La paura fa Trump

“Allora dimmi…ragazzo del futuro…chi è il Presidente degli Stati Uniti nel 1985?”.
“Ronald Reagan!”.
“Ronald Reagan!!?? L’attore!!??”.
 
Apriamo questo articolo con una simpatica citazione tratta dal film di Robert Zemeckis “Ritorno al futuro” del 1985. Una citazione che forse, in un futuro neanche troppo lontano, potrebbe essere utilizzata per il miliardario Donald John Trump Sr.
 
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Iniziamo con un salto nel passato. Torniamo agli anni ‘60: quelli del predominio democratico, della Nuova Frontiera di Kennedy e dalla Grande Società di Johnson.
Quando, un anno dopo l’omicidio a Dallas del Presidente Kennedy, il conservatore e reazionario Barry Goldwater sfidò Johnson alle presidenziali del 1964, le sue posizioni conservatrici sui temi di politica estera e in quelli di politica economica spaventarono l’elettorato moderato.
Tant’è vero che il democratico Johnson stravinse le elezioni con il 61% dei voti popolari e Goldwater conquistò solo alcuni stati del profondo Sud.
Rimarrà nella storia americana lo spot elettorale democratico meglio noto come “Daisy”, nel quale una piccola bambina sfoglia una margherita contando i petali, al conto della bambina si sovrappone un inquietante countdown di un altoparlante militare dalla voce metallica con esplosione atomica finale… Il tutto per dire che se Goldwater avesse vinto le elezioni la guerra atomica coi Sovietici sarebbe stata una probabilità concreta.
 
Questa la prima lettura delle elezioni del 1964. Ma se si scava in profondità si nota altro. Le posizioni radicalmente di destra di Goldwater, che a metà anni ‘60 sembravano estremiste, iniziarono ad affermarsi solo qualche anno dopo.
Il seme era stato gettato. Nel 1968 il repubblicano Richard Nixon vinse le elezioni aiutato da quell’eminenza grigia delle relazioni internazionali, che fu Henry Kissinger.
In politica estera le due amministrazioni Nixon e quella Ford furono improntate a un ferreo, spietato e a volte geniale realismo. Repressione selettiva di tutte le spinte progressiste in giro per il mondo da un lato, e intervento nella divaricazione tra le due grandi potenze comuniste URSS e Cina dall’altro, per spaccare il fronte anti-americano e riaggregare la Cina al mercato internazionale. Quest’ultima posizione, assolutamente visionaria nei primi anni ‘70, si è dimostrata vincente nelle prospettive internazionali dei quarant’anni successivi.
In politica interna ed economica, Nixon fu un mediatore non molto diverso da quel che era stato Eisenhower negli anni ‘50, ma è dalle sue presidenze che iniziò il successo delle politiche “law and order” contro la devianza sociale e l’opposizione radicale. Non è un caso che la fortunata e testosteronica serie di film dell’Ispettore Callaghan, interpretato da Clint Eastwood, è proprio di quegli anni…
Chi spostò ancora più a destra l’asse del Partito Repubblicano fu Ronald Reagan, ex-attore di Hollywood.
Reagan fu il continuatore delle idee di Goldwater. Ma anche della Scuola di Chicago, un gruppo di economisti che lanciarono le basi della controrivoluzione neo-liberista.
 
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Molti ricordano l’aria di derisione e sufficienza con cui fu accolta dall’intellettualità liberal la candidatura di Reagan alle elezioni presidenziali del 1980.
Reagan travolse Carter col 51% dei voti popolari e la conquista di 489 grandi elettori.
La caporetto democratica fu anche causata dalla crisi economica, dalla crisi degli ostaggi in Iran e dall’invasione sovietica dell’Afghanistan.
 
Oltre al feroce anti-comunismo della prima presidenza, Reagan si impose per le sue politiche economiche. Una lotta senza quartiere ai sindacati (emblematica la grande e perdente vertenza dei controllori di volo del 1981), una riduzione drastica delle tasse soprattutto per i più ricchi, il taglio del welfare e di tutte le politiche d’assistenza pubblica, l’esaltazione parossistica del mercato borsistico e della grande finanza.
 
A quindici anni di distanza si prospettava la grande rivincita del conservatore Barry Goldwater!
 
Le amministrazioni repubblicane di Bush padre e figlio non hanno fatto che confermare queste posizioni con la guerra globale al terrorismo (e i suoi ottimi risultati…) e una posizione di deregulation della grande finanza già avviata sotto la presidenza del democratico Clinton negli anni ‘90.
 
Poi è scoppiata la grande crisi economica del 2007-2008 e la situazione si è aggravata. Per capire il fenomeno Trump bisogna riconoscere che una grande parte degli americani ha perso la certezza nel “sogno americano”. La disuguaglianza negli USA ha raggiunto livelli straordinari. Se prendiamo in considerazione, tra tutti i paesi avanzati, i parametri di povertà e giustizia sociale, gli Stati Uniti si trovano in fondo alla classifica, insieme a Grecia, Messico e Turchia.
Trump è diventato il volto pubblico capace di unificare e dare un potente sbocco politico a queste tensioni presenti all’interno della società americana. Pulsioni che non si riscontrano più solo nel ceto medio e proletario bianco impoverito.
 
Obama per otto anni è riuscito a governare mettendo in campo anche alcune iniziative coraggiose come la riforma sanitaria o un rilancio dell’economia basato su politiche keynesiane. Ma la crisi economica continua a incidere duramente sulla società americana. Inoltre, a differenza del sempre popolarissimo marito a cui viene idealmente legato uno dei periodi di maggiore prosperità degli States negli ultimi decenni, Hillary Clinton viene comunemente sentita come lontana dall’uomo della strada, compromessa con le grandi lobby, polemica con il dipartimento di Stato americano e non particolarmente simpatica.
 
Questo non vuol dire che i democratici perderanno le elezioni di Novembre. Ma suggerisce che la candidatura di Trump non deve essere sottovalutata.
 
Trump resta dunque un outsider, ma ha già vinto due grandi battaglie. Quella delle primarie e quella di imporre le sue idee e renderle in qualche modo orecchiabili dal grande pubblico.
Queste idee, in qualche modo, hanno fatto breccia sull’elettorato. Non è sicuro che Trump vincerà a Novembre, ma non stupirebbe una vittoria sua o di un suo erede tra 4 o 8 anni. Non dimentichiamoci la lezione del vecchio falco Goldwater.
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