Nucleare, infuria la bufera

È un coro di no. Continuano le prese di posizione di istituzioni locali, politici e comitati, dopo la pubblicazione della Carta nazionale delle aree potenzialmente idonee (Cnapi), contro la possibilità di realizzazione del deposito nazionale dei rifiuti nucleari nel proprio territorio. Si moltiplicano, dal Piemonte alla Sicilia, le raccolte firme e si programmano assemblee.

Redatta da Sogin in base ai criteri della Guida tecnica 29 di Ispra (ora Isin), la mappa era stata consegnata ai Ministeri dell’Ambiente e dello Sviluppo economico nel 2015, ma ci sono voluti cinque anni e mezzo prima che arrivasse il nulla osta. Una decisione sempre rimandata e, ora che il velo alla mappa è stato tolto, le Regioni sono in rivolta. I 67 siti potenzialmente idonei sono 8 in Piemonte, 2 in Toscana, 22 nel Lazio, 14 in Sardegna, 4 in Sicilia, 12 in Basilicata, 1 in Puglia e altri quattro a cavallo tra quest’ultime due regioni. Piemonte e Lazio sono quelle con più luoghi in classe A1.

Oggi, il Consiglio regionale della Sardegna si riunirà per ribadire il no alla decisione di inserire la regione tra le sette considerate idonee a ospitare il deposito. In Sicilia, il presidente Nello Musumeci ha annunciato una task force di esperti per confutare la scelta di Sogin. Anche il Consiglio comunale di Matera è pronto a ufficializzare il proprio no, come i sindaci del Barese a scendere in piazza.

La Tuscia (Viterbo) è in subbuglio e dal Biodistretto della Via Amerina, che rappresenta 13 comuni, l’opposizione è netta: «Se dovesse maturare la scelta di utilizzare i siti del nostro territorio come discariche di scorie nucleari, il danno coinvolgerebbe un’area dal grande valore ambientale. La nostra opposizione sarà intransigente». Ad Alessandria, il Laboratorio sociale annuncia un’assemblea pubblica contro il deposito il 15 gennaio. Il deputato di Leu Federico Fornaro chiede che venga inserito nei criteri di scelta anche quello della densità di siti compromessi: «Ad Alessandria ci sono più di 100 siti da bonificare». In Piemonte, il governatore Alberto Cirio contesta «una decisione assunta senza un minimo confronto».

Il percorso di delocalizzazione è, però, appena iniziato. Con la pubblicazione della mappa è stata avviata una fase di consultazione pubblica: entro sessanta giorni enti locali e soggetti portatori di interesse possono formulare le proprie osservazioni. Entro 120 giorni dall’avvio della consultazione pubblica si svolgerà un seminario nazionale. Dopodiché toccherà al Ministero dello Sviluppo economico approvare la versione definitiva della Cnai e successivamente si avvierà la fase di concertazione con gli enti locali nei cui territori ricadono aree idonee. Sarà un percorso a ostacoli. Legambiente chiede che sia «trasparente e condiviso». Ovvero quella partecipazione troppo spesso rimasta sulla carta.

È da registrare l’imbarazzo nel governo, con il Ministro Roberto Speranza che dice no per la Basilicata e Sergio Costa che assicura che nessuna scelta sarà sulle spalle delle comunità. Matteo Salvini, che meno di due anni fa era al Viminale, sfrutta il malcontento e la butta in caciara: «Decine di comuni non vogliono ospitare il deposito nazionale, eppure ci sono sindaci che prenderebbero in considerazione il progetto e non sono stati nemmeno consultati.

È il caso del comune di Trino». È, invece, zona catalogata come inidonea per la falda acquifera troppo superficiale e la vicinanza ai fiumi, come Saluggia. In Piemonte risiedono l’80% dei rifiuti nucleari italiani, che complessivamente sono sparsi tra varie regioni: le vecchie quattro centrali di Trino (Vercelli), Caorso (Piacenza), Latina e Garigliano (Caserta); l’ex impianto Fabbricazioni nucleari di Bosco Marengo (Alessandria), i tre impianti di ricerca sul ciclo del combustibile di Saluggia (Vercelli), Casaccia (Roma) e Rotondella (Matera) e, poi, vari centri di ricerca.

Nel deposito nazionale, che prevede un investimento 900 milioni di euro, saranno sistemati definitivamente circa 78 mila metri cubi di rifiuti radioattivi a molto bassa e bassa attività, la cui radioattività decade nell’arco di 300 anni. Di questi rifiuti, circa 50 mila metri cubi derivano dall’esercizio e dallo smantellamento degli impianti, circa 28 mila metri cubi dagli impianti nucleari di ricerca e dai settori della medicina nucleare e dell’industria (anche futuri). Nel deposito sarà compreso il complesso Csa per lo stoccaggio di lungo periodo di circa 17 mila metri cubi di rifiuti a media e alta attività.

di Mauro Ravarino

da il Manifesto del 7 gennaio 2021

 

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