Catalogna, all’alba gli arresti contro Revoltes de la Terra. Nel mirino chi lega la difesa del territorio alla Palestina

Alle sei del mattino, del 30 giugno, i Mossos d’Esquadra hanno bussato alle porte di alcune abitazioni di Barcellona. Agenti in borghese aspettavano gli attivisti sotto casa. Tre persone sono state arrestate e trasferite nella Questura della Catalunya Central, a Manresa. Una quarta è ricercata. Le accuse sono pesanti: danneggiamento, disordini e associazione a delinquere. I fatti contestati risalgono però a quasi tre mesi fa, alle giornate di mobilitazione di Revoltes de la Terra organizzate tra il 17 e il 19 aprile nella comarca del Bages contro la multinazionale israeliana ICL (Israel Chemicals Limited).

Per gli avvocati di Alerta Solidària e per le organizzazioni promotrici si tratta di un’operazione tanto spettacolare quanto sproporzionata. Le persone arrestate erano già note alla Polizia: erano state identificate mentre lasciavano le iniziative di aprile, durante un controllo stradale effettuato al termine delle mobilitazioni. Non durante azioni dirette, ma semplicemente perché presenti alle giornate. Se davvero l’obiettivo fosse stato notificare un’indagine, spiegano gli avvocati, sarebbe bastata una convocazione. La scelta degli arresti all’alba appare invece come un preciso messaggio politico.

Le Revoltes de la Terra, ispirate all’esperienza francese delle Soulèvements de la Terre, provano da alcuni anni a costruire un movimento capace di unire lotte ambientali, difesa dei territori e critica ai grandi interessi economici. La prima edizione delle giornate, nel 2025, aveva preso di mira un gigantesco impianto fotovoltaico previsto nei pressi di Tarragona, denunciato come un esempio di greenwashing industriale: migliaia di ettari agricoli sacrificati alla produzione energetica, con un impatto enorme sulla sovranità alimentare della Catalogna. Quella mobilitazione contribuì ad aprire un dibattito pubblico che costrinse le istituzioni territoriali a confrontarsi con il progetto.

Quest’anno il conflitto si è spostato nel Bages, dove ICL estrae potassa da decenni. Chi vive in quest’area denuncia da tempo le conseguenze ambientali dell’attività mineraria: il progressivo aumento della salinità del fiume Llobregat, montagne di residui minerari ormai entrate nel paesaggio della comarca, consumo di suolo e un sistema di concessioni che, secondo i movimenti, ha socializzato i costi ambientali lasciando invece all’azienda i profitti.

Ma la campagna non si è fermata alla denuncia ecologica. Gli organizzatori hanno scelto di collegare apertamente la devastazione ambientale in Catalogna al sostegno economico fornito da ICL allo Stato israeliano. Per questo le giornate di aprile hanno intrecciato il tema della giustizia climatica con quello della solidarietà alla Palestina, indicando la multinazionale come uno dei tasselli economici dell’occupazione israeliana e ricordando come una sua controllata statunitense commercializzi fosforo destinato anche ad impieghi militari.

Per tre giorni il Bages ha ospitato campeggi, assemblee, laboratori, attività per bambini, incontri pubblici e momenti di confronto con i movimenti territoriali. Accanto alla discussione politica sono arrivate anche alcune azioni dirette. Una ha riguardato le enormi montagne di sale prodotte dagli scarti dell’attività estrattiva. Un’altra ha preso di mira una linea ferroviaria utilizzata esclusivamente per il trasporto della potassa di ICL.

È proprio quest’ultima infrastruttura a rappresentare, secondo gli attivisti, uno dei simboli del modello che contestano. Si tratta infatti di una linea realizzata con risorse pubbliche ma destinata esclusivamente alle esigenze della multinazionale, mentre molte aree della comarca continuano a soffrire di collegamenti ferroviari insufficienti per la popolazione. Un’infrastruttura pubblica piegata agli interessi privati, mentre i costi ambientali dell’estrazione ricadono sul territorio.

Le organizzazioni coinvolte sottolineano inoltre che le persone arrestate non avrebbero preso parte materialmente al sabotaggio contestato e denunciano l’assenza di elementi concreti a sostegno delle accuse. Da qui la convinzione che l’operazione abbia soprattutto una funzione intimidatoria: colpire un movimento che negli ultimi mesi è riuscito a costruire consenso sociale attorno al legame tra giustizia ambientale, lotta contro il colonialismo e sostegno alla Palestina.

Una lettura rafforzata anche dal contesto europeo. Negli ultimi mesi, in diversi Paesi, campagne di boicottaggio, azioni simboliche e iniziative dirette contro aziende considerate complici dell’occupazione israeliana sono state accompagnate da un crescente ricorso a procedimenti giudiziari e misure repressive. Anche nello Stato spagnolo, dove il governo mantiene una posizione pubblicamente critica nei confronti dell’esecutivo Netanyahu, le mobilitazioni legate alla Palestina vengono sempre più spesso monitorate e perseguite attraverso indagini della Polizia politica.

Per la serata del 30 giugno è stato convocato un presidio davanti alla Questura di Manresa. La richiesta è la liberazione immediata delle persone arrestate. Ma la vicenda va oltre il destino dei quattro attivisti. In gioco c’è la possibilità stessa di costruire campagne che sappiano mettere in discussione contemporaneamente la devastazione ambientale, il potere delle multinazionali e le complicità economiche con la guerra in Palestina. È probabilmente questo, più ancora delle accuse contestate, ad aver provocato una risposta così dura da parte degli apparati dello Stato.

di Andrea Cegna

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