Il Governo Meloni firma l’ennesimo DDL Sicurezza: è guerra alla generazione Gaza

Nel Consiglio dei Ministri del 14 luglio, con procedura d’urgenza, il governo Meloni ha approvato un nuovo disegno di legge “in materia di sicurezza e per la prevenzione del disagio giovanile”. Il testo integrale non è ancora pubblico – arriverà in Parlamento nelle prossime settimane – ma comunicato e conferenza di Piantedosi bastano per capire la direzione. Non a caso il DDL è stato licenziato nelle stesse ore in cui, alla Camera, Meloni finiva sotto sulla legge elettorale: la sicurezza ancora una volta è strumentale a spostare l’attenzione dalla crisi.

Cosa prevede
La misura centrale è l’estensione del fermo preventivo ai minorenni. Di cosa si tratta: la possibilità, per le Forze di Polizia – anche locali – di “accompagnare” negli uffici e trattenere fino a 12 ore, con il pretesto dell’identificazione, chi sia ritenuto pericoloso in luoghi con forte afflusso di persone, cioè – testuale – “le zone della cosiddetta movida”. Il tutto prima ancora che un reato sia stato commesso, sul solo “fondato motivo”, per esempio il possesso di un “oggetto indicativo di pericolosità”.

Accanto a questo, il DDL affida al Questore un divieto di aggregazione contro le “bande giovanili”; inasprisce il reato di danneggiamento di gruppo (reclusione fino a 5 anni, multe fino a 15mila euro, arresto differito in flagranza per cinque o più persone); esclude il risarcimento civile per chi subisce un danno mentre commette determinati reati; e introduce la procedibilità d’ufficio per le lesioni agli agenti, anche lievi, che finora richiedevano la querela della persona offesa. Nel provvedimento restano, dalla precedente bozza circolata nei mesi precedenti, anche l’aggravante per i reati contro i giornalisti e una norma sugli sgomberi rapidi delle occupazioni abusive di seconde case.

Il fermo nato contro le piazze
Per capire cosa sia davvero questo DDL bisogna vedere da dove provenga. Come ricostruisce Giansandro Merli su il Manifesto, il fermo di prevenzione era stato introdotto lo scorso febbraio contro un “inesistente allarme relativo ai reati di piazza”: la norma era già pronta, e arrivò qualche settimana dopo gli scontri di Torino per Askatasuna, spinta dalla scena (poi largamente ridimensionata) dell’aggressione a un agente.

Nasce, insomma, contro chi manifesta – i cortei, i presidi, la solidarietà con la Palestina. Oggi, a cinque mesi, l’esecutivo ne allarga le maglie: le manifestazioni politiche e la creazione di comunità sono similmente criminalizzate. È l’approfondimento di quella “guerra ai giovani” aperta dal primo atto della legislatura, il decreto anti-rave del 2022. Gli strumenti forgiati contro il dissenso migrano verso forme di “dissenso”, diciamo esistenziali: la possibilità che esistano forme di aggregazione imprevedibili dà l’allarme. Con tanto di controllo “giurisdizionale”, precisa il Manifesto, “più blando che mai”.

“Anti-maranza”: chi è il bersaglio
Le agenzie di comunicazione e i media mainstreem, allineate con la narrazione egemone, l’hanno chiamata “stretta anti-maranza”. Nel testo la parola non compare, ma l’obiettivo – scrive il Manifesto – è “il nuovo nemico pubblico costruito da allarmi politici e giornalistici sulla base di pregiudizi razziali”: il giovane di seconda generazione, di periferia, razzializzato. Sono gli stessi giovani che a Milano sono scesi in piazza dopo la morte di Ramy Elgaml e nelle mobilitazioni contro il genocidio, appunto la Generazione Gaza. È la stessa razzializzazione del dissenso già osservata nello strumento amministrativo della “Zona Rossa”, nei procedimenti sul 22 settembre, nella quotidianità di ogni grande città. Il criterio del fermo, del resto, è dichiaratamente discrezionale: chi decide cosa è “indicativo di pericolosità”, e su quale faccia, lo sappiamo.

Lo scudo agli agenti
L’altro tassello parla chiaro. Rendere procedibile d’ufficio ogni lesione agli agenti ed escludere il risarcimento per chi si trovava a commettere un reato significa una cosa sola: più tutela per chi porta la divisa, meno per tutti gli altri. In un paese dove Diala Kanté viene ammanettato davanti ai figli e muoiono Ramy Elgaml e Abderrahim Mansouri, lo Stato sceglie di blindare gli agenti.

Chiamano sicurezza il potere di trattenere un minorenne senza reato e di proteggere chi indossa la divisa da ogni conseguenza. Ma a ogni giro di vite corrisponde una resistenza: quei giovani che il governo chiama “maranza”, cercando di ridimensionarli, sono la stessa generazione che ha riempito le piazze contro il genocidio. E continuerà a farlo.

Tag:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *