Il 12 giugno sciopero nazionale della cultura

Presidio ore 18, davanti a Triannale di Milano.

Il 12 giugno lavoratrici e lavoratori dell’arte e della cultura si rifiuteranno di lavorare in tutta Italia.

Da almeno una generazione il mondo della cultura non esprimeva una mobilitazione nazionale di questa ampiezza. Noi lavoratrici e lavoratori dell’arte e della cultura, che da anni organizziamo il soggetto precario e sperimentiamo nuove forme di mutualismo, conflitto e sindacalizzazione, abbiamo deciso che era arrivato il momento di riappropriarci dello sciopero nazionale come strumento di lotta. Questo è solo un primo passo: ci faremo sentire e non ci fermeremo.

Non si tratta quindi di uno sciopero simbolico. Non è una mobilitazione di categoria che riguarda esclusivamente musei, biblioteche, archivi, teatri, università, fondazioni o istituzioni artistiche. È uno sciopero che attraversa l’intera filiera culturale e che prova a mettere in discussione il modello economico, politico e simbolico che negli ultimi anni ha ridefinito il lavoro culturale e il ruolo stesso della cultura nella società.

Questo sciopero nasce dentro un clima sempre più repressivo. In questi anni di governo, Giorgia Meloni e una classe dirigente cresciuta nell’universo politico di Atreju hanno dichiarato apertamente l’ambizione di conquistare l’egemonia culturale del Paese. Lo hanno fatto attaccando sistematicamente chi produce cultura critica, liquidando come “woke” qualsiasi posizione non allineata, favorendo la penetrazione delle narrative e degli interessi dello Stato di Israele nel sistema culturale e securitario italiano, e consegnando quote sempre più rilevanti della nostra infrastruttura informativa e comunicativa al potere delle grandi piattaforme tecnologiche legate all’amministrazione Trump e al capitalismo delle piattaforme.

Questa morsa repressiva e censoria non rappresenta però una rottura rispetto al passato. Al contrario, convive perfettamente con le politiche neoliberali che hanno caratterizzato gli ultimi vent’anni, comprese quelle promosse da governi che si definivano progressisti. La precarizzazione del lavoro, la privatizzazione dei servizi pubblici, la competizione permanente, la dipendenza dai finanziamenti privati e la trasformazione della cultura in uno strumento di marketing territoriale hanno preparato il terreno su cui oggi avanzano autoritarismo, censura e nazionalismo culturale.

Da anni il settore culturale viene raccontato come uno spazio di effervescenza, innovazione e creatività, in una Milano che apparecchia settimane tematiche come appuntamenti di lusso per investitori, sponsor e classi dirigenti. Dietro questa narrazione si nasconde però una realtà fatta di precarietà strutturale, salari insufficienti, esternalizzazioni, false partite IVA, appalti al massimo ribasso e una crescente difficoltà nel costruire percorsi di vita sostenibili.

Mentre si celebrano festival, design week, settimane dell’arte e grandi eventi internazionali, migliaia di lavoratrici e lavoratori continuano a sostenere l’intero sistema culturale attraverso forme di lavoro intermittente, sottopagato o completamente invisibile. È su questa contraddizione che si fonda la nostra mobilitazione.

È dagli anni Duemila che in Italia sono nati movimenti sociali composti anche da artisti e operatori culturali che hanno denunciato la nascita del lavoro precario, ma che hanno anche politicizzato il soggetto precario come nuovo attore sociale e nuovo luogo di sindacalizzazione.

Chi lavora nella cultura conosce bene questa condizione. È stata spesso la prima categoria a sperimentare forme di sfruttamento che oggi riguardano una parte sempre più ampia del mondo del lavoro. L’idea che la passione possa sostituire il salario, che la visibilità possa compensare i diritti, che la vocazione possa giustificare il lavoro gratuito, è stata sperimentata per anni sui corpi di artisti, curatrici, tecnici, ricercatrici, educatori, operatori culturali e professionisti della conoscenza.

Per questo il 12 giugno non è soltanto una vertenza sindacale. È una presa di parola collettiva.

È la richiesta di riconoscere che il lavoro culturale è lavoro. Che la cultura non può continuare a essere sostenuta da una massa di persone sottopagate o invisibilizzate. Che l’accesso all’arte e alla conoscenza è un diritto e non un privilegio.

Ma c’è un altro elemento che rende questa mobilitazione particolarmente importante.

Mentre i finanziamenti pubblici destinati alla cultura, alla ricerca, all’istruzione e al welfare vengono compressi, assistiamo a una crescita costante delle spese militari e a una normalizzazione sempre più diffusa dell’economia di guerra. Parallelamente, molte istituzioni culturali continuano a costruire narrazioni di inclusione, dialogo e sostenibilità mentre mantengono relazioni economiche e politiche con soggetti coinvolti nell’industria bellica, nell’estrattivismo e nei processi di colonizzazione che stanno devastando interi territori.

In questo contesto, parlare di art washing non significa utilizzare uno slogan. Significa interrogarsi su cosa venga effettivamente ripulito attraverso il linguaggio dell’arte.

Questo sciopero è un gesto di rifiuto della riproduzione di questo ruolo sociale. Non siamo più disposti a creare contenuti in silenzio, con sempre meno risorse pubbliche, in cambio della legittimazione di politiche che scelgono di investire e rafforzare il comparto militare, securitario e bellico.

Significa chiedersi perché il genocidio in Palestina venga sistematicamente marginalizzato, censurato o neutralizzato all’interno di molte istituzioni culturali. Significa osservare come l’arte venga spesso mobilitata per costruire consenso attorno a soggetti economici e politici responsabili di violazioni dei diritti umani, devastazione ambientale e produzione di guerra.

Per questa ragione, a Milano, la mobilitazione promossa da lavoratrici e lavoratori della cultura si innesta su un percorso di organizzazione e convergenza costruito negli ultimi mesi da Mi Riconosci? insieme a Vogliamo Tutt’Altro, Redacta, ANGA, Galassia, Art Workers Italia, CUB, ADL Cobas, CGIL e molte altre realtà. Un percorso che ha saputo costruire solidarietà e alleanze tra chi produce cultura e chi si oppone alla normalizzazione del genocidio, dell’autoritarismo, della censura e dell’economia di guerra.

È anche grazie a questa consapevolezza che appena un mese fa le stesse realtà che oggi promuovono lo sciopero nazionale della cultura hanno organizzato, grazie ad ANGA, lo sciopero della Biennale di Venezia dell’8 maggio, ottenendo la mancata apertura, nel giorno dell’inaugurazione, di decine di importanti padiglioni nazionali.

Un risultato senza precedenti recenti nella storia dell’arte contemporanea, raggiunto su uno dei palcoscenici culturali più visibili e influenti del mondo. Un risultato che dimostra la forza di un soggetto politico composito ma sempre più consapevole di sé: le lavoratrici e i lavoratori della Biennale organizzati attraverso Biennalocene, la rete internazionale di ANGA, artisti e curatrici che hanno scelto di mettere in gioco la propria posizione pubblica, Sale Docks e la rete dei centri sociali del Nord Est, Vogliamo Tutt’Altro, Galassia, Mi Riconosci?, ADL Cobas e molte altre realtà.

Questa esperienza ha mostrato come il soggetto precario culturale possa diventare un corpo politico collettivo capace non soltanto di produrre cultura, ma anche di interromperne il funzionamento quando le istituzioni si rendono complici di processi di censura, normalizzazione e legittimazione della violenza.

La mobilitazione della Biennale ha dimostrato che è possibile fermare la macchina culturale e aprire una frattura pubblica contro la penetrazione del sionismo nelle nostre istituzioni culturali e contro l’impunità di chi continua a sostenere o giustificare un genocidio in corso. Lo sciopero del 12 giugno continua  questa esperienza e nella consapevolezza che il conflitto può produrre risultati concreti quando riesce a organizzarsi in forme collettive e durature.

Scioperare significa interrompere la produzione. E lo faremo abbandonando i nostri posti di lavoro nei musei, nelle biblioteche, nei teatri e nelle scuole; leggendo, al posto dei nostri spettacoli e delle nostre attività, dichiarazioni politiche che esprimano ciò che pensiamo. Ma, poiché per molt* di noi il lavoro coincide con la vita stessa, sciopereremo anche dalle call online che affollano i nostri calendari e dallo scrivere l’ennesima application necessaria a garantirci qualche mese in più di reddito.

Scioperiamo, infine, per riportare con forza al centro del dibattito la richiesta di strumenti di integrazione al reddito e di un reddito di base incondizionato. La natura del lavoro culturale, per moltissime persone, non è più riconducibile alla forma del posto fisso e richiede strutturalmente un ripensamento radicale del mercato del lavoro e una transizione verso nuove forme di welfare universale.

Il 12 giugno scioperiamo perché la cultura non può essere costruita sullo sfruttamento.

Scioperiamo perché il lavoro culturale merita dignità, diritti e reddito.

Scioperiamo perché rifiutiamo che musei, teatri, festival e istituzioni culturali diventino strumenti di normalizzazione della guerra e della colonizzazione.

Scioperiamo perché la cultura può essere uno spazio di libertà soltanto se chi la produce è libero.

Invitiamo tutte le lavoratrici e tutti i lavoratori a organizzare presìdi, assemblee e momenti di confronto, utilizzando questa giornata per rafforzare un processo di mobilitazione sempre più permanente e radicato.

I promotori dello sciopero hanno convocato il presidio principale di Milano davanti alla Triennale alle ore 18 del 12 giugno. Sarà un momento per dare voce alle numerose lotte che attraversano oggi il mondo della cultura nella nostra città: dalla contestazione delle partnership e dei finanziamenti che legano le istituzioni culturali agli interessi della guerra e dell’occupazione, alle mobilitazioni delle lavoratrici e dei lavoratori del Teatro alla Scala; dalla chiusura della Biblioteca Sormani e dal trasferimento di parte del personale verso la futura BEIC, fino alla crescente difficoltà di costruire e mantenere spazi culturali indipendenti, autogestiti e accessibili. Spazi sempre più schiacciati da affitti insostenibili, rendite immobiliari, processi di gentrificazione e politiche urbane che subordinano la cultura alle logiche della valorizzazione economica, trasformando beni comuni, luoghi di aggregazione e infrastrutture culturali in strumenti di profitto e speculazione.

Lo sciopero non è soltanto un giorno di lotta. È l’occasione per rafforzare la ricca rete di soggetti che da anni sta costruendo un’infrastruttura politica alternativa al sistema che contestiamo.

Se saremo in grado di mantenere, curare e far crescere questa infrastruttura politica, non saranno in grado di fermarci.

Milano, 12 giugno 2026.

di Emanuele Braga

Lo sciopero del 12 a Milano

Sciopero della Cultura 12 Giugno 2026 – FAQ

12 giugno, sciopero generale della cultura (articolo di MiM)

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