Bergamo, gli operatori sfiniti: «Qui si muore come mosche»

Nella chiesa del cimitero la fila delle bare non si riesce a smaltire. Al Soreu la metà del personale tecnico è ormai in isolamento. Tra loro c’era Diego Bianco, 47 anni.

C’è un’immagine che più di ogni altra racconta cosa sta succedendo in un pezzo della Lombardia, la provincia di Bergamo, la più colpita dal Covid. È l’immagine della fila di oltre quaranta bare nella chiesa del cimitero di Bergamo in attesa dell’estrema unzione e della cremazione. Di spazio, anche nella grande navata della chiesa, ormai non ce n’è più. I corpi vanno cremati in fretta per fare spazio alle prossime bare. Il Comune di Bergamo ha chiesto all’impresa che gestisce il forno crematorio di lavorare 24 ore al giorno.

I numeri della bergamasca sono impietosi. Il 12 marzo la provincia di Bergamo registrava 1.815 positivi al Covid e 142 vittime. Oggi siamo a 3.760 positivi e 405 vittime. In quattro giorni i positivi sono più che raddoppiati, i morti sono quasi triplicati.

I medici e gli infermieri sono stremati, i racconti dagli ospedali parlano di un sistema quasi al collasso. Ieri pomeriggio, mandati dal governo, sono arrivati 27 medici e 4 infermieri della sanità militare: una boccata d’ossigeno, ma non basterà. Tutti sperano che l’isolamento a casa degli ultimi dieci giorni possa aver rallentato la diffusione del virus e quindi l’afflusso di contagiati agli ospedali. Nel lavoro ospedaliero c’è un prima e un dopo il Covid. Il prima è quello del proprio lavoro nel proprio reparto, il dopo è l’oggi, con il personale trasferito nei reparti che curano i pazienti affetti da coronavirus. I sistemi di protezione minimi scarseggiano, si attendo i rinforzi promessi da Regione e governo.

Un’infermiera dell’ospedale Papa Giovanni XXIII racconta che da alcune settimane l’hanno trasferita da psichiatria al reparto Covid. È stremata, racconta, fisicamente e psicologicamente. Torna nel suo reparto e a casa con la paura di aver contratto il virus, i tamponi si fanno solo ai sintomatici, col rischio di poter contagiare altri pazienti, parenti o amici. Un operatore del centro di soccorso Soreu di Bergamo, la cui sede è di fianco all’ospedale Papa Giovanni XXIII, racconta che su 30 operatori tecnici quasi la metà sono positivi al Covid e a casa in malattia. Tra loro c’era anche Diego Bianco, 47 anni, morto alcuni giorni fa nella sua abitazione a causa del Covid. «È morto in sette giorni, non era ancora andato all’ospedale, ma ha avuto una crisi ed è morto come soffocato per complicazioni polmonari». Al funerale moglie e figlio non hanno potuto partecipare perché a casa in quarantena. «Noi copriamo le province di Bergamo, Brescia e Sondrio – racconta – riceviamo ogni giorno circa 2.500 chiamate. A fine febbraio erano 1.700, oltre a chi ci chiama per problemi respiratori ci sono tutte le altre emergenze. Alcune notti fa eravamo in tre in centrale e abbiamo gestito circa 400 chiamate». Il loro è un lavoro indispensabile, è il primo anello della catena del soccorso. «Chiediamo però di poter fare il tampone, può esserci utile anche psicologicamente. E poi di essere seguiti quotidianamente e di essere aiutati dalle altre centrali operative lombarde che potrebbero prendere in carico parte del nostro lavoro».

Fuori dalle strutture ospedaliere c’è la vita di tutti gli altri cittadini. «Le giornate passano in buona parte al telefono» scrive Sara Agostinelli, una cittadina di Bergamo. «Bollettini medici continui: come stai, come sta il papà, la zia, l’amico, ma tu cos’hai? Io ho questo, sì mi sa che ce l’ho anch’io». La paura è quella di non essere capiti. «Ho il terrore che fuori da qui non si stia capendo cosa ci succede, qui si muore come mosche». Racconta ancora, «il cimitero della città non riesce a smaltire i corpi, i campanili dei paesi non suonano più le campane a morto perché lo farebbero ininterrottamente. I medici sono esauriti o contagiati e cominciano a morire a loro volta. Siamo tutti malati, o quasi. Tre quarti dei miei conoscenti sono malati, amici, parenti, colleghi, medici di famiglia stessi. Abbiamo febbri molto lunghe e resistenti, molto provanti, dolori forti in varie parti del corpo, mancanza di respiro, tosse e raffreddori portentosi». È così che anche la Lombardia, la locomotiva del paese con un sistema sanitario che sta dando il massimo, si è riscoperta fragile e colpita dai tagli alla sanità pubblica fatti in questi anni. Scrive ancora Sara: «Dovremo renderci conto che non è possibile smantellare il sistema sanitario di un paese pezzo per pezzo per poi ritrovarsi a morire a grappoli con medici e infermieri che si massacrano rischiando la vita per tentare di tenere in piedi la nostra».

Così si vive nella bergamasca e dopo Bergamo, la provincia di Brescia. Qui ieri la crescita dei contagiati giornalieri è stata più alta di quella della bergamasca. Nel frattempo a Milano il presidente Fontana, dopo le polemiche con la Protezione Civile, è tornato a promettere l’apertura dell’ospedale da campo da 500 posti nei padiglioni della Fiera, affiancato ora nelle operazioni dal quasi-commissario Guido Bertolaso. Mancano però ancora i ventilatori per la terapia intensiva e i medici. «Ci saranno presto novità», promette Fontana.

di Roberto Maggioni

da il Manifesto del 17 marzo 2020

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