“You know all off that gots to go” (a proposito di hip hop e linguaggi)

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“Instinct leads me to another flow Every time I hear a brother call a girl a bitch or a ho Trying to make a sister feel low You know all of that gots to go”
(Queen Latifah – U.N.I.T.Y, 1993).

Non è una novità che il rap parli di pancia. E’ sempre stato un mezzo di comunicazione tra i più puri e diretti che ci siano, e indipendentemente dalla tematica il rap fatto come si deve è inestricabilmente legato a chi lo fa, alla sua cultura, alla sua storia, alla sua visione delle cose. Il contesto sociale quindi influisce molto sia sulle tematiche che sugli artisti stessi, sulla loro vita quotidiana e di conseguenza sul loro modo di approcciarvisi. Per questo possiamo dire che un rapper è una sorta di narratore che porta uno spicchio di realtà filtrata dalla sua cultura, educazione, trascorsi e coseco, nel modo e nei termini che più preferisce.

Non serviva certo qualche barra sessista per capire che l’Italia è un paese maschilista e abbastanza retrogrado, dove il Vaticano ancora influenza la politica e dove se si viaggia verso le pari opportunità lo si fa sempre e solo al ribasso, ma il fatto che il “rap” oggi arrivi a centinaia di migliaia di persone, spesso giovanissimi, che si fanno la loro idea delle cose ascoltando ossessivamente i loro idoli e comparando ciò che sentono con ciò che li circonda, rende tutto molto più problematico e inaccettabile.

La scena attuale è costellata di messaggi che vanno dalla molestia, allo stalking, alla degradazione e mercificazione più becera della donna, in video, messaggi e canzoni, e questo non solo nel mainstream, ma anche nelle battle, nelle jam, sulle panchine fuori dai locali. Questo è problematico perché l’Italia (e il mondo più in generale) è piena di merde che molestano, stalkerano, degradano e mercificano le donne, che si sentiranno sempre più giustificati in quanto in linea con la cultura dominante, plasmata dalle uscite dei nuovi eroi dell’Hip Pop e dalle sue fini analisi.

“Preferisco saperti morta che con un’altro” è l’esatto tipo di pensiero che scatta in testa a circa 150 virilissimi omini all’anno, le cui partner finiscono effettivamente per essere morte, e non con qualcun altro. Da un massimo di 180 a un “minimo” di 130 donne all’anno negli ultimi 5 anni sono morte, perché qualcun’altro pensava di avere diritto sulla loro vita in quanto portatore di pene, e da oggi questo qualcuno ha anche una canzoncina da cantarsi in testa mentre sotterra il cadavere soddisfatto.

Per concludere ci interessa poco il rap da jetset, i suoi pezzi e i messaggi che lancia, ma siamo seriamente preoccupati della leggerezza con cui vengono veicolati messaggi discriminatori e emblematici di una morale più che discutibile e antiquata, peraltro per mezzo del rap, un genere che nonostante tutte le personalità che ne hanno fatto la storia e i loro comportamenti non certo sempre esemplari, ha sempre rappresentato una via di riscatto, di evoluzione e di crescita, personale e comunitaria.

Il rap non deve essere politico o impegnato per forza ma non deve neanche essere usato come una macchina per fare soldi anche a costo di propagandare o comunque pubblicizzare comportamenti e mentalità da inizio ‘900, che remano contro un secolo e passa di conquiste delle donne, a braccetto con pubblicità, media e cultura di massa, in un quadro di lobotomizzazione e di regressione culturale massificata non indifferente.

ZamHipHopLab

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