Una notte di 12 anni – La discesa agli inferi di tre prigionieri politici nell’Uruguay degli anni Settanta

Quando pensiamo a Pepe Muijca ci viene in mente una figura paciosa, rassicurante e anticonformista, non certo quella di un guerrigliero irriducibile e tostissimo.

Bene, il film “Una notte di 12 anni” di Alvaro Brencher ci racconta la vita precedente del Presidente dell’Uruguay dal 2010 al 2015. Anzi, una delle sue tante vite, ci verrebbe da dire.

Una delle tante vite perché il film inizia da una fine. Da una sconfitta.

La narrazione inizia nel 1973, con una scena durissima, quella dell’irruzione in massa di un gruppo di soldati in un carcere dove pochi, selezionati detenuti vengono buttati fuori dalle celle, massacrati di botte, messi in catene e caricati su un camion militare, non prima di avergli coperto la testa con dei cappucci. L’intera scena è filmata dal posto di guardia della prigione che, secondo il progetto del panopticon, si trova al centro dei vari raggi. La telecamera inizia a girare di 360° gradi mostrandoci lo sviluppo impietoso dell’irruzione e del massacro dei prigionieri.

Dicevamo che la pellicola inizia con una sconfitta. La sconfitta del movimento guerrigliero Tupamaros. Celeberrimo nell’Europa degli anni Settanta, ma pressoché dimenticato oggi.

Veniamo così introdotti della vita di Muijca e di due suoi compagni di lotta, già divenuti prigionieri e vittime, non più coraggiosi guerriglieri che si oppongono alla svolta autoritaria in atto nel loro paese.

Ma facciamo qualche passo indietro.

A differenza di altri stati Latinoamericani le cui tragiche vicende repressive sono più note, come Cile e Argentina, l’Uruguay non è quasi mai al centro delle cronache.

Si tratta di un paese di circa 3 milioni e mezzo di abitanti, situato tra Brasile e Argentina, che molti hanno definito e definiscono “la Svizzera del Sudamerica”. La popolazione dell’Uruguay è per la maggior parte di origine europea e storicamente ha sempre avuto un tenore di vita piuttosto alto, con una classe media sviluppata, anche in confronto ai suoi vicini.

Alla fine degli anni Cinquanta, il suo modello di sviluppo si inceppa, dando il via a una serie di dure lotte sindacali e studentesche. Per contrastare i movimenti sociali, il potere politico uruguayano vira sempre più a destra, abbracciando le tipiche politiche repressive ormai entrate nell’immaginario comune quando si parla del Sudamerica. La svolta autoritaria inizia sotto la presidenza Jorge Pacheco Areco e prosegue con Juan María Bordaberry, che mette in atto il Colpo di Stato del 27 giugno 1973, che verrà poi preso a modello da Cile e Argentina.

Contro questa involuzione autoritaria lottavano i Tupamaros, che riuscirono a ottenere un ampio supporto popolare. Nonostante ciò, falcidiato da una durissima repressione, il gruppo guerrigliero è sostanzialmente sconfitto nel 1972.

La nostra storia inizia, dicevamo, quando la formazione di cui Muijca faceva parte è già stata sconfitta e i suoi membri incarcerati.

 

Nel corso delle due ore di pellicola, ci viene narrata la vera e propria Odissea, ma sarebbe meglio definirla “discesa agli inferi” dei tre prigionieri Tupamaros che vengono spostati da una base militare all’altra e sottoposti a un trattamento inimmaginabile. Oltre a essere torturati e seviziati, infatti, vengono tenuti prigionieri in celle minuscole, dentro pozzi o veri e propri silos agricoli. Senza nessun contatto umano e totalmente abbandonati a loro stessi e alal solitudine. Il loro trattamento è talmente feroce dal far esclamare a un medico militare che “sarebbe meglio fucilarli piuttosto che trattarli così”.

Di fatto, nelle intenzioni del governo, si tratta di veri e propri ostaggi, da fucilare immediatamente casomai i Tupamaros decidessero di riprendere le armi.

Nello spostamento da un centro di prigionia all’altro Rosco, Ñato e José, questi i nomi dei tre detenuti, vengono a contatto con quella che la Arendt definirebbe la “banalità del male”. I carnefici sono tutti più o meno uguali. Contraddistinti, oltre che dalla ferocia, dallo loro mediocrità, dalla banalità delle cose che dicono, dall’incapacità di provare un qualsiasi tipo di empatia, ma anche solo di esprimere una qualche considerazione o frase degna di essere ricordata. Tra questi grigi e anonimi carnefici si distinguono solo due figure. Quella dell’ufficiale che ha catturato alcuni dei prigionieri, che recita il ruolo del “cacciatore vincitore” e quello di un sergente che, inizialmente, utilizza Rosco (il futuro drammaturgo e poeta Mauricio Rosencof ) per scrivere delle lettere d’amore a una ragazza che gli piace, ma poi stabilisce una sorta di rapporto di umana complicità con il suo prigioniero.

In questo scenario raccapricciante, quello che subisce il trattamento peggiore è proprio il futuro presidente Muijca. Detenuto sempre separatamente dai suoi due compagni e portato sull’orlo della follia.

Parallelamente alla narrazione della detenzione, con qualche flashback che descrive la vita precedente dei prigionieri, ci viene narrato come in Uruguay la giunta militare non abbia mai goduto del sostegno popolare, tanto da perdere, già nel 1980, il referendum sulla modifica della Costituzione. Infine, dovrà abbandonare il potere nel 1985, anno in cui i prigionieri politici vengono rilasciati accolti da una folla festante.

Se diverse opere negli anni hanno documentato la ferocia e la crudeltà della dittatura militare argentina (tra questi “La notte delle matite spezzate”, “Garage Olimpo”, “Hijos” e “Infanzia clandestina”), in Uruguay il tema della repressione degli anni Settanta e Ottanta è stato coperto da una coltre di silenzio.

L’opera di Alvaro Brencher si staglia con forza nel silenzio.

Utile e profonda.

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