“Bismillah, c’est les ténèbres”: la frase di un poliziotto sotto copertura ridicolizzato dallo slogan della Gen Z
“Bismillah, c’est les ténèbre”. È questo ciò che un poliziotto francese sotto copertura ha scritto in una conversazione privata su Snapchat con un minorenne, mentre cercava di infiltrarsi nel movimento di protesta che sta attraversando in questo momento i licei francesi. Il poliziotto sperava che la gente credesse che fosse un adolescente di origine nordafricana di nome Mamadou, molto interessato a spaccare cose e alla ricerca di un’occasione per farlo. Invece, dopo esser stato (facilmente) smascherato, le persone lo hanno interpretato come la versione più razzista mai esistita del meme ispirato a Steve Buscemi, quello del suo «Salut, ça va les jeunes?», che traduce perfettamente lo spirito di un adulto che cerca disperatamente di integrarsi — o, per meglio dire, di infiltrarsi – utilizzando lo slang dei ragazzi e risultando inevitabilmente fuori tempo massimo.
E così “Bismillah, c’est les ténèbres” è diventato uno slogan del movimento di protesta. È comparso sui cartelli durante le manifestazioni, dapprima come meme e poi come forma di riappropriazione di un linguaggio e di un modo di rapportarsi ai giovani che da caricatura razzista si è trasformato in uno strumento di rivendicazione collettiva.
Ciò che questo slogan rappresenta è il razzismo della polizia francese che non ha la minima idea di come parlino, pensino e vivano realmente i ragazzi di origine nordafricana, araba o africana; ragazzi che in piazza sventolano la bandiera francese, che non si porrebbero il tema della nazionalità se non fosse per questa continua sfida degli Stati-Nazionali alle persone con background migratorio.
Ma “Bismillah, c’est les ténèbres” descrive anche un modo di protestare e far politica che appartiene alla Generazione Z, qualcosa che vediamo anche in India con la protesta degli scarafaggi, e che abbiamo visto in Nepal quando i giovani hanno rovesciato il governo sventolando la bandiera di One Piece e organizzandosi attraverso assemblee su Discord. Lo stesso è accaduto in Albania, in Bangladesh, in Nigeria e in chissà quanti altri luoghi.
Quando ci si informa sulle proteste della Generazione Z in uno qualsiasi di questi Paesi attraverso i telegiornali e i media mainstream, le immagini come sempre si concentrano volutamente sui cassonetti in fiamme e sulle persone vestite di nero che rompono vetri. Ma se si segue la protesta sui social media, quello che si vede è molto diverso: reel di persone che tengono discorsi oggi fondamentali sulla fine delle guerra, il carovita, l’uguaglianza e il contrasto ai rincari, e poi festeggiamenti per strada, orchestre che suonano il tema di Star Wars mentre arrivano i poliziotti antisommossa, adolescenti che fanno Aura Battle, o partecipano a tendenze pensate per le coppie con la polizia sullo sfondo.
La protesta diventa così anche un modo per raccontare le proprie storie e ascoltare quelle degli altri, per farsi sentire in un mondo che non li vede o considera, imparando a riconoscersi di nuovo. I giovani in diverse parti del mondo non stanno soltanto contestando il potere, ma stanno creando nuovi modi di comunicare, organizzarsi e costruire uno spazio pubblico all’altezza di questa epoca.
La Generazione Z scende in strada aggirando il sistema dei media politici tradizionali, i grandi partiti e le istituzioni governative con la consapevolezza di esser governati da persone che non sanno come parlare con loro. Quando un rappresentante politico si trova costretto a immaginare come potrebbe parlare com un adolescente, il risultato è facilmente memabile. Qualsiasi eletto dopo il 2015 sembra incapace di comunicare davvero con il pubblico dei giovani, basta pensare al rocambolesco ingresso di Berlusconi su Tik Tok nei suoi ultimi anni di vita.
Quando poi si tratta di agire sulle problematiche giovanili, il governo risponde in maniera repressiva, più reati e più carcere, argomenta su luoghi comuni o utilizza gergo tecnico per evitare di dire davvero le cose in modo diretto e, prima di tutto, per evitare di affrontare i problemi.
I giovani sono sempre i primi a capire che i sistemi stanno crollando intorno a loro; dall’automazione attraverso l’intelligenza artificiale all’annullamento dei diritti umani, dal razzismo alla disuguaglianza: è nelle aule delle scuole pubbliche che la teoria si scontra con la realtà, ed è proprio lì che si vedono per prime le cose andare a pezzi. I/le giovani non hanno bisogno che qualcuno spieghi loro l’esistenza di queste crisi, perché sono già costretti a viverne le conseguenze, a misurarsi ogni giorno con contraddizioni che chi governa continua a descrivere come problemi astratti o questioni rimandabili.
È qui che emerge il protagonismo della Generazione Z o, come diciamo qui in Italia, della generazione Gaza: una generazione capace di ragionare oltre i confini della propria quotidianità e di utilizzare il telefono non soltanto per comunicare, ma per smascherare le bugie della stampa e l’inerzia di chi governa, mettere in discussione le narrazioni dominanti e costruire nuove forme di consapevolezza collettiva. Una generazione che, proprio perché ha accesso a una molteplicità di fonti e può connettere in tempo reale storie provenienti da luoghi diversi del mondo, è in grado di riconoscere somiglianze, individuare responsabilità e conoscere storie che superano i confini nazionali.
Nasce quindi anche la necessità di porsi domande scomode, inevitabili, come quella sul perché la violenza debba continuare a essere un monopolio dello Stato e dei suoi eserciti, o sul perché a chi subisce le conseguenze della povertà venga chiesto di sopportarla in silenzio, anziché rivendicare il diritto di difendersi con dignità, attraverso strumenti nuovi e nuove alleanze. Sono interrogativi che non possono essere liquidati come provocazioni, perché mettono in discussione il modo stesso in cui sono distribuiti il potere, la possibilità di agire e il diritto di essere ascoltati.
di Nassi LaRage e Salah Ibnq
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