Grazie ENZO che la terra ti sia lieve.

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Venerdì 29 marzo 2013 è morto Enzo Jannacci.

Un altro pezzo della Milano libera, ironica, incontrollabile, viva e colorata se ne va, stroncato da un cancro.

Maestro d’ironia e di tecnica musicale, genio folle e visionario nella musica e negli spettacoli.

Una triste notizia per la città. Una grave perdita per la cultura italiana.

Non starò qui a ripercorrere la vita artistica e personale di Enzo. Wikipedia, i quotidiani e persone più brave di me lo faranno e lo faranno meglio.

Proverò a ricordarlo con 3 immagini 1 canzone e 1 frase.

Provando ad andare temporalmente torno indietro al 1994.

Festival di San Remo: Paolo Rossi e Enzo Jannacci salgono sul palco del Teatro Ariston e cantano “I soliti accordi”. Ero troppo piccolo per capire l’ironia e la genialità di quella canzone ma mi ricordo come rimasi colpito da quei due personaggi che non c’entravano assolutamente nulla con il resto dei concorrenti e dell’ambiente. Ero estasiato e stupito dal coraggio che avevano perché erano diversi da tutto ed erano lì e si divertivano. Credo che quel giorno imparai che per star bene bisogna fare quello che ci si sente di fare, come lo si sente, non fare quello che tutti fanno.

Vado avanti di qualche anno, non so quanti, non mi ricordo.

Matelica, piccolo paese delle Marche. Bebo Storti ed Enzo Jannacci fanno uno spettacolo nella piazza del paese, gratuito. Ricordando le gesta di San Remo e avendo conosciuto Storti grazie a Mai Dire Gol non voglio perdermi il concerto, mi siedo nelle prime file e mi godo lo show.

Arriviamo all’ultima canzone “Ho visto un Re”. I due artisti si mettono a scherzare con il pubblico, appena arrivano alla frase “Sa l’ha vist cus’è? Un contadino” dal pubblico qualcuno (pensando di fare lo spiritoso) gridò “un albanese”, con chiara intenzione razzista.

Enzo non perse la sua proverbiale classe e rispose “Quindi? Io sono Macedone e Bebo Serbo, è un problema? Non credo” Piazza muta per qualche secondo e poi una parte esplose in un grande applauso. Dopo il concerto tutti e due andarono a mangiare in un ristorante di un amico di mio padre. Ebbi la fortuna di fare una cena con Jannacci, purtroppo ero troppo piccolo per dialogarci ma abbastanza grande da cogliere la follia che lo rendeva magnifico.

Terza e ultima immagine: una locandina che lo citava presente a un concerto contro lo sgombero del Leoncavallo. Se non mi sbaglio era il maggio del 2003. Per me, ragazzo di provincia, il Leoncavallo era il simbolo dei centri sociali, era quello spazio che aveva formato una parte del mio immaginario e sapere che un artista che amavo si sarebbe speso contro uno sgombero me lo dipingeva sempre più come un riferimento culturale e non solo musicale.

“Spero di rivedere un piazzale Loreto. Ricordo una donna che sparava alla testa di Mussolini appeso per i piedi. Spero di rivederlo ancora”.

Questa la frase che nel 2004 disse andando a ritirare il premio Isimbardi, aggiungendo nella stessa occasione “i fascisti non rompano”. Tutto questo per difendere la scelta della giunta provinciale di centrosinistra di assegnare sempre lo stesso premio all’associazione “mamma antifasciste del Leoncavallo”.

Questo suo intervento creò molta polemica, lui sostenne la posizione continuando a prendere le parti del Leo.

3 immagini, 1 frase e manca la canzone.

Difficile scegliere tra tante belle e meravigliose. Andiamo al 1975 quando uscì “Quelli che….” che conteneva la canzone omonima scritta con Beppe Viola.

Non so se sia la sua canzone più bella, forse no, ma sicuramente questa è una delle canzoni con cui l’ho amato, un po’ grazie al fatto che divenne sigla di un noto programma televisivo sportivo, un po’ grazie al testo.

Questa è la mia versione preferita, dice tanto, dice tutto:

Forse questo è solo un ricordo personale, forse non aiuterà a rendere omaggio alla grandezza dell’artista, forse non aiuterà a ricordare la sua capacità di raccontare con ironia una città viva e incontrollabile.

Sicuramente però è un modo diverso, così come mi ha insegnato lui, di dirgli ciao e di ringraziarlo per quello che ha scritto, detto e regalato a tutti noi. Sempre con il sorriso sulle labbra e una profondità di contenuti che si mescolavano con grande intelligenza.

Grazie ENZO, che la terra ti sia lieve.

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