“Good girls revolt” – Una storia scomoda?

Forse per il momento storico che stiamo vivendo, mi è stato chiesto di scrivere della serie TV Good Girls Revolt  – La rivolta delle brave ragazze, regia di Dana Calvo – la cui prima puntata è andata in onda sulla piattaforma Amazon Prime a novembre 2015. La serie si ispira al libro, mai tradotto in Italia, The Good Girls Revolt – How the Women of Newsweek Sued their Bosses and Changed the Workplace, pubblicato nel 2013 da PublicAffairs a firma della giornalista statunitense Lynn Povich.

Povich ha esordito come segretaria nella redazione di “Newsweek” per poi riuscire, non senza fatica, a diventare reporter e non solo: è passata agli annali per essere diventata la prima Senior Editor donna nella storia della suddetta pubblicazione. Come? Nel 1970, insieme a un gruppo di settanta impiegate nella redazione di “Newsweek” rappresentato dall’avvocata per i diritti civili Eleanor Holmes Norton, ha fatto causa al giornale per discriminazione di genere. La testata, infatti, non permetteva alle donne di fare carriera come reporter, ma le relegava da sempre al ruolo di segretaria di redazione o di “ricercatrice”, termine che nei fatti significava “colei che fa il lavoro di ricerca e revisiona gli articoli per il reporter uomo che firmerà poi il pezzo”. Good Girls Revolt, dunque, ricostruisce la vicenda a partire da quando l’idea di intraprendere un’azione legale contro i vertici del giornale era ancora lontanissima dall’essere concepita dalle ricercatrici di “Newsweek”, e anzi ci mostra proprio il processo di costruzione di un’identità collettiva da parte di queste donne, che passano da una più o meno sottile competizione tra “ultime” a diventare una squadra unita prima di tutto dalla sorellanza.

Foto della vera conferenza stampa del marzo 1970 in cui le “ricercatrici” di Newsweek annunciano la presentazione della loro istanza

Se mi chiedete se si tratta di una serie che sviscera e indaga nel profondo tutti i problemi, le contraddizioni, le frustrazioni e la fatica delle lotte per la parità di genere sul luogo di lavoro (ma non solo, nella serie è affrontato il tema dell’emancipazione femminile anche tra le mura domestiche), la risposta è: no. Tuttavia, a mio avviso tocca alcuni – nello specifico due – temi piuttosto cruciali che le permettono di ritagliarsi una menzione d’onore.

Già il fatto, poi, che la serie sia stata interrotta dopo la prima stagione senza una soddisfacente motivazione da parte degli Amazon Studios (se non qualche vaga allusione al fatto che la serie “non ha portato abbastanza nuovi iscritti alla piattaforma Amazon”) dovrebbe far venire voglia di guardarla anche solo per dispetto. Verrebbe da pensare infatti, come tante e tanti hanno riconosciuto, che la sospensione sia stata in realtà una diretta conseguenza dell’accusa di molestie sessuali rivolta all’allora capo degli Studios – poi licenziato in seguito alla vicenda – Roy Price da parte della producer di The Man in The High Castle Isa Hackett nell’ottobre 2017 (si sa, i panni sporchi si lavano in famiglia).

Ma torniamo ai due temi di cui sopra. La prima, annosa questione che la serie ha il merito di mettere in campo, seppur senza approfondirla più di tanto e affidando all’avvocata afroamericana Holmes Norton il ruolo della sanatrice di conflitti e del mentore politico, è quella della intersezionalità delle lotte. In un momento di frizione tra il gruppo delle ricercatrici bianche che, in sostanza, dall’azione legale non ha che da guadagnare e l’unica “impiegata nera in un giornale di bianchi” come lei stessa si definisce (la quale già vive come una grande vittoria l’essere riuscita a farsi assumere per le proprie capacità nonostante la sua appartenenza etnica), l’avvocata sembra citare alcune dichiarazioni di bell hooks, sostenendo e convincendo la sua “sorella nera” della necessità di incrociare le lotte di classe, genere e razza per raggiungere la vittoria.

Il secondo tema cruciale, questo meno esplicito ma a mio parere decisamente attuale, affrontato nel corso dei dieci episodi è quello del diritto all’imperfezione. Diverse volte, seguendo lo sviluppo degli eventi e man mano che la decisione di fare causa al giornale prende forma e corpo, ci si trova involontariamente e per riflesso a pensare cose come: “Ma perché invece non ne parlano con il capo, che in fin dei conti sembra una brava persona (certo, con i suoi limiti da maschio in crisi da mezza età, ma che vuoi farci, sono fatti così questi simpatici bricconi)?”; “Eh, però, anche lei non è che sia proprio lineare nelle sue prese di posizione, un po’ se la sta andando a cercare (tra l’altro dimenticando che nel 1969, anno in cui si apre la serie, scegliere di divorziare dal proprio marito o rifiutare di avere figli non era esattamente una pratica diffusa)!”. Citando lo scritto di alcune compagnə pubblicato qualche giorno fa, sembrerebbe essere una peculiarità delle lotte di genere quello di dover essere al tempo stesso il bersaglio e la soluzione ai problemi che le riguardano, così come sembrerebbe scontato che le donne che le intraprendono debbano dimostrare di “meritarsi” che le loro rivendicazioni siano prese sul serio. Il che significa che è loro chiesto di essere irreprensibili, sempre coerenti, sicure non solo di voler davvero mettere in discussione il sistema, ma anche di quali siano i giusti passi da compiere. E, insieme, devono dimostrarsi comprensive nei confronti di chi “proprio non ce la fa a vedere il problema”. È questo uno dei nodi più problematici, a mio avviso, dell’immagine culturale della donna nella società patriarcale, un problema che è ancorato al binomio donna-cura in tutte le sue declinazioni (donna-moglie, donna-madre, donna-non-adatta-a-certi-ruoli). Intendiamoci, è giusto e necessario che siano le donne a guidare le lotte per la parità di genere, così come lo è, per esempio, che i rider intraprendano le loro battaglie. Ma, parlando di rivendicazioni sul lavoro e per citare altri casi di attualità, non mi risulta che ai lavoratori della logistica si chieda (non ancora, per lo meno) la garanzia della loro totale coerenza, bontà d’animo e d’intenti, nonché un pizzico di comprensione per il padrone che “è abituato a fare il padrone in fondo” per poter essere ritenuti degni di rivendicare i propri diritti di base.

Le donne ritratte in Good Girls Revolt non sono perfette, come non lo sono i loro colleghi maschi a cui viene spontaneo perdonare ogni marachella perché “in fondo sono tutti bravi ragazzi, solo non si rendono conto”. E, personalmente, non penso che Povich e le altre donne impiegate nella redazione di “Newsweek” – ma per accertarcene forse potremmo leggere il libro, che guarda caso nessun grande editore ha pensato di tradurre in Italia – avessero progettato al dettaglio cosa sarebbe accaduto dopo che avessero intentato la causa contro il giornale. Ma di certo sapevano perché lo stavano facendo.

A volte è necessario distruggere lo stato delle cose per poterle ricostruire, o, per lo meno, per far trovare un campo il più possibile pulito per chi verrà dopo di noi. Un campo, si spera, meno “di battaglia” e più “di ricostruzione”.

S_M

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