ILVA, il ricatto eterno: lavorare o morire
La sentenza di pochi giorni fa del Tribunale di Milano costituisce l’ennesimo passaggio giudiziario in una storia iniziata nel 2012, quando la magistratura ha sequestrato lo stabilimento e arrestato proprietà e management con l’accusa di disastro ambientale.
La crisi di Taranto è multidimensionale. A livello occupazionale, l’ILVA è la seconda fabbrica italiana dopo Mirafiori. Impiega tra i 10.000 e i 12.000 lavoratori (più della metà dei quali in cassa integrazione) tra dipendenti diretti e indotto; negli anni ’70 erano 40mila. Per dare una misura del suo ruolo nell’economia locale, la provincia conta circa 100.000 disoccupati e inattivi. Una parte di questo dato è assorbita dal lavoro informale, in cui però i redditi sono bassi e le tutele assenti.
A Taranto, la probabilità di morte per i bambini sotto i dieci anni è il doppio della media regionale. L’aspettativa di vita è di 78 anni, contro una media regionale di 81 e, soprattutto, si registra un eccesso di mortalità del 20%. A fronte di 1.953 decessi attesi, se ne sono registrati 2.470, circa 500 in più. Dagli anni Ottanta, la città perde circa 1.000 abitanti all’anno, tra decessi non compensati dalle nascite ed emigrazione.
Dal sequestro in poi, tra alleanze mutevoli e tre cambi di proprietà, lo stabilimento è conteso tra movimento ambientalista e governo/sindacati (FIM e UILM): tra chi ne vuole la chiusura e chi è per la continuità produttiva senza condizioni. In mezzo USB, FIOM e Legambiente, che chiedono nazionalizzazione e bonifiche.
In questo conflitto, la magistratura (ordinaria) interviene di nuovo imponendo la chiusura dell’area a caldo e quindi della fabbrica. La sentenza riempie un vuoto politico. Dal 2012, nessun governo è riuscito a dare risposte alla comunità tarantina e ai lavoratori del siderurgico. Non c’è un progetto sulla fabbrica che sia capace di affrontare il “ricatto occupazionale” ovvero l’odiosa necessità di scegliere tra il pane e la morte. La soluzione, pur complessa, non può che partire da dentro la fabbrica. I lavoratori sono infatti gli unici a poter gestire il rapporto complicatissimo tra i due “imperativi inderogabili” di salute e lavoro. L’unica prospettiva per il siderurgico tarantino è la riappropriazione operaia dei processi produttivi e del “sapere operaio”. Chi porta questa posizione nel dibattito pubblico? La risposta è, come sempre, scoraggiante.
Luca Novelli
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