Covid – 8 buone ragioni per scendere in piazza contro la Regione il 20 giugno

MEMORIA1: MILANONONSIFERMA (27/2/2020)

E’ passata meno di una settimana dalla scoperta del “paziente zero” a Codogno. La Giunta regionale ha già cominciato con lo scaricabarile sul governo nazionale, e per prima cosa chiude i luoghi di cultura e le scuole, ma lascia aperti i centri commerciali.
Il Sindaco di Milano, un po’ invidioso del lavoro della Giunta, non fa attendere la sua voce. Dal suo slogan, lanciato su social vari, si evince il modello della città che un manager come lui vorrebbe: Milano è un’azienda, una città “dai ritmi impensabili”, che deve essere invulnerabile.
Mentre i militari isolano tre paesi ed i positivi superano il centinaio, la settimana della moda va avanti con il beneplacito di Sala e Fontana (è troppo tardi per fermare la macchina del guadagno), concludendosi quando i casi SOLO in Lombardia sono diventati già 172.
Allo stesso modo, il Sindaco di Milano non se la sente di rimandare la partita Atalanta-Valencia a San Siro: l’evento oggi è ritenuto il primo vero momento di contagio che porterà poi al disastro nella bergamasca.
Come dirà a maggio 2020: “a Milano si LA-VO-RA”.
Il capitalismo è quel sistema economico che si fonda sull’accumulazione del capitale, dove le persone non sono esseri umani ma semplici produttori di plusvalore o consumatori paganti.

MEMORIA2: NIENTE ZONA ROSSA PER LA VAL SERIANA (marzo 2020)

E’ ancora in corso l’inchiesta della Procura di Bergamo che vede indagati l’ex Primo Ministro Conte, il Presidente Fontana, il dg Luigi Cajazzo e altre figure apicali della politica lombarda: perché si decise di non decretare la zona rossa anche in Val Seriana e ad Alzano Lombardo, due zone in cui, negli stessi giorni, il numero di casi era maggiore di quello trovato a Codogno? Perché Codogno sì e la bergamasca no? Perché l’ospedale di Alzano fu chiuso solo per poche ore prima di essere riaperto senza alcuna disinfezione?
Il Presidente di Confindustria Lombardia in quei giorni dichiara che è fondamentale non dare all’estero il messaggio che la Regione fosse «chiusa per coronavirus». Pochi giorni dopo la sua associazione diffonde un video intitolato “Bergamo is running/Bergamo non si ferma”.
Mentre l’ISS torna a richiedere l’istituzione della zona rossa nei comuni colpiti perché i casi aumentano esponenzialmente, il 6 marzo Confindustria Bergamo manda ai giornali locali un elenco delle aziende che rischierebbero la chiusura in caso di approvazione di nuove misure restrittive: è il tipico ricatto del capitale, che in Italia conosciamo bene. Bisogna scegliere tra il lavoro e la salute, ed ancora una volta la linea guida appare evidente: il guadagno viene prima della salute. Per questo, niente zona rossa. Il capitale non si ferma.

Da notare che i casi ad Alzano si trovano già dentro un ospedale: un luogo che dovrebbe essere di cura, che a causa della gestione scellerata dei dirigenti diventerà durante tutta la pandemia uno dei posti meno sicuri per sfuggire al virus. Questo perché la decisione politica è quella di ospedalizzare l’epidemia, in mancanza della rete territoriale di medici di base che in trent’anni di Formigoni e Lega è stata distrutta.

MEMORIA3: CONFINDUSTRIA E I CODICI ATECO (marzo 2020)

Nella bergamasca si continua a morire quando il governo centrale stabilisce la strategia delle zone arancioni in tutto il Nord Italia. I decessi in provincia di Bergamo sono aumentati a marzo del 568% rispetto agli anni precedenti, ed il virus ha raggiunto una mortalità dell’1% dei contagiati, più alto che a Wuhan e del resto del mondo colpito.
Ma nelle industrie della bergamasca si continuerà a lavorare fino al 23 marzo, quando sarà il governo a imporre la chiusura…ma non di tutti.
L’ennesimo provvedimento del governo prevede infatti che possano rimanere aperte solo le cosiddette “attività essenziali”, individuate dal codice ATECO corrispondente.
Confindustria si dà subito da fare. Non si limita a dettare quali siano le “attività essenziali” (e la cultura non è tra queste) da inserire nel decreto governativo. Moltissime imprese che avrebbero dovuto chiudere, rimangono aperte con un semplice escamotage: fanno richiesta di deroga al Prefetto e la fabbrica resta aperta. Non è nemmeno necessaria la deroga stessa, perché mentre il Prefetto valuta, la fabbrica resta aperta. E la richiesta è stata quasi sempre accettata: 32.000 deroghe solo in Lombardia, 500 000 lavoratori solo nelle province di Bergamo e Brescia continueranno a lavorare (e diffondere in fabbrica il contagio) durante il primo lockdown.
Nel mentre, Salvini rivede una proposta del PD (emendamento firmato da Boldrini), cercando di estendere lo scudo legale previsto per medici e infermieri anche a dirigenti e gestori sanitari, pubblici e privati, che come sappiamo sono tutti di nomina politica (inizio aprile).
Un intero sistema politico prono agli interessi del capitale e intento esclusivamente a salvarsi la pelle.

MEMORIA4: OSPEDALI PUBBLICI IN COLLASSO, IL PRIVATO RESTA A GUARDARE (marzo 2020)

Gli effetti della politica di tagli alla sanità pubblica, di aziendalizzazione della cura e la conseguente privatizzazione del settore sanitario (tre pilastri su cui si basa l’eccellenza lombarda) si manifestano all’improvviso: gli ospedali a metà marzo sono già al collasso, non ci sono sufficienti posti in terapia intensiva e i medici “eroi” sono costretti a decidere chi curare e chi lasciar morire.
Gli ospedali sono diventati imprese (aziende sanitarie e aziende ospedaliere), e come tali il loro obiettivo è il profitto, non la cura. E le terapie intensive non fanno guadagnare: per questo gli ospedali privati, fiore all’occhiello Lombardo, non hanno posti in terapia intensiva e non ci pensano minimamente a supportare il sistema pubblico.

C’era l’urgenza? Allora che si precettassero le cliniche e gli ospedali privati, quelli che avevano guadagnato dall’aziendalizzazione, privatizzazione e frammentazione del Sistema Sanitario Nazionale.
Qualcuno non voleva essere precettato? Requisire la struttura. L’esproprio per pubblica utilità lo prevede anche la Costituzione, che quando parla della proprietà privata ne limita «i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale».
Si scoprirà anche che i rifornimenti di dispositivi di protezione individuale e respiratori (caschi CPAP) per le terapie intensive subiranno ritardi, dimenticanze, e verranno dirottati in questo periodo verso ASST che non ne avevano bisogno: i responsabili sono i direttori amministrativi, di nomina politica, come il dg della sanità Cajazzo e il vice Salmoiraghi (di nomina politica!), gli stessi che hanno dato il via libera alla riapertura del pronto soccorso di Alzano quando si sono scoperti i primi positivi (oggi indagati per epidemia colposa).

MEMORIA5: COVID 19 – STRAGE NELLE RSA (marzo 2020)

L’8 marzo 2020 è il giorno della delibera della Giunta regionale lombarda che individua le RSA come strutture adatte ad accogliere i pazienti Covid post acuti per cure extra ospedaliere e “assistenza a bassa intensità”, solo se hanno padiglioni e strutture organizzative (personale) separate dal resto della Residenza. Caratteristiche praticamente impossibili da trovare all’interno di strutture che sono già fortemente sotto stress in condizioni normali con un rapporto operatore/paziente già molto al di sotto del fabbisogno.
In Lombardia, la mappa dei contagi nelle RSA ci dice che un ospite su tre è positivo.
Tra marzo e aprile, il virus ha trovato nelle strutture socio sanitarie che assistono gli anziani, terreno fertile per prosperare e diffondersi.
E fare vittime: i decessi per Covid-19 nelle sole RSA lombarde a fine aprile erano 2 219.
Di questi, solo 871 erano stati sottoposti al tampone. Agli altri, invece, non sono state fatte le analisi: ma sono ritenuti “presumibilmente positivi”, dati i sintomi manifestati prima della morte. In pratica, appena quattro morti su dieci non sono riconducibili al Covid-19 nelle residenze.
C’è stato un raddoppio della mortalità rispetto allo stesso periodo del 2019: allora il tasso di decessi tra gli ospiti delle case di riposo era tra il 10 e il 12 per cento. Quest’anno, nello stesso periodo, è salito al 27: una generazione di anziani spazzata via dall’avanzata del Covid-19 a Milano e in Lombardia, e dalla scellerata decisione di permettere il ricovero di malati Covid nei luoghi di cura per anziani.
Fontana dichiara che aspetta CON ESTREMA SERENITA’ l’esito dell’inchiesta sulle morti nelle RSA, un curioso modo di esprimersi davanti a così tanti morti da parte del responsabile della delibera che da un lato ha chiuso le porte ai parenti degli anziani il 4 marzo, dall’altro ha aperto le porte ai malati di Covid 4 giorni dopo.
Ancora a giugno 2020, oltre un quarto degli 8.285 operatori che lavorano nelle case di riposo tra Milano, provincia e Lodi, risulta in malattia.

Tra le indagini, clamorosa quella sul Pio Albergo Trivulzio, il cui direttore generale Giuseppe Calicchio ha smesso di fornire i dati e risulta indagato per omicidio colposo ed epidemia colposa. Una gestione, questa dei positivi nelle case di riposo, che non ha funzionato, anche a causa di scarsa disponibilità di protezioni per gli operatori e le operatrici sanitarie, lasciati letteralmente da soli a combattere il virus.

MEMORIA6: LA SECONDA ONDATA: IL COPRIFUOCO E LO SCARICABARILE (ottobre 2020)

Inspiegabilmente, dopo l’estate è arrivato l’autunno. E’ evidente che la sorpresa coglie chi ci governa. Con ancora più stupore si scopre che con il riprendere di tutte le attività lavorative, di cui una buona parte non si è mai fermata, con i mezzi di trasporto pieni la mattina e la sera, la produzione che non si può fermare, la curva che tutti gli infettivologi avevano previsto in risalita…sta in effetti risalendo.
Ed è ancora peggio della prima ondata, sia perché questa volta non c’è la scusante dell’evento imprevisto, sia perchè il numero di morti è decisamente maggiore.
Il Sindaco Sala ci mette del suo, iniziando a borbottare che lo smart working toglie clienti al settore della ristorazione, pretendendo che i lavoratori e le lavoratrici svolgano le proprie mansioni in presenza. Ma presto torna a tacere, nascondendosi nella folla e lasciando tutta la patata bollente al Presidente della Regione.
Che, dal canto suo, prosegue convinto con la sua linea politica:
– a Ottobre 2020 mancano ancora 3/4 delle USCA previste e così i pazienti a casa non ricevono cure;
– Cajazzo (dg della sanità lombarda di nomina leghista) al centro dello scandalo dell’ospedale di Alzano, di quello della errata distribuzione dei DPI (che vengono mandati secondo le normali linee guida anziché nelle ASST in emergenza), di quello sul mancato ordine dei caschi salvavita Cpap…viene promosso a vice-segretario generale della Regione con delega alla riforma della Sanità;
– viene introdotta la “quarantena part-time” per far fronte alla mancanza cronica di operatori sanitari: se un lavoratore della sanità è venuto a contatto con una persona positiva al Covid-19 è tenuto a stare in quarantena durante il suo tempo libero, quando torna a casa, ma può e deve recarsi al lavoro!;
– dopo 10, forse 12 bandi la Lombardia si trova, a fine Ottobre, ancora in condizioni critiche per quanto riguarda il recupero delle dosi necessarie a garantire un’adeguata copertura anti-influenzare sulla popolazione più a rischio: fatto gravissimo nel bel mezzo della seconda ondata di Covid-19.
E poi, come ciliegina su questa torta di incapacità e interesse privato, il 22 ottobre 2020 Fontana istituisce il COPRIFUOCO dalle 11 alle 5. E chi ci dovrebbe essere in giro a quell’ora?
La colpevolizzazione stavolta cade sui giovani, indisciplinati, ottusi ricercatori di socialità. Quegli stessi giovani a cui nessuno ha pensato per mesi, relegandoli in casa con la disastrosa didattica a distanza.
La risposta delle istituzioni all’ondata pandemica è l’istituzione di misure repressive, militari, e non gli investimenti sulla cura e sulla medicina territoriale.
Così Fontana commenta l’ordinanza di coprifuoco: “è un provvedimento simbolico, necessario perché non riusciamo ad avere un numero sufficiente di polizia e agenti”.
Si pensa di sconfiggere il virus sopprimendo ogni brandello di libertà (in orario extra lavorativo, sia chiaro) invece che supportare il sistema sanitario e rivedere la governance della società in maniera etica e solidale.

MEMORIA7: SCIOPERO NAZIONALE INFERMIERI (novembre 2020)

Contratti non rinnovati, paghe più basse d’Europa, enormi carichi di lavoro per mancanza di personale. Le richieste avanzate riguardano massicci investimenti per assunzione di personale a tempo indeterminato, adeguamento contrattuale e retributivo alla media europea, coinvolgimento nelle scelte di tipo organizzativo, potenziamento dell’assistenza territoriale (a partire dal piano USCA), riconoscimento di un’indennità infermieristica mensile. La questione del collasso dei reparti di medicina e delle sale rianimazione è legata soprattutto all’assenza di personale per far funzionare le strutture a disposizione.
La cosa più semplice sarebbe stata il potenziamento dei dipartimenti di prevenzione territoriali e l’attuazione di un serio e stabile piano di assunzioni, e non riciclare sempre lo stesso personale.
Nella crisi lombarda, in particolare, pesano due scelte scellerate di Regione Lombardia:
– lo spostamento di personale tecnico nell’ospedale in Fiera, per far funzionare il quale si chiedono unità agli ospedali, a loro volta in deficit di personale;
– la misura della “quarantena part-time” (26/10/2020), per cui se un lavoratore della sanità è venuto a contatto con un positivo Covid-19 è tenuto a stare in quarantena solo durante il proprio tempo libero.

MEMORIA8: MORATTI: I VACCINI IN BASE AL PIL (18 gennaio 2021)

Questa la richiesta della NEO assessora lombarda Letizia Moratti al commissario Arcuri. “Qui tante imprese, se si aiuta la ripresa si contribuisce alla ripresa del Paese”. Fontana concorda: “Estremamente coerenti e logiche”. Letizia Moratti non ha aspettato troppo per rivelare la sua idea di società: più vaccini ai lombardi perché più ricchi.
In una lettera inviata al commissario per l’emergenza Coronavirus, l’ex Sindaca di Milano, ha elencato dei nuovi parametri chiedendo che vengano integrati tra quelli già esistenti. E tra mobilità, densità abitativa e zone più colpite dal virus, ecco che è spuntato anche il contributo fornito al prodotto interno lordo. Insomma, le aree più produttive del Paese dovrebbe avere una via privilegiata.
Ricordiamo ai capitalisti e agli smemorati che in Italia la salute è un diritto fondamentale garantito dalla Costituzione. Non un privilegio di chi ha di più!

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