The Politician ovvero elogio della zona grigia

Può una persona non buona fare il bene?

Questa è un po’ la grande domanda attorno alla quale ruota “The Politician”, la recentissima serie Netflix uscita nel settembre di quest’anno.

Si tratta di una produzione creata dal trio Ryan Murphy, Brad Falchuk e Ian Brennan, creatori di un gigantesco successo come “Glee”.

Lo confessiamo, abbiamo guardato la serie perché consigliati da diverse persone “del mestiere” ovvero vicini al mondo del cinema e delle serie tv.

Confessiamo un’altra cosa. Se fosse dipeso dalla lunghissima prima puntata avremmo lasciato perdere. In qualche modo siamo parzialmente d’accordo con la recensione di “Esquire” che definisce la serie in toto barocca e confusa. D’accordo in parte, perché questa critica ci sembra adatta alla prima puntata, ma…

Come in ogni discorso complesso che si rispetti, c’è un ma. In questo il caso il ma precede la frase: abbiamo deciso di dargli una seconda chance e dobbiamo ammettere che, in qualche modo, la serie sviluppa alcuni temi abbastanza interessanti. Pur non essendo entrata nella nostra Top list.

La storia è ambientata in una immaginaria Saint Sebastian High School situata a Santa Barbara, California.

Il tema unificante di tutte le 8 puntate è la corsa per diventare Presidente del corpo studentesco della scuola. Quello che in Italia sarebbe, più o meno, il Rappresentante d’istituto.

Qui facciamo la conoscenza di Payton Hobart, un’ambiziosissimo studente figlio adottato di una facoltosa famiglia liberal californiana, il cui sogno, sin da bambino è quello di diventare Presidente degli Stati Uniti. Un sogno che, con il passere del tempo, diventa una vera e propria ossessione, a dimostrazione che spesso, quando si vuole raggiungere a tutti i costi un obiettivo, dopo un po’ di tempo ci si dimentica i motivi che ci hanno spinto a inseguirlo.

Payton è sostenuto dal suo team elettorale. Tra accanitissimi, iperattivi e anfetaminici consiglieri politici: Alice, la sua fidanzata (e futura First lady, ruolo che lei stessa si è fermamente convinta che un giorno ricoprirà), McAfee e James.

Payton ha come sfidante il popolarissimo River. Campione di atletica bello, intelligente ed empatico (un nuovo Kennedy?) fidanzato con la bionda, fredda, apatica e annoiatissima Astrid.

L’elemento detonante della prima puntata, e che si ripercuoterà lungo tutte le vicende narrate, è proprio il tragico suicidio di River.

Quello che segue è una cinica e a volte grottesca ricostruzione del mondo della politica americana (quella dei grandi).

Guerre di sondaggi, vice-presidenti scelti non per il loro valore, ma per la quantità di voti che potrebbero portare suscitando nell’elettorato compassione e solidarietà (una malata di leucemia e una ragazza afroamericana omosessuale), colpi bassi e anche bassissimi, continui ribaltamenti del fronte di combattimento, l’importanza dell’apparire più che dell’essere, la tipica dinamica dei vizi privati e delle pubbliche virtù tanto cari a una società puritana e ipocrita come quella americana.

Va detto che la vicenda è interamente giocata sul versante democratico, progressista e liberal che viene spesso deriso per tutte le sue idiosincrasie e per un politicamente corretto a volte portato all’eccesso, come per esempio in rapporto alle tematiche di genere. L’altra faccia della Luna, ovvero il mondo repubblicano degli uomini bianchi poveri e incarogniti che stanno perdendo il loro potere, non ci viene mostrato. Altra fetta della società americana in qualche modo “snobbata” è quella dei poveri, se non per figure marginali come la “servitù” latina delle varie famiglie con ville gigantesche, o squallide come il fidanzato non particolarmente intelligente o la nonna super-rifatta di una delle candidate alla vice-presidenza. Sì, perché la battaglia politica è tutta giocata tra rampolli di famiglie molto agiate come a dire che la politica, negli States, è affare per ricchi.

Nonostante il cinismo e un umorismo molto tipico, emergono alcune tematiche che continuano ad agitare la società americana, come il controllo delle armi, l’importanza delle fratture razziali e di genere nel discorso politico pubblico, una ferocia che è l’altra faccia della medaglia del sogno americano, la rinata passione per la politica, specie tra i giovani sviluppatasi con l’avvento di Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez.

Come dicevamo però in apertura, in fondo, l’elemento portante di tutta la serie è lo studio della zona grigia presente in tutti gli esseri umani. Di quella complessità di sfumature che sta tra il bianco e il nero, tra il bene e il male.

Guardando “The Politician” a un certo punto ci è venuto in mente il magistrale monologo di Toni Servillo ne “Il Divo” di Sorrentino, quando il suo Giulio Andreotti si confronta con Eugenio Scalfari spiegando in pochissime parole le mille difficoltà e sfaccettature possibili derivanti dalla gestione del potere. Ad uno Scalfari che incalza il politico democristiano attribuendogli un ruolo di grande burattinaio in tutte le vicende più torbide della storia italiana e iniziando ogni frase con un “E’ un caso se…”, Andreotti replica gelido: “E’ un caso se l’autorevole quotidiano da lei fondato e diretto sia stato salvato a suo tempo dal Presidente del Consiglio? Quel Presidente Consiglio ero io (…)” ottenendo la piccata risposta del fondatore di Repubblica: “Guardi che le cose non stanno esattamente così, la situazione era un po’ più complessa”, cui Andreotti, trionfatore del duello dialettico risponde, senza possibilità di repliche: “Ecco…la situazione era un po’ più complessa. Ma questo non vale solo per la sua storia, vale anche per la mia”. La complessità, dunque, come elemento caratteristico di ogni essere umano e delle maschere che, via via, può indossare durante la vita. E sì, anche la concreta possibilità che una persona non buona agisca facendo il bene.

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