“Perché non sono nata coniglio” – Una famiglia e cento anni di lotta

Non ricordo se ci siamo passati davanti sempre inconsapevolmente o per la prima volta quel 25 aprile in cui abbiamo appeso la prima corona alla lapide di Dax in via Brioschi. Mi riferisco al monumento dedicato a Roberto Franceschi davanti alla Bocconi. Gli anni passano, i ricordi si fanno confusi e ma con il passare del tempo la tappa a fianco del parco Ravizza dove il giovane studente della Bocconi fu ucciso dalla Polizia (omicidio ovviamente rimasto senza colpevoli) a colpi d’arma da fuoco il 23 gennaio 1973 è diventata una consuetudine della Festa della Liberazione. Quando la mattina di un 25 aprile dei primi anni Duemila ho partecipato al mio primo “giro delle lapidi” di zona Sud, che parte ogni anno dall’Arci Bellezza, eravamo pochini, come se l’iniziativa fosse diventata qualcosa di “scontato”. Poi, con il passare degli anni, i numeri sono aumentati arrivando a superare di molto il centinaio di persone con il record tra il 2009 e il 2013 quando alla commemorazione parteciparono anche alcuni gruppi di antifascisti tedeschi ed ex-detenuti politici irlandesi.

Questa fin troppo lunga introduzione per dire cosa, vi chiederete voi…

Per sostenere che la tragica vicenda di Roberto Franceschi rimane nella coscienza di almeno una parte di questa città.

A proposito di Franceschi, è di queste settimane l’uscita di “Perché non sono nata coniglio” (Edizioni Alegre), opera di scrittura collettiva firmato N23. Il libro racconta l’incredibile storia di Lydia Franceschi, madre di Roberto, che per decenni ha lottato per conservare la memoria del figlio e avere giustizia per quello che, a tutti gli effetti, può essere definito uno dei tanti omicidi di Stato della storia della Repubblica italiana.

Primo articolo dell’Unità sul ferimento di Roberto Franceschi con la notizie ancora frammentarie e confuse sui fatti.

Un’opera di scrittura collettiva, dicevamo, quella pubblicata da Alegre. Decisamente originale, ma con alcuni tratti in comune con un’altra opera collettiva che aveva sollevato entusiasmo qualche anno fa. Stiamo parlando di “In territorio nemico” edito da Minimum fax e firmato SIC – Scrittura Industriale Collettiva. Entrambi i libri parlano di lotta. Di quella partigiana “In territorio nemico”, di quella per un mondo migliore durata un secolo l’opera firmata N23.

Sì, perché la vicenda di Lydia Franceschi non è solo la storia dell’omicidio impunito di suo figlio, ma anche quella incredibile dei suoi genitori. Il padre Amedeo, militante comunista fuggito dal fascismo e approdato a Odessa per dare il suo contributo alla vittoria della Rivoluzione dei Soviet in un paese stremato dalla guerra civile come l’Unione Sovietica dei primissimi anni Venti. La madre Lidia (con la i) di famiglia agiata, ma anche lei schieratasi dalla parte di Lenin e dei suoi bolscevichi.

Lydia nascerà a Odessa e la sua vita sarà subito contraddistinta da eventi tragici, gli stessi che hanno caratterizzato un’intera generazione di comunisti impegnati nella costruzione dell’uomo nuovo e stritolati in massa dagli ingranaggi della rivoluzione che avevano sognato, realizzato e cercato di difendere. Mai come nei primi capitoli del libro sembra realizzarsi il vecchio detto russo: “Quando si taglia la legna, si fanno anche trucioli” citato da Tolstoj in “Guerra e pace” e poi mutuato da Stalin con qualche modifica (“Quando si abbatte una foresta volano sempre le schegge”). La vita di Lydia passa dalla Russia sovietica all’Italia fascista, attraverso il suo impegno come staffetta partigiana.

Si arriva poi al cuore della narrazione con il racconto della tragica morte di Roberto, che viene descritta nei dettagli utilizzando diverse fonti narrative e punti d’osservazione.

L’assemblea indetta dal Movimento Studentesco in Bocconi, la scelta del Rettore di impedire l’accesso all’ateneo agli studenti non bocconiani, la richiesta pomeridiana fatta alla Questura per fare presidiare l’ateneo da un contingente di Forze dell’Ordine, l’aumento della tensione sfociato in un breve scontro tra agenti e studenti, i poliziotti che sparano, i due feriti di cui uno gravissimo, l’agonia di Roberto, la sua morte e l’immenso funerale che accompagnò la sua barca, l’opera di scientifico insabbiamento da parte della Questura di Milano…

 

Articolo dell’Unità sulla morte di Roberto Franceschi

La terza parte del libro narra la lotta per la verità condotta da Lydia e dalla sua famiglia. Una battaglia che, se sul piano penale non ha trovato colpevoli, su quello civile ha obbligato lo Stato italiano a riconoscere la propria responsabilità risarcendo la famiglia Franceschi. Risarcimento utilizzato per mettere in piedi una fondazione a suo nome.

Un libro che ci ripropone una delle tante vicende di morti di serie B (per lo Stato e la politica) che qualcuno però non ha dimenticato. Da segnalare una poesia inedita di Franco Fortini e un bel capitolo scritto da Franco Fabbri degli Stormy Six (quelli di “Stalingrado”) che narra la genesi del canto di lotta “Compagno Franceschi” che pochi tra i più giovani conoscono, ma che viene sempre accennata quanto ci si trova davanti al monumento che ricorda Roberto e il suo sacrificio.

* in copertina la gigantesca partecipazione di Milano ai funerali di Roberto Franceschi il 3 febbraio 1973

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