Daspo, zone rosse e carcere: perché stiamo sbagliando tutto con i giovani
Le città italiane hanno paura dei giovani che le abitano. Da qualche anno la risposta al disagio adolescenziale, che si tratti delle «baby gang», dei «maranza», della movida notturna o dei raduni del sabato sera, è quasi sempre la stessa: punire, anticipare, contenere. La recente riforma che sposta sull’imputato l’onere di dimostrare la propria immaturità è solo l’esito più visibile di uno slittamento culturale che Valeria Verdolini ha descritto con precisione: il minore non è più una persona in formazione da accompagnare, ma un rischio da neutralizzare (https://rivistadissonanze.it/calabria/avere-come-priorita-la-punizione-di-un-minorenne). Questa paura, però, non guarda tutti allo stesso modo. I ragazzi oscillano tra due immagini opposte e ugualmente comode: o minaccia da contenere, o generazione spenta, apatica, senza desideri. Le ragazze, invece, tendono a sparire come soggetti e a riapparire come oggetti, prede da proteggere o vittime da compiangere, comunque figure passive attorno a cui si addensano i nostri panici morali. È uno slittamento che riguarda i tribunali, ma prima ancora riguarda le strade, le piazze, le stazioni, cioè la città. E la domanda che conviene porsi non è se essere più severi o più indulgenti, ma quale idea di città stia dietro questa paura.
Per rispondere conviene tornare a un libro di più di un secolo fa. Nel 1909, dalla Chicago di Hull House, Jane Addams pubblicava The Spirit of Youth and the City Streets. Addams distingueva tre ordini di colpe che gravano sui giovani: quelle dei genitori che ne trascurano le responsabilità, quelle di chi sfrutta il loro legittimo bisogno di piacere per trascinarli nel vizio, e infine una terza classe di offese, la più ampia, di cui è responsabile la comunità nel suo insieme, e che nasce dall’ignoranza di chi governa «riguardo ai bisogni della gioventù». Quel bisogno, per Addams, è prima di tutto bisogno di gioco, di avventura, di bellezza; e la città moderna, scriveva, aveva compiuto «lo stupido esperimento di organizzare il lavoro senza organizzare il gioco». È un’immagine che descrive bene anche le nostre città, dove i giovani sono ammessi soltanto come forza lavoro o come consumatori, mai come cittadini. La stessa avventura, che per Addams era un bisogno primario e non un lusso, trova oggi spazi sempre più stretti: la scuola si è fatta segmentata in compiti, progetti e ore di lavoro, con l’alternanza tra scuola e lavoro che entra presto nella vita dei ragazzi, e il tempo libero è diventato, per chi può permetterselo, un investimento, e per chi non può un’esclusione. Resta poco margine per l’esperienza gratuita e non finalizzata, quella in cui i giovani imparano a stare al mondo.
È a partire da qui che conviene distinguere con nettezza tre piani che il discorso pubblico tende a confondere: sicurezza, cura e giustizia sociale. La sicurezza come viene comunemente intesa, cioè la polizia, i tribunali, la pena, difende l’esistente. La cura si prende carico delle persone, dei loro bisogni, delle loro storie. La giustizia sociale, invece, vuole trasformare l’esistente, ed è, come vedremo, il prerequisito perché la cura non si rovesci in gerarchia. Addams ha pensato e praticato tutte e tre, ma il cuore della sua opera sta nel rapporto tra le ultime due.
La cura, per Addams, non è assistenza ma costruzione di spazi di condivisione. Realizza l’esperimento sociale di Hull House, uno spazio abitativo e sociale nella periferia di Chicago. Qui nascono i corsi serali e il primo «parco giochi modello», aperto nel 1894 su un terreno donato da William Kent, dove per la prima volta i ragazzi più grandi potevano giocare agli sport di squadra: uno spazio che dava valore al gioco e insieme teneva i più piccoli lontani dai pericoli della strada. Ma l’esperienza più significativa è forse il Museo del lavoro, a metà tra un’esposizione e un laboratorio, dove venivano mostrate e trasmesse le tecniche artigianali delle comunità di migranti che popolavano il quartiere, in gran parte italiani, insieme a greci, tedeschi ed ebrei dell’Europa orientale. La filatura con la rocca, la tessitura, la ceramica: arti che soprattutto le donne migranti si erano portate dai paesi d’origine e che, per la cultura dominante, erano cose di cui liberarsi al più presto per diventare “veri americani”. Per Addams valeva l’esatto contrario. Il nome «museo» può ingannare, perché non si trattava affatto di un deposito di cose morte: quei saperi venivano riconosciuti come un prodotto culturale, qualcosa da tramandare e in cui riconoscersi. Dare valore al sapere di chi migrava significava capovolgere la gerarchia, perché non erano arti primitive da superare, ma competenze da cui la stessa società d’arrivo poteva imparare. E significava, molto concretamente, ricucire i legami tra le generazioni: osservando le mani sapienti dei genitori intente a filare o a modellare, i figli nati o cresciuti negli Stati Uniti ne riscoprivano la dignità.
Quella cura rispondeva a una diagnosi precisa. Addams guardava a una città che si era «disgregata in ampi quartieri», dove masse di persone vivevano fianco a fianco «senza conoscersi, senza comunione, senza tradizione locale o spirito pubblico», in un caos non diverso da quello di una fabbrica enorme senza nessuno che la diriga. Sottolinea anche come non si faccia «praticamente nulla per rimediare a questa situazione», anche perché «le persone che potrebbero farlo, che hanno il tatto e la formazione sociale, le grandi case, le tradizioni e le abitudini di ospitalità, vivono in altre parti della città». Ma qui sta il punto più rilevante del suo pensiero: la cura calata dall’alto non ricompone nulla, anzi cristallizza le distanze. Addams criticava la carità proprio per questo, perché «molte delle difficoltà della filantropia provengono da una divisione inconsapevole del mondo in filantropi e persone da aiutare», una divisione che «presuppone due classi» e contro cui «la nostra educazione democratica si ribella». Insegnare ai poveri come si vive è una forma di colonizzazione. L’alternativa, per lei, è la simpatia, cioè la capacità di provare vicinanza e comprensione a partire non da un’uguaglianza astratta, ma dalla consapevolezza delle differenze, riconoscendo alle diverse forme di vita e di sapere lo stesso valore. La coesione che ne nasce non è una civilizzazione degli strati più bassi, ma una contaminazione reciproca, capace di mettere in discussione anche i modi di vita di chi sta in alto.
È qui che torna con forza l’idea che la giustizia sociale sia l’unico reale motore per la sicurezza. Perché la cura non si limiti a lenire, deve diventare pubblica e politica, deve cioè trasformare le condizioni che producono il bisogno. Addams lo aveva compreso osservando un paradosso: i compiti di cura, che la tradizione attribuiva alle donne, «scapparono loro di mano» non appena diventarono compiti di governo della città; appena la cura della vita si fece questione politica, chi l’aveva sempre praticata ne fu esclusa. La sua proposta rovescia i termini: non sono le donne a doversi educare per servire la repubblica, è la repubblica a dover imparare dalla cura. Tradotto nel nostro lessico, la giustizia sociale è ciò che impedisce alla cura di ridursi a beneficenza che stabilizza la disuguaglianza e alla sicurezza di diventare semplice neutralizzazione di chi disturba l’ordine. Senza trasformazione politica, la cura è carità e la sicurezza è controllo.
È esattamente ciò che manca oggi e che si vede meglio dove la posta in gioco è più alta, cioè nei giovani figli delle migrazioni, le seconde generazioni e i minori stranieri non accompagnati, cresciuti dovendo far convivere tradizioni diverse senza che a nessuna sia riconosciuta pari dignità. Su di loro si abbatte con più forza l’etichetta «maranza», che non descrive una realtà, ma la costruisce facendo sparire le differenze individuali e diventando segno di un problema identitario e non sociale. Milano è la città che più di ogni altra incarna questo racconto: qui il discorso sui giovani devianti si è saldato a quello sul decoro e sulla movida, le stazioni e le piazze del sabato sera sono diventate lo spazio da sorvegliare e ai ragazzi si offrono luoghi solo se sono luoghi di consumo. Non a caso è a Milano, al carcere minorile Beccaria, che negli ultimi anni sono arrivati i ragazzi che nessun’altra istituzione era riuscita a intercettare prima e le cronache di violenza su di loro: il carcere diventa il luogo in cui si concentrano i problemi che andavano affrontati molto prima e molto altrove e che riproduce la violenza che dichiara di voler combattere.
Dietro tutto questo c’è un’assenza precisa: quella di spazi pubblici non legati al consumo. Il parco giochi, il Museo del lavoro, i corsi serali erano gratuiti, aperti, e non chiedevano nulla in cambio se non la presenza: erano la prova che una città può provvedere al gioco e all’incontro senza affidarli al commercio. Le città italiane di oggi vanno spesso nella direzione opposta. Le piazze si riempiono di tavolini a pagamento, i parchi vengono «riqualificati» in funzione di chi consuma, gli oratori, i centri di aggregazione e le biblioteche di quartiere si assottigliano a ogni taglio di bilancio, e lo spazio che resta ai più giovani è quasi sempre uno spazio in cui, per stare, bisogna spendere. Chi non può permetterselo viene spinto fuori, verso i margini, verso la strada, verso l’unico «tempo libero» che non costa nulla ma che la retorica del decoro considera, di per sé, un principio di disordine. Addams lo aveva visto con nettezza già allora, descrivendo i ragazzi e le ragazze che restavano con desiderio fuori dal cerchio delimitato da una corda, perché mancavano loro i pochi centesimi per entrarvi. Sottrarre alla città i suoi luoghi non commerciali significa lasciare che l’unico linguaggio rivolto ai giovani sia, alternativamente, quello del mercato e quello della Polizia.
Torniamo allora alla domanda iniziale. Una città che risponde al bisogno di avventura dei suoi giovani con i Daspo, le zone rosse, le ordinanze contro la movida e il decoro eretto a tecnologia della vergogna, e che apre loro le porte solo come consumatori, sta ripetendo un secolo dopo lo «stupido esperimento» di Addams: organizza il controllo e disorganizza la vita. Addams ricordava che «lo svago è più forte del vizio», che la città può essere un tessuto saturo di relazioni e di contatti ravvicinati, e che i suoi giovani, con le ambizioni smisurate e i mondi immaginari che si portano dentro, sono la «variazione dal tipo consolidato» che sta «alla radice di ogni cambiamento». La sicurezza, da sola, non costruisce nulla: si limita a difendere ciò che c’è. Solo una cura orientata dalla giustizia, capace di trasformare e non soltanto di sorvegliare o di soccorrere, fa di una città un luogo in cui i giovani non sono un rischio da neutralizzare, ma ciò che le impedisce di invecchiare.
di Carlotta Cossutta
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