Lettera a Marica, la lavoratrice licenziata da Ikea

Cara Marica, 
il tuo licenziamento ci ferisce, scatena la nostra rabbia ma purtroppo non ci stupisce.
 
Un anno fa abbiamo iniziato a incontrarci sia a Milano che in molte altre città in Italia  e sin dai primi momenti di analisi collettiva e condivisione di esperienze abbiamo colto uno degli aspetti più pervasivi nella vita delle donne: quello della violenza economica.
Condividendo vissuti e riflessioni a partire dalle nostre stesse condizioni di vita e lavoro, abbiamo  individuato il nesso stretto tra l’attuale sistema economico  e la violenza di genere; abbiamo  messo in luce come, in questo  ambito, la violenza di genere venga perpetuata creando sempre nuove forme di segmentazione e frammentazione del lavoro, di esclusione,  disoccupazione forzata, sfruttamento e impoverimento. 
Quello che ti  è stato ingiustamente contestato e che hai pagato con l’altissimo prezzo del  licenziamento riguarda uno degli aspetti fondamentali della cosiddetta femminilizzazione del  lavoro: la messa a disposizione incondizionata del proprio tempo di  vita. 
 
La femminilizzazione del lavoro e i suoi caratteri  fondativi (obbligo a una piena disponibilità del tempo, intermittenza e lavoro gratuito) caratterizzano oggi non solo la condizione delle donne nel mercato del lavoro, ma l’intero meccanismo galoppante di  precarizzazione e ricattabilità.
 
Ci troviamo in un Paese che lamenta costantemente il calo delle nascite, ma che allo stesso tempo taglia lo Stato Socialei servizi e diminuisce i fondi e le misure a sostegno della genitorialità e della cura.
Oggi sei tu a ricevere questo provvedimento ma domani potrebbero essere molte altre, potrebbe essere una di noi.
 
Accade questo quando il tempo di cura dei e delle figlie, così come degli e delle anziane e dei e delle disabili, non solo ricade in via quasi esclusiva sulle donne, ma non è nè riconsociuto economicamente, nè valorizzato mettendolo al centro dell’organizzazione del lavoro.
Abbiamo detto #metoo di fronte alle molestie sul lavoro e lo ripetiamo riconoscendoci in ogni donna sfruttata, sottopagata, licenziata, destinataria di  provvedimenti disciplinari, in corsa rocambolesca contro il tempo per  riuscire a essere madre, donna, lavoratrice.
Abbiamo deciso di  iniziare insieme un cammino rivoluzionario, abbiamo creato immaginari di  giustizia sociale, abbiamo scritto un piano femminista contro la  violenza di genere.  Vogliamo reddito di autodeterminazione, salario minimo europeo,  infrastrutture sociali, vogliamo che le pratiche di cura e di riproduzione diventino un valore condiviso e non un ennesima forma di sfruttamento, vogliamo politiche a sostegno della maternità per chi la sceglie e della genitorialità  condivisa. E le vogliamo per tutte, non una di meno.
In tutto questo nessuna deve rimanere indietro. Per rompere la frammentazione e l’isolamento che contraddistinguono il  mondo del lavoro contemporaneo, riteniamo fondamentale riaffermare, tra  le nostre pratiche femministe, l’importanza della costruzione di nuove  reti solidali e di mutuo soccorso, riaffermare cioè, contro la barbarie,  l’individualismo e la solitudine, la potenza dell’essere in comune, il  sostegno, la sorellanza. Mutualismo e solidarietà contro le ritorsioni, contro i ricatti, le molestie, le discriminazioni e ogni  forma di violenza dentro e fuori i posti di lavoro.
 
Per questo abbiamo trasformato  il nostro #metoo in un #wetoogether che sappia darci forza.
Oggi sei tu a  pagare il prezzo e noi ci schieriamo al tuo fianco: ti staremo  accanto nelle piazze e davanti a quei  cancelli  sino a quando non verrai riassunta e l’IKEA non chiederà pubblicamente scusa.
 
 Ma sappiamo che è una società intera che deve cambiare!
 Se toccano una, toccano  tutte.  
 Sseminano violenza, raccoglieranno scioperi e tutta la nostra forza
 

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