Lunga vita al rock’n’roll!

Abbiamo visto Bohemian Rhapsody.

Abbiamo visto Bohemian Rhapsody. Un film che ci era stato consigliato e descritto come un capolavoro a parere praticamente unanime dalle tipologie di persone più diverse.

Ci siamo approcciati al film con una certa cautela, avendo esperienze e gusti musicali molto diversi dallo stile, unico quanto “impegnativo”, dei Queen. Uno stile che si potrebbe definire manierista e a volte, o meglio spesso, un po’ pomposo. E pur avendoci portato il nostro gusto personale a seguire altre direzioni, facendoci forse sottovalutare o comunque approfondire limitatamente la storia di questa band, vedendo come Freddie Mercury e i suoi tenevano in pugno il pubblico o, come loro stessi affermavano, “interagivano” con esso, non si può che riconoscere di stare osservando la vicenda di uno dei gruppi che hanno fatto la storia della musica.

Una riflessione a priori che ci ha stimolato questo film è il fatto che proprio il Regno Unito, culla del libero mercato e dell’individualismo, abbia avuto la capacità di sfornare una quantità incredibile di gruppi musicali composti da artisti eccezionali  e fuori dagli schemi, divenuti quasi delle divinità per intere e diverse generazioni di giovani e meno giovani.

Del resto, parafrasando Noel Gallagher degli Oasis: “Nella Manchester della crisi industriale non c’era molto da fare salvo ammazzarsi d’alcool al pub, andare allo stadio e…ovviamente suonare insieme“. Paradosso dunque di un Paese dominato dal grigiore del degrado della vita quotidiana e del senso di comunità, che si è rivelato in grado di “sublimarsi” nella produzione artistica di giovani, spesso appartenenti alle fasce sociali più basse, capaci di dare vita a qualcosa di grande e immortale, ponendo un limite o meglio armonizzando i propri ego per un “fine più alto”. Qualcosa che a un Paese come l’Italia è mancato quasi totalmente, se si considera il numero estremamente limitato di grandi band a confronto con il mondo anglosassone.

Questo ci racconta innanzitutto Bohemian Rhapsody, tracciando il ritratto dei Queen come di una banda composta di misfits ovvero disadattati, come Freddie candidamente ammette nel colloquio col discografico della EMI. Una caratteristica che non sarà per loro un limite, ma un trampolino di lancio, avendo avuto la band e non solo Mercury, che senza dubbio è stato il più iconoclasta del gruppo, il coraggio di non negare questo loro lato di outsiders ma di cavalcarlo facendolo esplodere come un fenomeno di massa. Una band composta da quelli che, nella tradizione anglo-sassone (ma anche e sopratutto americana) verrebbero definiti dei loser ben diversi dai fascinosi rockettari alla Mick Jagger e Keith Richards, capaci però di “riscattarsi” attraverso la musica.

Un grande film musicale dunque, sul modello di “The boat that rocked”, pellicola del 2009 che racconta l’esperienza delle prime radio pirata nel Regno Unito degli anni Sessanta. Un film, quello sui Queen, ricco di buoni sentimenti, ma che ripropone al contempo alcuni stereotipi e cliché tipici del genere, capaci tuttavia di far vibrare in chi ha suonato uno strumento e, almeno una volta nella sua vita, è salito su un palco con dei compagni di band davanti a un pubblico di 10, 100, 1.000 persone, un’emozione vera e potente.

Alcuni critici e fan della prima ora hanno additato alcune licenze poetiche e manipolazioni della storia reale presenti nel film, che talvolta si discosta in effetti dai fatti realmente accaduti, accusandolo di disonestà. Di certo non si tratta di un documentario storico rivolto ai cultori della materia (e del personaggio) e, anche se il rischio di sconfinare nell’a-geografia è costante, a nostro avviso il valore dell’opera e il quadro generale che vuole tracciare non ne vengono eccessivamente compromessi. Forse, si sarebbe potuto approfondire maggiormente il tema dell’AIDS, vista la risonanza che la questione ha avuto negli anni Ottanta. È anche vero che un film di più di due ore che cerca di ricostruire l’intera vicenda di uno dei gruppi musicali più famosi della storia doveva necessariamente fare delle scelte narrative. In tal senso, forse per alcuni potrebbe risultare eccessivo lo spazio riservato al personaggio di Paul Prenter, manager personale rappresentato come il “diavolo tentatore” senza scrupoli che ha iniziato Freddie Mercury alla vita di eccessi che lo ha infine consumato, anche se d’altra parte potrebbe essere stato un escamotage per approfondire il ritratto più intimo ed emotivo di un artista tanto grande sul palco quanto fragile nel privato.

In conclusione Bohemian Rhapsody potrebbe essere considerato un inno e un monumento (funebre?) alla grandezza del rock e alla potenza del fare musica insieme, in un momento in cui questo genere musicale sta vivendo una fase difficile, messo in crisi dai vari talent show (massimo parossismo dell’IO individualista), dai dj set e dal vasto universo dell’hip hop. Probabilmente, quella tipologia di Rock, con la maiuscola, che ci viene mostrata attraverso la rievocazione di evento epocale come il Live Aid di Wembley è da considerarsi una vicenda ormai esaurita insieme alla fase storica che lo ha generato.

E nonostante ciò, considerando le tante persone di età diversa presenti insieme a noi nella sala del cinema, tra le quali tante e tanti under 18, ci domandiamo se film come questi possano essere in grado di riaccendere la passione (via via sempre più sopita) del fare arte insieme per spaccare il mondo.

Noi lo speriamo.

 

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