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ARCI Milano, una casa per i movimenti. Quello che rischia di perdere la città

Redazione_Mim

Milano

C’è un aspetto della vicenda Carroponte che rischia di passare in secondo piano. ARCI Milano non è soltanto un’associazione che gestisce circoli, organizza attività culturali e promuove iniziative. È una realtà che negli ultimi anni ha messo a disposizione una parte importante delle proprie risorse, delle proprie relazioni e della propria capacità organizzativa per sostenere il tessuto dei movimenti milanesi.

Lo ha fatto aprendo le porte della propria sede, ospitando assemblee, contribuendo a costruire iniziative unitarie, mettendo in relazione organizzazioni e percorsi diversi. Ha cercato di favorire convergenze anche quando non era semplice trovarle, mettendo al centro gli obiettivi comuni piuttosto che le differenze tra le singole realtà.

Non è una dichiarazione di principio. È una pratica che si può raccontare attraverso episodi concreti.

Durante la pandemia, quando il lockdown ha imposto la chiusura dei luoghi di socialità e interrotto gran parte delle attività associative, ARCI non ha smesso di lavorare. I circoli sono diventati presidi di solidarietà e mutualismo. A Milano, ARCI Traverso e ARCI 122 Experiences hanno attivato già dal 16 marzo 2020 un servizio di produzione e consegna a domicilio di pasti a prezzi calmierati, in coordinamento con Milano Aiuta del Comune. Un servizio rivolto anche ad anziani, famiglie in difficoltà economica e persone in quarantena o con patologie che impedivano loro di uscire.

Quando i circoli non potevano aprire, la rete associativa continuava a trovare modi per essere presente. E quando, a un anno dall’inizio dell’emergenza, le restrizioni continuavano a colpire soprattutto i luoghi della cultura e della socialità, ARCI Milano organizzava in piazza della Scala un’iniziativa pubblica per rivendicare il diritto alla socialità e alla cultura, denunciando la marginalizzazione delle associazioni e dei loro spazi.

In quegli stessi mesi, ARCI ha sostenuto le lavoratrici e i lavoratori dello spettacolo, una delle categorie maggiormente colpite dalla pandemia e dall’assenza di tutele. Non si trattava soltanto di artisti, ma di un’intera filiera di professionalità: tecnici, fonici, facchini, organizzatori, operatori, lavoratrici e lavoratori che vivevano di un settore improvvisamente fermato.

La campagna nazionale Ultimo Concerto?, promossa da ARCI insieme a Keepon Live e Assomusica, ha rappresentato uno dei momenti più significativi di quella mobilitazione. Il 27 febbraio 2021 vennero annunciati 130 concerti in altrettanti circoli e live club italiani. Gli artisti, però, non salirono sul palco. Il silenzio dei palchi diventò una denuncia pubblica della condizione di chi lavorava nella musica dal vivo e dell’assenza di risposte adeguate da parte delle istituzioni.

Il 25 aprile è un altro terreno sul quale questa capacità di costruire iniziative comuni si è manifestata ripetutamente. Nel 2024 ARCI Milano ha partecipato alla costruzione della presenza in corteo insieme al circolo Magnolia e a Rimaflow-FuoriMercato, mettendo a disposizione un camion attrezzato. Nel 2025 ha contribuito a costruire una giornata diffusa coinvolgendo circoli e spazi differenti, dal Giardino Comunitario Lea Garofalo al Pessina, dall’Impegno a Scuotivento.

Sulla Palestina, ARCI Milano ha sostenuto le mobilitazioni promosse dalle organizzazioni palestinesi e dalle reti pacifiste, invitando alla partecipazione alle iniziative e alle manifestazioni, compresa quella nazionale del febbraio 2024. Nell’ottobre dello stesso anno ha partecipato alla costruzione della manifestazione unitaria per la pace insieme a CGIL, ANPI e a una vasta rete di associazioni e organizzazioni.

E poi c’è il lavoro antifascista, quello sui diritti, sulle discriminazioni, sull’accoglienza e sulle disuguaglianze. Nel maggio 2025 ARCI Milano ha contribuito alla mobilitazione contro il Remigration Summit. Con il progetto Oltre i muri ha lavorato sul riconoscimento delle identità e sull’autodeterminazione delle persone trans, anche attraverso il tesseramento alias.

Nell’ottobre 2025, dopo lo sgombero del Leoncavallo, la sede provinciale di ARCI Milano in via Bellezza ha ospitato un’assemblea cittadina dedicata al futuro dello spazio di via Watteau e, più in generale, al diritto all’esistenza degli spazi sociali. Un’assemblea pubblica che ha messo insieme realtà diverse per discutere del futuro della città e costruire una risposta collettiva. ARCI ha messo a disposizione la propria casa per una battaglia che riguardava innanzitutto un’altra esperienza.

Potremmo continuare. Potremmo parlare delle tante iniziative che hanno coinvolto associazioni, collettivi, organizzazioni sindacali, reti di solidarietà e movimenti. Di assemblee ospitate, campagne sostenute, manifestazioni costruite insieme, spazi messi a disposizione. Di occasioni nelle quali ARCI ha scelto di investire tempo, risorse e relazioni senza chiedersi quale fosse il vantaggio immediato per l’associazione.

Questo è il punto. ARCI Milano ha cercato di essere una struttura a disposizione di una comunità più ampia. Non un soggetto che pretende di rappresentare tutti, né un’organizzazione che misura ogni iniziativa sulla base del proprio ritorno. Piuttosto, una realtà che prova a rendere possibile l’incontro tra esperienze differenti, che mette a disposizione ciò che ha e considera la costruzione di percorsi comuni un valore politico, prima ancora che organizzativo.

Non sempre ci siamo riusciti. Non sempre le convergenze sono state facili. Ma abbiamo scelto di provarci, anche quando sarebbe stato più semplice occuparci soltanto delle nostre attività.

È da qui che bisogna guardare alla vicenda del Carroponte.

La questione del debito con il Comune di Sesto San Giovanni è nota. ARCI Milano non nega le proprie responsabilità e non chiede che venga cancellato quanto dovuto. Chiede da oltre quattro anni una rateizzazione sostenibile, che consenta di pagare senza compromettere la sopravvivenza dell’associazione. L’amministrazione continua a non concedere una dilazione superiore a 24 rate.

Non vogliamo ripetere qui tutti gli argomenti che abbiamo già esposto. Ma c’è una domanda che riguarda anche chi, in questi anni, ha condiviso con noi una manifestazione, un’assemblea, una campagna o una battaglia: che cosa significa per Milano perdere una realtà che ha contribuito a tenere insieme una parte importante delle sue esperienze associative e dei suoi movimenti?

Non stiamo parlando soltanto del futuro di un comitato territoriale o dei suoi circoli. Stiamo parlando della possibilità di continuare a disporre di una struttura associativa capace di mettere in relazione persone e organizzazioni, offrire spazi, costruire iniziative e sostenere percorsi collettivi.

Una struttura di questo tipo non si ricostruisce semplicemente aprendo un’altra sede o fondando una nuova associazione. È fatta di relazioni sedimentate, competenze, fiducia, esperienze comuni e capacità organizzativa. È un patrimonio che appartiene anche a chi, pur non essendo parte di ARCI, ha potuto utilizzarlo e attraversarlo.

Per questo la vicenda del Carroponte non riguarda soltanto ARCI Milano. Riguarda tutte le realtà che in questi anni hanno trovato nella nostra associazione un interlocutore, un alleato, uno spazio disponibile. Riguarda chi ha partecipato alle iniziative che abbiamo contribuito a organizzare e chi ha trovato nella nostra sede un luogo nel quale discutere e costruire iniziative.

Non chiediamo a nessuno di condividere tutte le nostre posizioni, né di rinunciare alla propria autonomia. Chiediamo di riconoscere il valore di una realtà che ha sempre cercato di mettere le proprie risorse a disposizione di una comunità più ampia.

Oggi siamo noi ad avere bisogno di sostegno. Non per cancellare le nostre responsabilità, ma per poter continuare a svolgerle. Abbiamo aperto una raccolta fondi e chiediamo a chi conosce il nostro lavoro, a chi lo ha incrociato e a chi ritiene importante che Milano conservi spazi associativi autonomi di aiutarci.

In questi anni abbiamo cercato di esserci quando altri avevano bisogno di uno spazio, di una mano, di una struttura con cui costruire iniziative comuni. Oggi chiediamo che quella rete di relazioni non rimanga a guardare.

ARCI Milano non chiede solidarietà in nome di ciò che è stata. Chiede di poter continuare a essere ciò che ha cercato di essere: una casa aperta, uno strumento a disposizione di chi vuole cambiare questa città.

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