Messi non è Maradona.
C’è un’immagine che racconta bene il calcio del nostro tempo. Donald Trump parla di guerra, rivendica bombardamenti e superiorità militare degli Stati Uniti. Accanto a lui, nello Studio Ovale, c’è Lionel Messi. Alla fine del discorso parte l’applauso. I calciatori dell’Inter Miami erano stati ricevuti alla Casa Bianca dopo la vittoria della MLS e la scena è diventata immediatamente uno show politico perfetto per il presidente statunitense: telecamere, campioni dello sport, applausi, retorica patriottica e guerra raccontata nello stesso copione. Trump prima parla di Medioriente e rivendica l’azione militare degli Stati Uniti, lodando il lavoro “del più grande esercito che il mondo abbia mai visto”. Poi cambia registro con disinvoltura e passa al calcio: “Leo, sei arrivato e hai vinto. È qualcosa di molto difficile da fare… mio figlio è un tuo grande fan”. La scena è costruita come uno spettacolo, una celebrazione in cui sport, politica e propaganda si fondono. È l’uso politico dello sport che da anni accompagna le presidenze americane, ma che Trump ha trasformato in un vero dispositivo mediatico.
Non una novità per Messi che già dopo la vittoria Argentina del Mondiale in Qatar, fu criticato da parte dell’opinione pubblica per l’immagine della premiazione: il mantello tradizionale (bisht) fatto, disse il calciatore, indossare dall’emiro, letto da alcuni come l’ennesima rappresentazione di un campione globale sempre più dentro le coreografie del potere. Maradona invece diceva cose del tipo «bisogna essere molto cacasotto per non difendere i pensionati» e non frequentava i salotti del potere politico.
Il calcio globale entra così dentro lo spettacolo del potere.
Ed è proprio quella scena che riapre un confronto inevitabile: quello tra Lionel Messi e Diego Armando Maradona. Un confronto che non riguarda soltanto il talento o i trofei. Riguarda il modo in cui un campione sta nel mondo.
“Gli Stati Uniti pensano di comandare il mondo, ma non siamo tutti statunitensi”, diceva Diego Armando Maradona. Durante la sua vita non ha mai nascosto la sua ostilità verso Washington. Partecipò alle mobilitazioni contro George W. Bush nel 2005 a Mar del Plata, indossando magliette con scritto “Bush criminale di guerra”. Era amico di Fidel Castro e Hugo Chávez, difendeva Cuba pubblicamente e non ha mai avuto paura di esporsi. Nemmeno con Donald Trump. Nel 2018 gli fu negato il visto per entrare negli Stati Uniti e il suo avvocato spiegò che la decisione era legata alle dichiarazioni con cui Maradona aveva definito Trump “un burattino”. In un’altra occasione riassunse perfettamente il suo modo di stare al mondo: “Gli Stati Uniti vogliono darmi un premio, ma anche i cubani vogliono farlo. Così ho detto agli Stati Uniti di tenersi il loro premio, vado a ritirare quello di Cuba”.
Maradona non sarebbe mai stato dov’è stato Messi, dentro lo spettacolo della Casa Bianca mentre il presidente rivendica bombardamenti, anche per questo è diventato non solo un simbolo in Argentina ma in tutto il continente.
Il punto però non riguarda solo Messi. Negli Stati Uniti non tutti gli sportivi accettano di entrare nella scenografia politica della presidenza. Negli ultimi anni diversi campioni e squadre hanno scelto di non partecipare alle celebrazioni presidenziali. Dopo aver vinto l’oro alle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026, la nazionale femminile statunitense di hockey su ghiaccio ha rifiutato l’invito di Trump a partecipare al discorso sullo Stato dell’Unione, decisione arrivata dopo una battuta sessista del presidente durante una telefonata con la squadra maschile. Anche tra gli uomini non tutti si sono presentati alla Casa Bianca: cinque giocatori della nazionale – Brock Nelson, Jackson LaCombe, Jake Guentzel, Jake Oettinger e Kyle Connor – hanno scelto di non partecipare all’incontro con il presidente.
Non è una novità. Già durante il primo mandato di Trump molti campioni dello sport statunitense avevano deciso di non stringergli la mano. I Golden State Warriors, dopo il titolo NBA del 2017, rifiutarono la visita ufficiale. Diversi giocatori dei Philadelphia Eagles, campioni del Super Bowl 2018, annunciarono che non avrebbero partecipato alla celebrazione. Anche tra i New England Patriots alcuni atleti scelsero di non presentarsi. In quegli anni lo sport statunitense diventò uno dei luoghi più visibili del dissenso politico, dalle proteste contro il razzismo di Colin Kaepernick fino alla presa di posizione della nazionale femminile di calcio guidata da Megan Rapinoe, che dichiarò apertamente che non sarebbe andata alla Casa Bianca.
Trump però ha capito bene il potere delle immagini. Per questo ha trasformato lo sport in parte del suo racconto politico. Celebra campioni globali, li mette accanto a sé, li inserisce nel suo teatro mediatico. Negli ultimi anni ha elogiato Cristiano Ronaldo, ha ricordato Pelé e ha accolto Lionel Messi. “Sono vecchio ma ho visto giocare Pelé con i Cosmos”, ha raccontato, ricordando di averlo visto quando era giovane. “Potresti essere meglio di lui”. Tra i nomi citati dal presidente statunitense – Messi, Ronaldo, Pelé – uno però non compare mai.
Diego Armando Maradona.
Forse non è un caso. Diego non era compatibile con questo spettacolo del potere. Era un calciatore gigantesco e contraddittorio, pieno di errori e di eccessi, ma impossibile da addomesticare. Messi rappresenta invece il campione perfetto del calcio globale: disciplinato, silenzioso, compatibile con sponsor, federazioni e governi.
Il confronto tra i due viene spesso ridotto a numeri, trofei e statistiche. Ma la differenza vera è altrove.
Maradona non separava il pallone dalla politica e sapeva da che parte stare.
E per questo, semplicemente, Messi non è Maradona, il secondo è semplicemente inarrivabile.
Andrea Cegna
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