In questi giorni di lotta, è “Essi vivono” il film da recuperare
Partiamo da un assunto: un certo cinema di genere ha sempre avuto un sapore reazionario per certe sensibilità (quella di chi scrive compresa). Eppure, in questi giorni di lotte e di proteste contro il carovita, il restauro e la distribuzione limitata nelle sale di quello che Slavoj Žižek definì “il grande capolavoro dimenticato della Hollywood di sinistra” è l’occasione perfetta per tornare a parlare del cult di John Carpenter: Essi vivono (They Live).
Intendiamoci, per chi cerca di decostruire certi linguaggi gli elementi per evitarlo ci sono: il protagonista, come spesso nel genere, è un eroe maschile (“Rowdy” Roddy Piper, stella del wrestling USA degli anni ‘80-90, con una fisicità tipicamente working class) e il film presenta la “velata” misoginia tipica di quegli anni, rappresentata in questo caso dal personaggio di Holly (Meg Foster). Nulla di tutto ciò basta però a declassare il messaggio sociale di Carpenter, attuale oggi se non più di ieri.
Il film comincia con un tono realistico e dimesso. John Nada (Piper) è un operaio disoccupato e senza fissa dimora, rimasto senza lavoro per le politiche economiche degli anni ‘80 (siamo nel pieno dell’era Reagan e della Reaganomics). Arriva a Los Angeles, trova lavoro in un cantiere e un posto in una baraccopoli grazie al collega Frank (Keith David), totalmente privo di speranza nei confronti della società. Intanto, alcuni elementi strani creano disorientamento: i messaggi di un predicatore afroamericano apparentemente folle e gli strani incontri nella chiesa episcopale di fronte alla baraccopoli. Quando la polizia arriva a demolire la baraccopoli, Nada trova nella chiesa una scatola con degli strani occhiali neri.
Gli occhiali sono la chiave di volta del film. Indossandoli, Nada vede una realtà totalmente diversa: tutto è in bianco e nero, un cartellone pubblicitario diventa uno sfondo bianco con la scritta “obey”, e un patinato manifesto di un viaggio da sogno ai Caraibi diventa “get married, reproduce yourself”. Ma il dato più inquietante riguarda imprenditori, politici, giornalisti, pubblicitari, yuppies: quasi tutti sono alieni con sembianze da scheletri deformati.
Il film vuole essere un’allegoria (e una parodia horror fantascientifica) degli anni ‘80. Ma di cosa parliamo davvero?
Gli alieni hanno inquietanti somiglianze con i Musk, i Trump, i Bezos, che come nel film hanno trovato una complicità sempre più ampia con i “comuni mortali” (certi umani si vendono per un benessere, al di fuori di ogni etica e in pieno stile “edonista reaganiano”) e hanno sviluppato strumenti di manipolazione molto più potenti della televisione e dei manifesti pubblicitari degli anni ‘80 (i social media, gli smartphone, ora l’AI). Sono strumenti che permettono loro di sfruttare le persone e le risorse del pianeta, esattamente come accade nel film.
Che Essi vivono parlasse di noi lo aveva fatto intendere già Mark Fisher. In un articolo del 2015 sul suo blog k-punk, scritto dopo le elezioni britanniche, paragonava i tanti “Keep Calm” che ci circondano agli “ordini” di They Live: messaggi che sembrano ironici e servono a contenere panico e disperazione.
Oggi gli alieni e i loro messaggi non si nascondono più. Gli slogan sono sullo schermo dello smartphone, personalizzati, algoritmici. Non servono occhiali per vederli, e proprio per questo vederli non basta. Mentre continue immagini di violenza, di torture, di inchieste shock ci passano sotto gli occhi, ci siamo abituati.
Però noi, come Nada, vediamo ormai com’è fatta la realtà. Resta da decidere cosa farne. La risposta di Carpenter è da b-movie: la ribellione è nelle mani di Nada e Frank (convinto a indossare gli occhiali solamente dopo una scazzottata di 8 minuti), con i loro pugni e fucili. Noi possiamo costruire qualcosa di diverso, insieme, senza scambiarci per alieni a vicenda.
Forse lo stiamo già facendo.
di Giulio Torello