Cosa bolle sul confine con l’Irlanda del Nord

La questione del confine nordirlandese è forse il più complesso fra i molti problemi generati, e ancora irrisolti, dalla Brexit. Si tratta infatti dell’unico confine fisico fra uno stato dell’Ue – la Repubblica d’Irlanda – e il Regno Unito. Tutte le parti in causa sono concordi nel ritenere che tale confine non può che rimanere aperto e permeabile. E ciò non solo per ragioni di reciproca convenienza economica, ma nondimeno per motivi storico-culturali attinenti all’equilibrio raggiunto nel Good Friday del 1998 circa lo statuto dell’Irlanda del Nord, a seguito di una vera e propria guerra civile protrattasi per decenni. Tuttavia, l’assenza di un confine vero e proprio costituirebbe un foro nella diga che i britannici hanno scelto di interporre fra Uk e Unione Europea.

L’accordo sulla Brexit 2019 garantiva che nessuna frontiera sarebbe stata introdotta al confine nordirlandese, né alcuna barriera doganale. Proprio per questo i negoziati avevano sancito che l’Irlanda del Nord dovesse ritenere la regolamentazione europea su commercio e dazi. Se così non fosse stato, infatti, l’Irlanda del Nord sarebbe diventata una comoda porta sul retro grazie alla quale il Regno Unito avrebbe potuto immettere nel mercato unico comunitario beni senza dover far fronte a dazi doganali. Privilegio importantissimo dato il valore dell’export britannico verso l’Ue. Ma avrebbe potuto addirittura offrire dazi vantaggiosi a paesi terzi, i quali avrebbero potuto utilizzare l’Irlanda del Nord per accedere in Europa a costi minori.

Ritenendo ciò inaccettabile, i negoziatori europei avevano ottenuto che la barriera doganale fosse posta in corrispondenza del Mar d’Irlanda, che separa l’Irlanda del Nord dalla mainland britannica. Quest’accordo consegnava la patata bollente al Regno Unito, il quale si sarebbe ritrovato un confine in casa propria. Va detto che tale barriera prevedeva un buon numero di eccezioni, ma rimaneva un boccone amaro per i britannici. In autunno, tuttavia, era parso che Johnson fosse disposto a ingoiarlo – e addirittura a presentarlo come un enorme successo della sua amministrazione.

Ma a settembre il governo di Johnson ha invertito la rotta, disconoscendo ogni accordo precedentemente perso sull’Irlanda del Nord. Inoltre, contraddicendo i precedenti accordi, il nuovo piano britannico prevede la possibilità di offrire sovvenzioni statali e regimi fiscali agevolati non concordati con l’Ue anche alle aziende con sede nel territorio nordirlandese, nonostante si fosse sancito che questo avrebbe dovuto continuare a seguire la regolamentazione Ue.

A protestare è anzitutto l’Irlanda che, per bocca del premier Martin, ha parlato di «scelta divisiva e pericolosa». Con ciò si riferisce primariamente alle conseguenze sociopolitiche della reintroduzione di una frontiera fra Irlanda del Nord e Repubblica d’Irlanda, ma vi è certamente anche una questione economico-commerciale: sarebbero sempre meno le aziende disposte a investire in Irlanda potendo ottenere condizioni molto migliori a pochi chilometri di distanza, in Irlanda del Nord.

Anche la levata di scudi dell’Ue non è tardata ad arrivare: Johnson e il suo governo sono stati accusati di star contravvenendo al diritto internazionale. Accusa che, attraverso il segretario di stato per l’Irlanda del Nord Brandon Lewis, il governo britannico ha ammesso candidamente. Avverse anche le reazioni dagli Stati uniti, con Biden che dichiara: «Non possiamo permettere che l’accordo del Good Friday, che ha portato la pace nell’Irlanda del Nord, cada sotto i colpi della Brexit».

E sebbene in questo caso come in molti altri lo spettro della guerra civile conclusasi solo vent’anni fa sia agitato per lo più come spauracchio, volto piuttosto a coprire interessi economici, è evidente che quello sociopolitico è un terreno da non sottovalutare, e che certamente non sottovalutano i cittadini nordirlandesi per cui la Brexit risolleva spinose questioni identitarie che sembravano ormai sopite.

di Marco Ruggieri

da il Manifesto del 5 dicembre 2020

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