Milano, 22 settembre: la seconda fase di un’operazione repressiva
A quasi sei mesi dagli scontri del 22 settembre 2025 alla Stazione Centrale di Milano – alla fine del grande corteo per la Palestina e a sostegno della Global Sumud Flotilla, durante lo sciopero generale indetto dai sindacati di base – la DIGOS aveva avviato un’ampia operazione repressiva contro 17 persone (una nota della Polizia di Stato parlava di 27 indagati), con misure cautelari immediate e reati che spaziavano dalla resistenza aggravata all’interruzione di pubblico servizio, fino a lesioni, oltraggio e porto di oggetti atti a offendere.
Le proteste miravano a “bloccare” (occupare temporaneamente) luoghi simbolo delle città, per interrompere la finzione di quotidianità ed estraneità al genocidio e, allo stesso tempo, denunciare la complicità del governo. Perciò fin da subito per le Forze di Polizia e il Governo Meloni era emerso il tema della “sicurezza” nazionale, dell’ordine pubblico. In questo quadro va letta la dura repressione muscolare del 22 settembre (con uso indiscriminato dei dispositivi antisommossa, in particolare i lacrimogeni), e la successiva campagna politico-mediatica e giudiziaria contro le organizzazioni politiche più riconoscibili, nonché soggetti sociali ritenuti pericolosi.
A inizio maggio, l’operazione si è allargata, colpendo altre 24 persone, con un “bonus” di 4 ulteriori denunce per il corteo del 16 settembre, il primo a Milano della serie di mobilitazioni sotto le parole d’ordine “Blocchiamo tutto”. In questo pezzo proviamo a fare un po’ di ordine.

La seconda ondata di repressione
Giovedì 7 maggio comincia, come fosse una piccola “anticipazione”, la seconda ondata di denunce. Si tratta di 4 ragazzi, di cui la metà di nuova generazione. Il principale reato contestato è resistenza a pubblico ufficiale aggravata.
Venerdì 8 maggio viene comunicata una buona notizia: la Giudice per le Indagini Preliminari ha accettato la richiesta degli avvocati di revoca di tutte le misure cautelari. Tra le motivazioni, che gli indagati abbiano «rigorosamente osservato le menzionate misure cautelari» per un «lasso temporale considerevole», cioè di 1 mese e 20 giorni per alcun*, di 1 mese e 8 giorni per il resto. Durante questi mesi, oltre all’obbligo di dimora (divieto di allontanamento dal comune di residenza; coprifuoco dalle 21 alle 7) e all’obbligo di firma quotidiano, le persone indagate hanno osservato la prescrizione aggiuntiva della doppia firma (fasce orarie 12-13 e 15-16) in occasione delle manifestazioni organizzate. Per Milano, significa doppia firma praticamente ogni sabato e spesso anche durante chiamate infrasettimanali.
Questa revoca è irrelata a (non dipende da) l’estensione della repressione: in altre parole, non bisogna confondere il piano di singoli procedimenti (anche collettivi) con il piano delle operazioni di polizia. Infatti, mercoledì 13 maggio la Questura di Milano ha notificato il pacchetto di denunce più sostanzioso: sono 20 e riguardano sempre la manifestazone del 22 settembre a Milano, con un focus distribuito però sia sull’occupazione simbolica della “Galleria delle Carrozze”, sia sui momenti di “guerriglia urbana” tra Piazza Duca D’Aosta e soprattutto via Vittor Pisani. Insieme alle denunce, sono state notificate 10 misure cautelari: 7 persone avranno gli arresti domiciliari, 3 l’obbligo di firma e di dimora, nonché la prescrizione aggiuntiva della doppia firma in occasione delle manifestazioni. Qui la nota della Polizia di Stato.
In questa seconda tornata di denunce, oltre ad alcun* manifestanti riconducibili a realtà organizzate (CSA Lambretta, Link, Cambiare Rotta, T28), circa metà delle persone colpite ha background migratorio, alcune persone anche senza permesso di soggiorno (non è chiaro se questo porterà a forme di detenzione illegale o di deportazione). In Italia, la razzializzazione del dissenso è un fatto: oltre alla tendenza delle Forze di Polizia di criminalizzare le persone considerate “non-italiane” o “straniere”, il punto qui è che affrontare un processo politico da persona razzializzata è drasticamente più difficile. È in sostanza violento.

I reati contestati
L’impianto accusatorio è simile a quello della prima ondata (18 marzo), dunque strutturato (per fornire un orientamento) su tre livelli. Un primo livello riguarda i reati collettivi, che comunque operano una reductio, cioè individuano un gruppo di persone in vece dell’intero corteo, secondo un meccanismo di isolamento e criminalizzazione. Ad ogni modo, parliamo di: la resistenza a pubblico ufficiale aggravata (artt. 110, 81 cpv., 337, 339 commi 1, 2 e 3 c.p.), l’interruzione di pubblico servizio (con riferimento ai treni e alla M3), e il danneggiamento aggravato dell’arredo urbano nei pressi della stazione e in Piazza Duca d’Aosta (artt. 110, 81 cpv., 635 comma 3 c.p.) e il danneggiamento di bene culturale, specificamente la distruzione delle vetrate dei portoni storici della Stazione Centrale – riconosciuta bene di interesse culturale dal Ministero nel 1982 (artt. 110, 112, 81 cpv., 518 duodecies c.p.).
Le vetrate, allora, non le “vetrine”: è un dettaglio importante, poiché i giornali mainstream hanno cercato fin da subito di creare il “nemico” pubblico, che distrugge la proprietà privata. Ma l’obiettivo era occupare simbolicamente la stazione, in linea con le parole d’ordine (“Blocchiamo tutto”) per fare pressione sul governo Meloni e le istituzioni italiani, complici (tutt’ora) del progetto coloniale e genocida di Israele.
Un secondo livello riguarda i reati individuali: oltraggio a pubblico ufficiale (art. 341 bis c.p.), per esempio mediante il gesto del dito medio (sic). Un terzo livello riguarda capi di imputazione aggiuntivi, legati agli “strumenti” utilizzati: il porto abusivo di oggetti atti ad offendere; il travisamento del volto, che fa (finalmente?) la sua comparsa.

Le tempistiche
Non è un caso che queste denunce arrivino prima di un weekend lungo di lotta: il 14 maggio è ripartita da Marmaris in Turchia, della Global Sumud Flotilla (54 imbarcazione e circa 500 partecipanti), direzione Gaza; contemporaneamente il convoglio via terra si avvicina al confine Libia-Egitto; il 16 c’è la doppia manifestazione nazionale in ricordo della Nakba, a Roma e a Milano; il 18 uno sciopero generale contro l’economia di guerra e del genocidio.
Si tratta della medesima logica delle denunce del 18 marzo: di lì a poco, la due giorni No Kings a Roma e i preparativi per la partenza della nuova missione della flotilla. È una logica di svuotamento preventivo delle piazze: in tutta Italia, sono molto più di 500 le persone in “lockdown”, cioè che stanno subendo una riduzione delle libertà individuali. Moltissim*, appartengono a realtà di movimento, organizzate e palestinesi, cioè le medesime realtà che chiamano le mobilitazioni e le curano dal punto di vista logistico; spesso si tratta anche di realtà attive direttamente in progetti di solidarietà. Dietro la logica dell’attacco, tramite l’etichetta “maranza” (in continuità con “clandestino”), della persona migrante o in generale razzializzata, c’è il progetto stesso del Governo Meloni, di uno stato integrale razziale.

Le identificazioni: il caso SARI
In questa indagine, è interessante come la DIGOS abbia proceduto alle identificazioni: dalle carte è evidente la completa collaborazione con i media. Oltre al materiale del G.R.P.S. (Gabinetto Regionale della Polizia Scientifica) gli investigatori hanno acquisito foto e video da testate giornalistiche (tra cui Local Team, ovviamente) e purtroppo anche operatori freelance. Per questi ultimi, sottolineamo si tratti di materiale prodotto da privati nell’esercizio della loro attività professionale e poi consegnato volontariamente alle forze dell’ordine.
In secondo luogo, tra le carte emerge il ricorso al sofware SARI (Sistema Automatico di Riconoscimento delle Immagini), in dotazione alla Polizia Scientifica, che confronta automaticamente le immagini di un soggetto con le foto segnaletiche archiviate nella banca dati AFIS (Automated Fingerprint Identification System). AFIS raccoglie foto segnaletiche, impronte digitali e dati biometrici di tutti i soggetti che sono stati sottoposti a rilievi dalle forze dell’ordine.
I risultati dati da SARI non possono essere trattati come prove autonome: il match tra immagini di piazza e immagini di AFIS può avviare la pista investigativa. Il riconoscimento deve essere confermato: in questa indagine, è stato fatto con identificazioni nelle piazze successive. In altre parole, le Forze di Polizia, durante iniziative pubbliche per la Palestina, ha identificato dal vivo le persone che SARI aveva segnalato.
In Italia, ad oggi, non c’è però stato ancor un processo pubblico di regolamentazione di SARI (come sottolinea questo articolo di Agenda Digitale).

Un’aggiunta: l’indagine conclusa sul 16 settembre
Il 13 maggio è stata anche notificata la conclusione delle indagini sul 16 settembre 2025. Quel martedì, un presidio in Piazza della Scala (rinominata Piazza Gaza) si è mosso verso la Prefettura, per poi deviare, ostacolata dalle Forze di Polizia, in Corso Buenos Aires. All’altezza di Porta Venezia, la Celere in antisommossa e i Carabinieri hanno provato a imporre un blocco, ma il corteo era troppo numeroso e troppo determinato: dopo un impatto, la Celere e i Carabinieri si sono ritirati, entrando persino in confusione (in rete circola il video in cui si vede un agente di Polizia e un carabiniere scontrarsi). Le denunce riguardano 4 persone, di cui 3 del CSA Lambretta. I reati contestati sono Resistenza a Pubblico Ufficiale Aggravata e Lesioni.
Il 16 settembre è stato il primo corteo, probabilmente a livello nazionale, che ha operato una forzatura reale, non concordata, conquistando una piazza logisticamente centrale come Loreto. Le operazioni repressive, allora (in questo caso più di 50 denunce per una vetro rotto), sembrano quasi agire retroattivamente in senso punitivo. Ci dicono: non importa che in quelle settimane siete sces* a milioni, importa difendere lo stato delle cose, il medesimo che continua a essere complice delle violenze di Israele in Palestina. È dunque anche un laboratorio, in un contesto nazionale e internazionale di messa in crisi profonda.

Leggi l’articolo precedente di ricostruzione delle indagini.
Foto di copertina di Margherita Dametti
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