Cuba oggi, un viaggio per raccontare un momento e una storia.
Cuba attraversa uno dei momenti più difficili della sua storia rivoluzionaria. L’offensiva degli Stati Uniti prova a portare l’isola al collasso mentre la crisi economica, gli errori accumulati e le trasformazioni della società impongono domande che non possono più essere rimandate. E’ proprio in quello spazio che le sanzioni di Trump colpiscono, e proprio dove la società cubana è più debole che gli USA stanno velocizzando le fratture. Una violenza macchiavellica preparata e studiata nel tempo che ora chiama Cuba, il suo governo e la popolazione, a trovare risposte per difendere la sua autonomia e particolarità. A dieci anni dalla morte di Fidel Castro abbiamo deciso di partire per provare a raccontare cosa resta, cosa cambia e soprattutto cosa può ancora diventare la Rivoluzione cubana. Partiremo in tre per raccontare Cuba, oggi.
Cuba è un posto unico al mondo. Non perché sia rimasta ferma al 1959 e nemmeno perché rappresenti quella specie di museo della rivoluzione che tanto piace a una parte dell’immaginario europeo. Cuba è unica perché, a poco più di cento chilometri dalle coste della Florida, da quasi settant’anni continua a esistere una società nata da una rivoluzione socialista che ha sconfitto una dittatura, espropriato grandi proprietà, sfidato gli Stati Uniti e provato a costruire un’altra idea di società.
Una rivoluzione che ha sbagliato. Che ha alternato forme di autoritarismo a grandi avanzamenti democraticità, rigidità e apertura, burocratizzazione e sogno. Che non sempre è stata capace di ascoltare le trasformazioni della propria società e che oggi fatica a garantire materialmente alcune delle promesse sulle quali aveva costruito il proprio patto con la popolazione.
Ma una rivoluzione che ha anche fatto qualcosa di enorme.
Ha costruito un sistema sanitario e scolastico universale in un’isola povera dei Caraibi. Ha formato medici che sono arrivati nei luoghi più dimenticati del pianeta. Ha mandato soldati a combattere l’apartheid in Africa mentre buona parte dell’Occidente continuava a fare affari con Pretoria. Ha trasformato radicalmente l’accesso alla cultura e all’istruzione e ha costruito, con tutte le sue contraddizioni, una società nella quale il denaro non è mai riuscito a diventare l’unica misura possibile della vita.
Tutto questo è Cuba, assieme alla bellezza dell’isola. Ma Cuba è anche l’isola della coltivazione intensiva di canna da zucchero e tabacco, l’isola che importanta quasi tutto ciò che mangia, l’isola che avvicinandosi a Mosca ha subito le logiche espansive dell’Unione Sovietica.
Cuba sta vivendo uno dei passaggi più difficili dalla caduta dell’Unione Sovietica. Da una parte c’è Washington. L’amministrazione Trump ha trasformato la pressione economica sull’isola in un tentativo sempre più esplicito di strangolamento energetico e sociale. Il petrolio è diventato un’arma politica. Le sanzioni, le restrizioni finanziarie e la pressione sui paesi che continuano a commerciare con l’Avana hanno un obiettivo difficilmente equivocabile: rendere materialmente insostenibile la vita sull’isola e sperare che il collasso economico produca quello politico.
Roberto Livi, nelle sue corrispondenze dall’Avana per il manifesto, negli ultimi mesi ha raccontato cosa significhi tutto questo nella quotidianità. Blackout interminabili, scarsità di carburante, trasporti ridotti, produzione agricola e industriale in difficoltà. Una Cuba arrivata al «momento zero» delle riserve petrolifere, dove in alcune province l’elettricità può tornare soltanto per poche ore dopo giornate quasi interamente al buio.
È una situazione che non può essere compresa cancellando il bloqueo. Ma non può essere compresa nemmeno spiegando tutto attraverso il bloqueo.
Ed è probabilmente qui che comincia la parte più difficile del discorso.
Perché essere solidali con Cuba non significa smettere di farle domande.
La Rivoluzione arriva a questa crisi portandosi dietro anche i propri errori. Una burocrazia enorme, una produttività insufficiente, decisioni economiche sbagliate, disuguaglianze tornate a crescere, salari che troppo spesso non permettono di vivere, differenze sempre maggiori tra chi riceve rimesse dall’estero e chi non le riceve. E poi una struttura politica che ha avuto difficoltà a trasformare il dissenso in discussione e il conflitto sociale in uno strumento attraverso cui correggere se stessa.
Riconoscerlo non significa mettere sullo stesso piano Washington e l’Avana. Sarebbe assurdo.
Una cosa sono le contraddizioni di un processo rivoluzionario e le responsabilità di chi lo governa. Un’altra è la decisione della più grande potenza economica e militare del continente di impedire a quel processo di esistere.
Il problema, semmai, è un altro: come può la Rivoluzione cambiare senza smettere di essere rivoluzione?
È la domanda che attraversa Cuba oggi, anche quando non viene pronunciata in questi termini. E forse è proprio questo il passaggio più interessante. Il cambiamento non arriva attraverso un grande dibattito pubblico sul socialismo del XXI secolo. Arriva spesso per necessità. Attraverso l’espansione del lavoro privato, le mipymes, nuovi rapporti con il mercato, tentativi di riformare la produzione agricola, aperture che fino a pochi anni fa sarebbero sembrate difficili da immaginare.
Cuba cambia perché deve cambiare, Cuba cambia ma non vuole perdere se stessa. Ci interessa guardare qui. Non alla Cuba immobile delle cartoline con il Che e le automobili statunitensi. Non quella raccontata dalla destra di Miami, dove ogni blackout diventa la prova definitiva del fallimento del socialismo e sessant’anni di guerra economica semplicemente scompaiono. E nemmeno una Cuba idealizzata nella quale ogni problema è attribuito a quella violenza chiamata bloqueo
La Rivoluzione è diventata quotidianità. Per milioni di persone non è più la Sierra Maestra, non è il Granma, non è l’ingresso dei barbudos all’Avana. È la scuola frequentata gratuitamente, il medico del quartiere, l’università, ma anche la fila davanti a un negozio, il salario insufficiente, il blackout. È contemporaneamente conquista e limite, memoria e presente.
Quest’anno questa contraddizione incontrerà inevitabilmente una figura: Fidel Castro.
Il 25 novembre saranno dieci anni dalla sua morte. E Fidel continua a essere impossibile da evitare. Lo si può amare, criticare, discutere, persino detestare, ma è difficile negare la dimensione politica di un uomo che ha attraversato sessant’anni di storia mondiale e trasformato una piccola isola caraibica in un soggetto capace di pesare enormemente oltre la propria geografia.
Ricordarlo oggi, però, non può significare costruire un santino.
Forse il modo più serio di confrontarsi con Fidel è chiedersi cosa avrebbe dovuto essere la Rivoluzione dopo Fidel. Quanto della sua capacità di immaginare l’impossibile esiste ancora? Quanto della sua Cuba sopravvive nelle istituzioni e quanto invece nelle persone? Cosa significa socialismo per una ragazza di vent’anni nata quando Fidel aveva già lasciato la presidenza? Cosa significa rivoluzione per chi vorrebbe partire? E per chi, nonostante tutto, sceglie di restare?
Sono domande alle quali difficilmente si può rispondere da Milano.
Per questo abbiamo deciso di partire.
Saremo in quattro. Beatrice, Giovanni, Marco e io. Quattro persone con strumenti e sguardi differenti, per provare a costruire un documentario, una mostra e un libro sulla Cuba di oggi.
Non andiamo sull’isola per scoprire se la Rivoluzione è stata giusta o sbagliata. La storia ha già dimostrato la sua grandezza e le sue contraddizioni. Andiamo per provare a capire cosa significa oggi quella parola, rivoluzione, per chi vive a Cuba.
Sappiamo però da dove vogliamo guardare.
Dalla parte di un’isola che da quasi settant’anni continua, tra errori enormi e conquiste straordinarie, a sostenere che un altro mondo sia possibile.
E con abbastanza rispetto per quella storia da pensare che difenderla significhi anche avere il coraggio di discuterla.
Per chi volesse aiutarci e contribuire a questo viaggio che produrra un libro, un documentario e una mostra fotografica: https://www.produzionidalbasso.com/project/cuba-oggi-raccontare-unisola-nel-tempo-del-cambiamento/
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