Il cinema delle primarie

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Il 6 e 7 Febbraio andrà in scena a Milano “The hateful four”: una commedia con elementi drammatici in cui, in un climax di tensione crescente, i quattro protagonisti si contendono il controllo della città.
La pellicola ha creato sicuramente meno aspettative del precedente “Djuliano unchained”, ma, grazie anche all’escalation di toni e battute acide nel finale, ottiene, in questi ultimi giorni, un discreto successo di botteghino.
Diciamolo subito: nessuno dei quattro protagonisti ci convince appieno nel ruolo, forse anche perché, dicono alcuni, le attese sul film precedente erano state un tantino troppo alte.
Certo il canovaccio che si è sviluppato, e che forse si svilupperà, è decisamente migliore rispetto agli anni de “Le Iene”, thriller dai rintocchi soft-porno in cui una banda di ex-criminali assortiti tentava (e in parte portava a casa) la grande rapina.
Nello sviluppo della trama di “Djuliano unchained” ci sono state senza dubbio delle buone intuizioni, si è respirato un cambio di marcia, ci sono state aperture e svecchiamenti.
Ma crediamo che giudicare, con degli apprezzamenti e un’ampia dose di critiche, il film precedente non sia il punto della questione, perchè il punto della questione è qui e oggi, ed è molto serio.
Raccogliere il dato dell’assoluta estraneità dei movimenti a questa battaglia amministrativa, mai così marcato negli ultimi vent’anni, ci dice già qualcosa di più.
Non vogliamo qui rispolverare l’annoso dibattito del rapporto tra movimenti e istituzioni.
La macro categoria dei Bastardi senza gloria a cui ci sentiamo di appartenere ha provato con risultati alterni e subendo critiche costantemente feroci a interrogarsi e sperimentare forme collettive di contro-potere che potessero stare in qualche modo anche dentro a delle dinamiche di potere.
Sapendo che si continuava, irriducibilmente, a essere contro-potere, sapendo che portare qualcuno nell’istituzione era semplicemente dotare le lotte di uno strumento in più.

Vedere ancora, nel 2016, il rapporto movimento-istituzioni come dicotomico è fuori dalla storia, per almeno due ordini di ragioni.
Primo: i nostri riferimenti politici che, dai tempi dell’autonomia, passando per l’esperienza Zapatista, e arrivando fino alle sperimentazioni di autogoverno del Rojava, hanno spostato il problema ben lontano dalla presa del Palazzo d’Inverno. La dialettica della democrazia dal basso che irruppe dagli Altos del Chiapas, rinfrescata dalla teorizzazione del confederalismo democratico e dell’ecologia sociale che Ocalan ha trovato nei testi di Bookchin, Braudel e Wallerstein, ci sembra una lente molto più adatta per leggere le contraddizioni del contemporaneo.
Secondo: è ora di svegliarsi e rendersi conto che da quando vent’anni fa puntavamo l’indice contro i processi globali, il World Economic Forum, la Banca Mondiale eccetera, il mondo è cambiato ed è cambiato in peggio. Mentre noi latitavamo il potere ha strutturato il suo processo di esautorazione della democrazia e lo schiaffo subito da Tsipras e da tutta la Grecia ne è la fotografia plastica. Come si fa a creare delle forme di contro-potere nell’era della post-democrazia? Se sapessimo rispondere non saremmo qui, ma sicuramente sappiamo dire con chiarezza che la post-democrazia, l’annullamento della dialettica potere/contro-potere, è funzionale al partito della Nazione (e prima lo era al Blairismo, alla Grosse Koalitione eccetera) e che questo è il nostro nemico.

Insomma potremmo dire che uno dei quattro pistoleri del film che vedremo questo weekend è un nemico, gli altri due sono meglio, ma certo una loro vittoria non sarebbe una nostra vittoria. Il terreno del contendere è altrove.
In questa città scontiamo più che altrove una serie anche recente di errori evidenti, che hanno progressivamente fatto a pezzi la connessione sentimentale con interi pezzi del Paese e della società spingendoci sempre più verso l’irrilevanza e contribuendo a restringere notevolmente lo spazio politico.
Perché la Fiction della nostra pratica politica torni a essere Pulp occorre uscire da questo schema della sconfitta, che ci vorrebbe o soldatini in un nesso amministrativo che incide solo molto parzialmente sulle nostre vite oppure militanti duri e puri in un orizzonte di isolamento politico e sociale.
La percezione della storia come processo stratificato di erosione di diritti e di imbruttimento dei processi sociali è l’immaginario da rompere e in cui sono rimasti prigionieri interi settori sociali.
Rimettere al centro la solidarietà come elemento quotidiano, creare nuove alleanze sociali, trovare delle strade per mettere in comune quello che abbiamo, passando anche – perché no? – dall’interrogarsi su nuove forme di municipalismo, è il terreno del contendere.
Ci verrebbe da chiederci se c’è qualcun altro là fuori, guardandoci intorno come Vincent Vega a casa di Mia Wallace.

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