L’arte non è neutrale | I Trenta al BASE di Milano

La storia dell’opera I Trenta comincia il 6 ottobre 2022, quando arriva il nulla osta alla sua realizzazione nel cortile dell’ex Ansaldo, spazio oggi gestito da OXA Srl Impresa Sociale (BASE Milano).
Nel gennaio 2023 il Comune di Milano e BASE sottoscrivono un accordo di collaborazione per la co-produzione di interventi di arte pubblica negli spazi dell’ex Ansaldo.
Pochi mesi dopo, il 1° aprile 2023, viene inaugurato I Trenta, il murale di Flavio Favelli composto da trenta passaporti di altrettanti Paesi. L’artista dichiara di averli scelti perché «interessanti»: appartenenti, nelle sue parole, a un immaginario «fra il desueto e il problematico, il lontano e l’esotico, il misterioso e il reietto».
Al centro del muro è collocato il passaporto israeliano.

Il Comune di Milano commissiona direttamente il lavoro a Favelli, con un incarico complessivo di 13.956,80 euro, mentre negli atti BASE viene indicata come partner dell’iniziativa e la collaborazione tra Comune e OXA come finalizzata a «co-produrre l’opera». I Trenta non nasce però come un’opera destinata a rimanere intoccabile. Lo stesso disciplinare sottoscritto dall’artista stabilisce, tra le altre cose, la «temporaneità nell’ordine di un biennio, cui seguirà eventuale rinnovo ovvero cancellazione», mentre la determina comunale definisce esplicitamente l’opera «provvisoria» e, proprio per questo, non acquisita al patrimonio del Comune.

Nel novembre dello stesso anno, alcune artist3 e attivist3 razzializzat3 contestano pubblicamente l’opera, criticando sia la presenza del passaporto sionista sia l’impianto coloniale di un lavoro che assume il passaporto come dispositivo attraverso cui rappresentare culture e appartenenze. Nei documenti con cui il progetto viene presentato al Comune, Favelli spiega di avere scelto le copertine dei passaporti per lui «più interessanti», precisando: «fra il desueto e il problematico, fra il lontano e l’esotico, fra il misterioso e il reietto, fra l’ambiguo e il complicato». Il MUDEC descrive contemporaneamente il murale come un lavoro capace di incrociare «il tema della cittadinanza e della diversità sociale», pensato per interpretare la «multietnicità» del museo e instaurare un «dialogo aperto e costante con le comunità internazionali presenti a Milano»

Citando la posizione espressa ai tempi da Wissal Houbabi: “Qualsiasi artist3 razzializzat3 avrebbe almeno provato a non produrre un messaggio così coloniale. Per un’istituzione che si vuole decostruire, sapere cosa rappresenta il passaporto in sé, che cosa limita e a cosa da potere e quali paesi rappresentare, sicuramente lo sa e le giustificazioni si nasconderanno nella tecnica di dispersione della responsabilità nella gestione amministrativa – uffici, permessi, incarichi, decisioni, competenza – è logico. Aspettiamo un invito/ evento/ atto nel vederlo cancellare con un messaggio più sensato degno di ciò che artist3 e attivist3 razzializzat3 vi hanno trasmesso in questi anni“.

A quelle prese di posizione non segue alcuna risposta pubblica da parte delle istituzioni coinvolte.

Nel giugno 2026 la questione viene posta nuovamente e questa volta in forma collettiva. Galassia Antisionista, insieme ad Archive, Giovani Palestinesi Milano, AWI – Art Workers Italia, Serpica Naro, spazioSERRA e decine di lavorator3 dell’arte e della cultura, invia una lettera pubblica al MUDEC, a BASE Milano e a Flavio Favelli. Il testo viene successivamente pubblicato anche da NERO Editions con il titolo Art Is Not Neutral,

Il punto sollevato dalla lettera non riguarda soltanto la presenza di un’immagine ritenuta problematica perché emblema dello stato sionista di Israele, riguarda la responsabilità delle istituzioni che quell’opera hanno commissionato, sostenuto e continuano a ospitare nello spazio pubblico. Può un passaporto essere trattato come neutro, indipendentemente dal contesto storico? Può un’opera essere considerata conclusa una volta realizzata, come se ciò che accade intorno ad essa non ne modifichi continuamente la possibilità di essere letta?

Nel luglio 2026 Galassia Antisionista presenta una richiesta di accesso civico generalizzato agli atti del Comune di Milano e ottiene anche la corrispondenza interna relativa alle contestazioni del novembre 2023. Da quei documenti emerge che le critiche erano state immediatamente portate all’attenzione della direzione del MUDEC. Il 14 novembre 2023, alla richiesta interna di valutare un’eventuale linea di risposta rispetto alle «pesanti critiche» che stavano circolando sui social, la direttrice Marina Pugliese scrive: «Nessuna risposta. Lasciamo che si sgonfi. Chiaramente non hanno colto il significato dell’opera».

La mancata risposta pubblica del 2023, quindi, non corrispondeva all’assenza di un confronto interno sulla vicenda. La contestazione era stata vista, discussa e si era scelto strategicamente di non rispondere.

È anche a partire da questa storia che va letta la lettera inviata nel giugno 2026. La riportiamo integralmente, perché le domande poste allora restano il centro della questione.

La lettera pubblica

Alla gentile attenzione di Marina Pugliese,

Direttrice MUDEC – Museo delle Culture di Milano, e all’attenzione di Giulia Cugnasca e Nicolò Bini per il CDA di BASE Milano e Flavio Favelli, autore dell’opera.

Ci troviamo in un momento storico in cui milioni di persone nel mondo stanno assistendo in tempo reale alla distruzione sistematica della Palestina, del Libano, dell’Iran e dei loro popoli.

Da mesi, la Corte Internazionale di Giustizia nell’ambito del procedimento avviato dal Sudafrica, la Commissione d’inchiesta indipendente delle Nazioni Unite, numerosi esperti ONU e organizzazioni internazionali per i diritti umani come Amnesty International, Human Rights Watch, B’Tselem, il Lemkin Institute for Genocide Prevention e Genocide Watch denunciano gravi violazioni del diritto internazionale e riconoscono il concreto rischio, o l’effettivo compimento, di atti genocidari nei confronti della popolazione palestinese a Gaza e nei territori palestinesi occupati. La Corte Penale Internazionale ha emesso mandati di arresto nei confronti di alti responsabili politici israeliani per crimini di guerra e crimini contro l’umanità.

Riteniamo impossibile trattare come neutri dei simboli che rappresentano uno Stato responsabile di apartheid, occupazione coloniale, pulizia etnica e genocidio.

L’opera “I Trenta”, commissionata all’artista Flavio Favelli dal MUDEC – Museo delle Culture di Milano e realizzata in collaborazione con BASE Milano, attualmente visibile sul muro esterno di BASE Milano, raffigura una sequenza di trenta passaporti appartenenti a diversi Paesi del mondo.

Al centro del murale è collocato il passaporto di Israele.

La comunità palestinese in diaspora e diverse assemblee e realtà solidali con la lotta per la liberazione della Palestina hanno espresso più volte la propria contrarietà e il proprio sdegno nei confronti di questa operazione.

Ogni istituzione culturale è chiamata a interrogarsi sul significato che assumono le immagini e i simboli che sceglie di mostrare nello spazio pubblico. Nessuna opera è immutabile rispetto al contesto storico in cui viene osservata. Le istituzioni culturali non sono semplici custodi di oggetti o immagini: attraverso le proprie scelte contribuiscono a costruire significati, memorie e immaginari collettivi.

Ci chiediamo quindi quale sia il senso culturale, politico ed etico di rappresentare il passaporto israeliano senza alcun dispositivo critico, senza alcuna contestualizzazione e senza alcuna presa di posizione pubblica da parte delle istituzioni che ne hanno promosso e sostenuto la realizzazione.

Esporre questo passaporto evidenzia la scelta, da parte dell’autore Flavio Favelli, del MUDEC e di BASE, di sottrarsi a una responsabilità politica e civile nel riconoscere l’occupazione dei territori palestinesi, la violenza coloniale esercitata dallo Stato di Israele e le lotte per la liberazione della Palestina.

Ci chiediamo inoltre se MUDEC e BASE siano consapevoli del danno reputazionale che questa scelta rischia di produrre. Come possono istituzioni che dichiarano di promuovere pratiche critiche, inclusive, decoloniali e attente alle trasformazioni del presente, continuare a esporre senza contestualizzazione il simbolo statale di un governo accusato da numerose organizzazioni internazionali di genocidio, apartheid e pulizia etnica?

Quale messaggio ricevono oggi artist3, ricercator3, lavoratorɜ culturali e membri della comunità palestinese che attraversano questi spazi? Quale messaggio ricevono le comunità direttamente colpite da questa violenza quando vedono rappresentato come neutro il simbolo di uno Stato oggetto di procedimenti presso le più alte corti internazionali? È questa l’immagine pubblica che MUDEC e BASE intendono assumere davanti alla città di Milano e alla comunità culturale internazionale?

In un momento storico in cui milioni di persone nel mondo stanno denunciando il genocidio del popolo palestinese, l’occupazione coloniale e il sistema di apartheid imposto dallo Stato di Israele, continuare a esporre il passaporto israeliano significa assumersi la responsabilità pubblica di questa normalizzazione.

Il silenzio e la neutralità delle istituzioni culturali non sono posizioni innocenti. Anche la scelta di non prendere posizione produce conseguenze politiche, etiche e culturali.

Come assemblea antisionista dell3 lavoratorɜ dell’arte e della cultura chiediamo una presa di posizione pubblica immediata da parte di MUDEC e BASE sul significato di questa scelta e chiediamo pubblicamente:

– Ritenete che il passaporto israeliano possa essere presentato come un simbolo neutro?

– Ritenete che la neutralità sia una posizione sostenibile di fronte agli eventi in corso?

– Avete avviato una riflessione interna sul significato che questo murale assume oggi per la comunità palestinese e per le molte persone che frequentano questi spazi culturali?

– Quale messaggio intendete trasmettere scegliendo di mantenere il passaporto israeliano esposto senza alcuna contestualizzazione pubblica?

Come artisti e lavoratorɜ della cultura ci rendiamo disponibili a costruire un percorso verso la sostituzione dell’opera e verso una sua radicale riproblematizzazione pubblica, affinché lo spazio culturale possa essere all’altezza del contesto storico che stiamo attraversando.

Citiamo alcuni passaggi della lettera sottoscritta nel marzo 2026 da ANGA (Art Not Genocide Alliance: No Genocide), rete attiva per l’esclusione del padiglione israeliano dalla Biennale di Venezia, che riteniamo estremamente pertinenti anche in questo contesto:

“Vi ricordiamo che la violenza israeliana prende di mira anche l’arte e la cultura (…) le forze sioniste uccidono, imprigionano e perseguitano artisti e operatori culturali palestinesi, radono al suolo musei, archivi, centri culturali, scuole, università, biblioteche, gallerie, edifici storici e monumenti (…) e massacrano artisti, musicisti, poeti, giornalisti e scrittori.

Si tratta di un tentativo di annientamento non solo del popolo palestinese, ma anche della cultura palestinese.

(…)

A nessun artista o operatore culturale dovrebbe essere chiesto di condividere una tribuna con questo Stato genocida. Finché Israele continuerà a esistere attraverso il genocidio, la pulizia etnica e l’apartheid, non dovrà essere rappresentato (…). Il genocidio non può essere tollerato da un’istituzione che mira a indagare e celebrare i valori umani incarnati dall’arte. Fate in modo che le vostre azioni riflettano questa ovvia verità”.

Vi chiediamo con urgenza di rispondere pubblicamente a questa lettera e di prendere posizione.

Cordiali saluti,

Assemblea antisionista dell3 lavoratorɜ dell’arte e della cultura.

Una risposta che riconosce il problema, senza ancora affrontarlo.

Tre giorni dopo l’invio della lettera, il 18 giugno, arriva una risposta della direttrice del MUDEC. Marina Pugliese riconosce esplicitamente che «non esistono immagini o simboli del tutto neutri» e considera interessante, in accordo con l’artista, la possibilità di «problematizzare e risemantizzare l’opera attraverso interventi performativi o comunque non invasivi».

C’è inoltre un elemento contenuto negli stessi atti che rende difficile presentare l’integrità materiale dell’opera come un limite dato. L’accordo tra Comune di Milano e BASE prevedeva fin dall’origine che «le parti definiranno insieme l’eventuale possibilità di intervenire al di sopra dell’opera e i relativi tempi». E, come abbiamo visto, il disciplinare sottoscritto da Favelli prevedeva una durata nell’ordine di un biennio, al termine del quale erano contemplate tanto la possibilità di rinnovo quanto quella di cancellazione.

La proposta di intervenire sull’opera attraverso azioni «non invasive» non affronta il problema sollevato. In questo momento storico, parlare di interventi “non invasivi” significa, di fatto, evitare che l’istituzione si assuma una responsabilità pubblica. 

Risemantizzare può voler dire lasciare intatto l’oggetto e affidare ad altr3 – molto spesso alle stesse persone che lo hanno contestato – il compito di produrre il dispositivo critico che l’istituzione non ha prodotto. Una performance passa. Il muro rimane.

La proposta è invece quella di aprire una call pubblica per ripensare radicalmente quel muro, mettendo al centro la storia e la problematicità dell’opera I Trenta, che non può continuare a esistere nella sua forma attuale. Sostituire il muro, aprire un processo pubblico, coinvolgere artist3 e lavorator3 della cultura, anche nella possibilità di non cancellarne la storia, ma renderla leggibile. I Trenta esiste dal 2023, è stato contestato nello stesso anno, quelle contestazioni sono state conosciute dalle istituzioni e non hanno ricevuto risposta. Anche questo ormai fa parte dell’opera e della sua storia pubblica.

Il problema, inoltre, non è stabilire una volta per tutte quale sia il significato corretto dell’opera di Favelli.

È riconoscere che nessuna istituzione può controllare definitivamente il significato di ciò che colloca nello spazio pubblico. Un’opera entra in relazione con chi la attraversa, con i conflitti che la investono e con la storia che cambia intorno ad essa. E quando quella relazione produce una contestazione, rispondere che chi contesta «non ha colto il significato dell’opera» significa ristabilire unilateralmente chi ha il diritto di attribuirle senso.

È esattamente qui che la questione di I Trenta smette di riguardare soltanto un passaporto dipinto su un muro.

Riguarda il modo in cui le istituzioni culturali intendono la propria funzione pubblica. Non siamo noi ad attribuire retroattivamente a questo progetto una promessa di partecipazione e interculturalità: sono gli stessi atti che accompagnano I Trenta a parlare di «partecipazione attiva» delle comunità, di «dialogo aperto e costante con le comunità internazionali presenti a Milano» e di un’arte pubblica capace di entrare nel tessuto sociale della città.

È allora proprio nel momento in cui una parte di quelle comunità prende parola e contesta ciò che l’istituzione ha prodotto che queste formule vengono messe alla prova.

Il conflitto non è qualcosa che arriva dall’esterno a disturbare lo spazio culturale. È uno dei modi attraverso cui quello spazio diventa realmente pubblico.

Da questo punto di vista, il silenzio non è neutralità. E nemmeno rimandare indefinitamente la decisione può esserlo. Il rischio è che l’interlocuzione istituzionale diventi un processo di esaurimento: si riconosce che la questione esiste, ci si dichiara disponibili a discuterla, ma intanto il tempo passa, l’opera rimane esattamente dov’è e l’energia necessaria a tenere aperto il conflitto continua a ricadere su chi lo ha sollevato.

Non si tratta quindi di chiedere a MUDEC e BASE un gesto simbolico di solidarietà. Si tratta di chiedere che prendano sul serio la propria natura di istituzioni culturali e la propria responsabilità nei confronti dello spazio pubblico che amministrano.

Aprire una call pubblica per ripensare quel muro potrebbe essere un primo passo.

Condividiamo le parole di Wissal Houbabi che nel 2023 scriveva: Che questo muro va raschiato integralmente subito. Provo pena per il poco coraggio e la poca spina dorsale, ma soprattutto perché non vi state nemmeno rendendo conto della gravità di questo muro.

di Galassia Antisionista

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