La banalità del conservatorismo

10978498_870294639658846_4277866121501332484_nBastone e tastiera.

Conflitto e consenso.

Pancia e testa.

Come davanti a qualunque coppia di opposti, anche davanti alle dicotomie ricorrenti che hanno animato il dibattito degli ultimi giorni, ci troviamo di fronte a un bivio.

Possiamo scegliere di accettare le antitesi così come il senso del nostro tempo ce le presenta, basandoci su dogmi culturali apparentemente ineludibili, assecondando lo status quo del nostro vocabolario e raggirando lo scontro tra concetti che l’abitudine tiene separati e paralleli.

Oppure possiamo scegliere di tentare una coraggiosa rivoluzione semantica, cercare la collisione tra opposti e metterne a valore la complementarietà.

Dicotomie vecchie, banali, inutili, dannose, che puzzano di pavidità, carenza di lucidità e assoluta assenza di fantasia, se decidiamo di esasperarle. Oppure, dicotomie preziose, arricchenti, ribelli, perché mettono in discussione prima di tutto se stesse.

Abbiamo tutto un tessuto culturale e sociale da intrecciare. Una tela che oggi più che mai può e deve prendere forma da una trama radicale e un ordito estroverso. Una stoffa Resistente agli squarci della crisi e delle disuguaglianze, forte della propria storia e partigiana nel qui ed ora.

In un presente in cui la partecipazione alla vita politica oscilla tra l’ignavia e il culto spesso più consuetudinario che consapevole di miti e icone del passato, non è banale riconoscere e costruire idee, pratiche e percorsi in grado rendere il mondo più vivibile, più giusto e più accogliente per tutti. Non è facile riconoscere i processi in grado di rivoluzionare il modello economico e sociale dell’era contemporanea.

Ma una cosa è certa: per ribellarci a quella voce dispotica, oppressiva e mortale che trova massima espressione nell’insensatezza di un modello di società basato sulla voracità dei mercati e sui suoi corollari – tra cui per primi grandi opere e grandi eventi – dobbiamo prima di tutto imparare ad osservare e osservarci. Ed è ai confini che si ha uno sguardo privilegiato sul mondo. Confini ideologici, fisici, di linguaggio, dove è possibile costruire nuovi codici interpretativi, coltivare nuove visioni e costruire pratiche fantasiose.

Il livello di radicalità e la forza di un processo rivoluzionario non si misurano su una bilancia attraverso il confronto con idee e iconografie di decenni fa. E per non intossicarci con i miasmi del nostro stesso conservatorismo, dobbiamo capire che le unità di misura attraverso cui dare un valore al nostro operato non sono i pesi di un immaginario passato. Rivoluzionario sarà chi saprà innescare meccanismi nuovi. Con i piedi piantati nella storia e le mani libere di sperimentare, smantellare e modellare nel presente.

Mani attive su bastoni e tastiere. Mani mosse da pancia e testa. Mani tese al conflitto e al consenso.

La Redazione di MilanoInMovimento

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