Joker (senza Batman) è rivolta di classe?

“Sta bruciando la città per quello che hai fatto!!”. “Lo so…non è bellissimo?”.

Apriamo questa recensione di “Joker” di Todd Philips appena uscito nei cinema con una brutale spoilerata che potrebbe riassumere perfettamente il film e con una incondizionata dichiarazione di amore per questa pellicola. Probabilmente una delle migliori dell’anno: eravamo in quattro al cinema e in quattro ne siamo usciti convinti. E che l’opera sarebbe stata di livello lo si capiva già dall’accattivante trailer che ha preceduto l’uscita del film nelle sale.

Il film narra le origini di uno dei “cattivi” più iconici dei fumetti della DC Comics e nemico giurato di Batman.

In realtà la figura del malvagio buffone dal volto dipinto è solo un punto di partenza per raccontare altro e accompagnarci in un viaggio nel profondo dell’animo umano e della società che ci circonda. Con il tradizionale Joker c’è veramente poco in comune, anche per l’assenza del suo nemico giurato: l’uomo pipistrello.

Partiamo dall’ambientazione, che più che uno scenario diventa una vera e propria protagonista della narrazione.

Siamo nel 1981 in una lugubre Gotham City, città piena di immondizia – e di topi a causa di un lunghissimo sciopero dei netturbini – nella quale in disagio della fetta più disagiata e povera della popolazione si impenna a seguito dei tagli dell’amministrazione ai servizi sociali. Una realtà del tutto assimilabile alla New York degli anni ’70, quella sull’orlo della bancarotta vittima del black out estivo, degli incendi nel Bronx e di altissimi tassi di criminalità.

Incendio al Bronx nel 1977

In una metropoli prostrata e in preda a spaventose diseguaglianze sociali vive la sua vita emarginata Arthur Fleck, aspirante cabarettista che sbarca il lunario lavorando come pagliaccio di strada e negli ospedali. Arthur vive nella squallida periferia di Gotham assistendo la malandata madre Penny. Arthur, oltre a trascinarsi da sempre una pesantissima depressione, soffre di attacchi irrefrenabili di riso che lo colpiscono nei momenti di tensione emotiva, caratterizzati anche dal tipico tamburellare nervoso e incontrollato delle gambe.

In questo scenario di povertà, emarginazione e disagio psichico il miliardario Thomas Wayne (padre del giovane Bruce, futuro Batman) decide di candidarsi alle elezioni per “salvare la città”. E qui l’associazione immediata è quella alla figura di Ronald Reagan, il candidato repubblicano alle elezioni presidenziali americane del 1980. Un uomo affabile e simpatico, che dopo la vittoria elettorale ha cambiato per sempre (in peggio) la società americana, facendola diventare più feroce e individualista che mai. Una società, quella americana, in cui la povertà è colpa e i poveri nemici.

Ed è in questo lugubre scenario che una serie di circostanze concatenate daranno vita alla figura di Joker, il cattivo per antonomasia.

I due detonatori che fanno esplodere la bomba nascosta nella personalità di Arthur sono appunto il taglio ai servizi pubblici che gli nega il suo settimanale colloquio con la sua psicologa e, cosa ancor più importante, la prescrizione delle medicine che servono a tenere a bada il suo disagio, cui si somma l’ennesimo (dei tanti) atto di protervia di cui è vittima sulla metropolitana da parte di tre rampolli della “Gotham bene”, cui è tutto dovuto e tutto permesso.

A questo punto, l’energia negativa che Arthur era sempre riuscito a reprimere esplode con forza conducendolo in una spirale di ferocia liberatoria che lo porterà a scoprire sia le sue origini che le cause della sua sofferenza psicologica e, infine, a una paradossale “auto-realizzazione” nella violenza.

Mentre Arthur procede alla “scoperta di se stesso”, parallelamente in città aumentano le tensioni sociali caratterizzate da un tratto identificativo: i poveri che protestano iniziano a girare per la città e distinguersi tra loro per un oggetto comune: una maschera da clown. Questo perché, in un’arrogante e incauta dichiarazione alla stampa il candidato sindaco Thomas Wayne ha definito i poveri, ovvero una grossa parte della popolazione di Gotham, con la parola “clown”.

Un uomo bianco, povero, emarginato e disturbato. Un politico bianco, ricco e potente. Queste due figure vi portano alla mente qualcosa? Il nostro pensiero è andato immediatamente al “Taxi Driver” del ’76 di Martin Scorsese con Robert De Niro come protagonista assoluto. Un Robert De Niro, peraltro, che interpreta un ruolo fondamentale anche nella pellicola di Philips.

E parallelamente non si può non pensare alle quasi settimanali stragi perpetrate negli Stati Uniti da uomini il più delle volte bianchi, disagiati e armati. Così come all’attentato di cui fu vittima proprio Reagan nel marzo ’81, messo a punto da una figura dal profilo psicologico molto simile a quello di Arthur Fleck.

Mentre veniamo accompagnati nello sprofondare (o risorgere?) di Arthur ci rendiamo conto che molte delle vicende narrate sullo schermo altro non sono che frutto della sua immaginazione distorta. Questo rende la narrazione ancora più inquietante, confondendo la realtà con la visione.

E mentre Joker, in diretta televisiva, mette in scena il suo show definitivo le strade di Gotham bruciano per una rivolta dei poveri che danno la caccia a ricchi e poliziotti. E del resto…chi meglio di un giullare pazzo può urlare impunemente che “il re è nudo” e guidare un riot?

Uscendo dal cinema l’impressione è quella di un film di forte critica sociale, posto che l’aggettivo “politico” sembra proprio non piacere allo stesso regista se non come aggettivo che accompagna “correct”, e non si riesce a non provare, almeno per qualche momento,  una dose di compassione ed empatia con il presunto cattivo, che più che carnefice emerge come vittima e prodotto in parte della “dura vita” e in parte della società escludente, grazie a una costruzione e una stratificazione psicologica efficaci.

Da vedere.

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