“Jojo Rabbit”: si può ridere del nazismo?

Immaginate di essere un regista, sceneggiatore, attore e comico neozelandese, padre māori e madre di discendenza ebraico-russa. Immaginate di voler scrivere e dirigere un film sul nazismo, ambientato nella Germania del 1945. Da dove partireste? Quali domande vi porreste? Come affrontereste, nel 2020, un tema già così ampiamente trattato dalla storia del cinema, del teatro, della letteratura, delle arti, talvolta anche con risultati di altissimo livello?

Probabilmente questo e altro si è domandato Taika Waititi quando ha iniziato a scrivere la sceneggiatura di “Jojo Rabbit”, film presente da qualche settimana nelle sale italiane e molto liberamente ispirato al romanzo drammatico Come semi d’autunno della scrittrice neozelandese-belga Christine Leunens (2004). E la sua decisione è stata di affidarsi a un linguaggio che lui ben conosce, quello della comicità. Una bella sfida, e coraggiosa.

Nello scegliere di affrontare il tema del nazismo e della persecuzione degli ebrei ricorrendo al registro comico, Waititi ha deciso di non risparmiarsi, scegliendo come personaggio principale un bambino, Jojo, il cui amico immaginario, che lo accompagna nelle sue giornate scandite da fanatismo e bombe, che lo fomenta nel suo obiettivo di crescere come fiero e fedele membro della Gioventù hitleriana, è nientemeno che Adolf Hitler.

Jojo è un bambino di dieci anni che vive solo con la madre Rosie (Scarlett Johansson) in una Germania la cui disfatta militare è tanto prossima quanto negata, mentre il padre – questa la versione ufficiale – si trova a combattere al fronte e la sorella maggiore è deceduta per malattia. Nato e cresciuto sotto il regime, un po’ timido e insicuro quanto apparentemente aggrappato al suo fanatismo nazi, Jojo si fa trascinare insieme all’amichetto Yorki – altrettanto goffo e in cerca del proprio posto nel mondo – al campeggio della Gioventù hitleriana. Qui, il Capitano Klenzendorf, rimasto ferito a un occhio in guerra e dunque impossibilitato a combattere al fronte, e Fraülein Rahm, altro caso di fanatica soldatessa che ha trovato nel riconoscimento del partito il proprio motivo d’essere, hanno il compito di istruire i giovani al pensiero nazista e insegnare loro le tecniche di guerra, ben sapendo che presto la Germania avrà bisogno di tutta la carne da macello possibile per tentare di scongiurare la disfatta militare.

Ma la fede cieca di Jojo nel partito non può nulla contro le dinamiche umane, tant’è che subito il piccolo diventa la vittima favorita del bullismo dei membri più “anziani” del gruppo. Ordinatogli di uccidere un coniglio davanti a tutti per dimostrare di essere in grado di uccidere, Jojo prova invece a liberarlo, venendo poi umiliato pubblicamente. Da quel momento diventa “Jojo Rabbit”. Per riscattarsi, e sostenuto nell’impresa dal suo Adolf immaginario, lancia una Stielhandgranate 24 per dimostrare il suo coraggio: la granata rimbalza contro un albero ed esplode sul suo piede, procurandogli una ferita che lo lascerà temporaneamente zoppo e una cicatrice sul viso.

 

Una celebre foto scattata nelle ultime settimana di agonia del Terzo Reich in cui Hitler incontra dei giovanissimi bambini soldato

Non potendo più partecipare attivamente al gruppo se non con lavoretti secondari come l’attacchinaggio di manifesti di propaganda, Jojo inizia a passare molto tempo in casa da solo, mentre la madre è fuori. Sarà così che scoprirà l’ospite sgradito che si nasconde in soffitta. Elsa, una giovane ebrea cui Rosie ha dato rifugio. Da qui in poi il film racconterà l’evolversi del rapporto tra il bambino e la ragazza, così come quello tra lui e la madre.

Senza svelare eccessivamente i dettagli della storia, che per la sua forza merita di essere scoperta alla prima visione, si può certamente riconoscere l’attenzione che Waititi ha voluto dedicare al personaggio di Rosie, una madre che non vuole altro se non proteggere l’unico figlio che le è rimasto senza però rinunciare a fare “quello che può” per non venir meno ai suoi ideali e alla sua etica personale. Senza dubbio una grande performance della Johansson, che con buona probabilità le porterà qualche noto riconoscimento.
È lo stesso Waititi ad affermare di aver preso spunto, per la costruzione del personaggio, a “La vita è bella”, dove per tutto il corso del film Benigni fa di tutto per distrarre il figlio da quanto sta succedendo intorno a lui. Noi aggiungiamo che, probabilmente, il film di Benigni del 1997 è stato anche uno spunto per quanto riguarda la scelta di utilizzare la forma della commedia per trattare un argomento tanto drammatico come lo sterminio degli ebrei.

Volendo fare altri due parallelismi (ancora) non rivendicati dal regista, a tratti il film ci ha ricordato “Good Bye, Lenin!” di Wolfgang Becker (2003) e “Lui è tornato” di David Wnendt (2015). L’Hitler immaginario di Waititi, infatti, è totalmente comicizzato attraverso un sense of humor che potrebbe far arricciare il naso a molti.

Ma ciò che lo rende ancora più particolare, è l’essere interpretato da Waititi stesso. Il regista riconosce che non è stata una scelta premeditata, anzi sarebbe stata una condizione imposta dal distributore del film, la Fox Searchlight. Tuttavia, afferma in un’intervista, la scelta è stata vincente per il fatto che, se avesse scelto un grande attore per interpretare questo ruolo, l’attenzione sarebbe stata facilmente catalizzata da questo personaggio, facendo perdere importanza a quelli che invece era importante rimanessero i protagonisti indiscussi, i bambini.
In più, ci sarebbe stato il rischio che l’ipotetico attore, spinto dall’abitudine e/o dalla professionalità, studiasse troppo il personaggio cercando di renderlo più veritiero e meno caricaturale.

In conclusione, il ricorso al registro comico per affrontare un tema – come scrivevamo in apertura – tanto tragico quanto ampiamente trattato si è dimostrato un esperimento a nostro avviso riuscito. Si ride molto durante il film, si ride tanto da sentirsi in colpa di averlo fatto quando improvvisamente la scena cambia e ci rendiamo davvero conto della storia che ci sta venendo raccontata.

Riprendendo infine la questione di come trattare il tema del nazismo nel 2020, non abbiamo potuto non leggere la volontà di proporre un parallelismo tra la realtà storica ricostruita da Waititi e la nostra contemporaneità. Il rifugiarsi in un’ideologia suprematista, che faccia sentire “migliori” degli altri in un momento in cui ci si sente invece frustrati, incapaci di stare al passo, a volte dimenticati, o privi di un obiettivo che faccia guardare un po’ più in là. La ricerca del diverso a ogni costo (“Ma come facciamo a distinguere un ebreo? E se fossero proprio come noi? Saremmo spacciati!” si chiede, parafrasando, Yorki parlando con Jojo) e dell’ultimo per essere penultimo.

Sempre Yorki, diventato soldato, annunciando il suicidio di Hitler e guardando con i suoi occhi la disfatta della Germania: “Decisamente non è un buon momento per essere nazista”. E oggi, è un buon momento?

S_M

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