sportive.

Ma in realtà questo consenso è molto più basso di quello che viene venduto.

Se Expo doveva affermare il modello Milano, le Olimpiadi hanno l’obiettivo di mantenerlo in vita e ridargli ossigeno, soprattutto dopo la crisi conclamata che lo stesso modello Milano sta attraversando: una città sempre più esclusiva, escludente, difficile da abitare se non si hanno redditi e patrimoni elevati.

– In montagna cosa stanno determinando questi Giochi? Dal fallimento di Torino non si è appreso nulla?

No: i Giochi di Torino non hanno insegnato nulla.

Si sarebbero potute utilizzare le strutture già costruite per Torino 2006, per quanto malmesse e abbandonate: penso ai trampolini, penso alla pista da bob. Invece si è insistito nella direzione opposta: costruire nuovi impianti.

A conti fatti, tra pista da bob, ristrutturazione del trampolino di Predazzo, ristrutturazione dello stadio di biathlon di Anterselva, palazzetto temporaneo per il ghiaccio a Rho Fiera e Arena Santa Giulia, si spenderanno svariate centinaia di milioni, forse un miliardo.

E parliamo di opere — soprattutto le prime tre — che coinvolgono in Italia qualche decina di atleti. È l’ennesima dimostrazione di gigantismo e spreco.

Ma soprattutto non si è imparato nulla su come oggi sia necessario rapportarsi alla montagna.

Lo sci, agonistico o “di piacere”, è una pratica recente rispetto alla storia umana. Pensare di mantenere imperterriti un modello di utilizzo invernale della montagna basato sullo sci alpino, nonostante nevichi sempre meno, è assurdo.

In Italia il 90% delle stazioni sciistiche funziona solo grazie all’innevamento artificiale. I bilanci delle società gestrici vengono salvati da iniezioni di finanziamenti pubblici — statali, regionali, provinciali.

E sparare neve costa: costa in termini ambientali (acqua, sbancamenti, opere), costa in termini economici (energia), costa in termini di lavoro.

In più, i sistemi moderni di innevamento permettono di produrre neve anche con temperature sopra lo zero: e qui la fisica non è un’opinione. Se l’acqua è sopra zero gradi, tende a rimanere acqua. Per produrre neve in quelle condizioni si utilizzano sostanze e additivi che alterano quell’acqua.

Le Olimpiadi stanno portando in montagna esattamente quello che bisognerebbe togliere: nuovi impianti, nuovi collegamenti, e un modello di turismo tossico, che pretende in montagna gli stessi standard di comfort e consumo della città.

È la stessa turistificazione globale che sta devastando le grandi città e tutti i luoghi “attrattivi” del pianeta.

– Perché è importante denunciare ciò che accade attorno all’evento e partecipare alle iniziative di questi giorni?

È importante per molti motivi.

Prima di tutto per affermare che i territori — e le persone che li abitano e li vivono — non sono oggetti. Le nostre vite non sono un gioco. Siamo stufi di subire grandi eventi e grandi opere imposte senza la possibilità di esprimerci.

Basta guardare alle ultime edizioni dei Giochi: sempre più spesso vengono assegnate senza reale concorrenza, e laddove le popolazioni locali possono votare, la candidatura olimpica viene bocciata.

A Milano questo non è stato possibile.

E oggi, di fronte a cambiamenti climatici, crisi ambientale, guerre, crisi sociale ed economica, è evidente che non possiamo continuare a fare le cose nello stesso modo.

Se si vuole fare davvero una festa dello sport, si usino gli impianti esistenti. Si facciano Giochi dislocati in più Paesi, se serve. Si superino i nazionalismi: le Olimpiadi non devono essere la festa delle patrie e delle nazioni, ma la festa dello sport, che non ha confini.

Essere in piazza in questi giorni vuol dire anche chiedere conto delle promesse e delle bugie fatte, dell’insostenibilità e di chi pagherà i costi sociali e ambientali che questi Giochi lasceranno.

Noi non vogliamo essere quelli che pagano. E soprattutto non possono essere le comunità locali — in particolare le piccole comunità montane — a pagare il gigantismo e i disastri di opere che lasceranno cicatrici per decenni.

E poi c’è Milano: è fondamentale mettere in discussione la partita sul villaggio olimpico, sui destini futuri di quell’area, sullo studentato che sorgerà lì. Non può diventare il solito studentato dove quattro stanze sono “a prezzi convenzionati” e tutto il resto costa oltre 1000 euro al mese.

E soprattutto: il resto dell’area non può diventare l’ennesimo progetto di speculazione, per far guadagnare Prada, Coima e Covivio, cioè i soggetti che hanno acquistato lo scalo.

Per questo è importante non solo essere in piazza, ma attraversare tutte le iniziative del periodo olimpico.

Perché, come diciamo sempre, a noi non interessa che le Olimpiadi finiscano a metà marzo: la vera partita olimpica inizia proprio dopo, quando si decideranno i destini futuri dei territori che hanno subito gli scempi di questo evento insostenibile.

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